martedì 17 novembre 2015

il lupo e la bambina

Arrivava quell'attimo, in cui si doveva rientrare a casa.
E a me è sempre piaciuto moltissimo, quando il giorno non è più giorno, e la notte ancora notte non è.
Dalla finestra della cucina si vedono due cipressi, l'uno accanto all'altro, l'uno un poco più alto dell'altro.
I cipressi si facevano scuri, piano, come il cielo, a mano a mano che il sole andava a dormire per lasciare il posto alla luna.
La nonna, la nonna metteva a scaldare la zuppa per Wolf.
Wolf, lupo in inglese. Dicevo sempre. 
Nella zuppa c'erano il riso e la carne e alcune verdure come le carote e i pomodori. Quelli dell'orto, quelli più bruttini, che non si potevano mangiare in insalata né schiacciare nello scolapasta con le mani, o con il fondo del bicchiere, per farne il sugo.
La zuppa si scaldava per pochi minuti solo per mandare via il freddo del frigorifero, diceva mia nonna, e io aspettavo, aspettavo con trepidazione il mio momento.
Il giorno non era più giorno e la notte ancora notte non era, e io aspettavo il mio momento, col cielo che si faceva lilla.
La nonna mi dava in mano questa pentola grande, e io mi sentivo importante. Mi sentivo importante perché sapevo che lui era lì sulla soglia di casa, per me.
M'incamminavo verso i due cipressi e proprio ai loro piedi, appoggiavo quel riso con la carne e le verdure.
Lascialo stare, mentre mangia.
Mi diceva. Sempre.
E allora io mi sedevo per terra vicina, vicinissima a lui, con le gambe incrociate, i pantaloncini corti. La maglietta. L'umidità della terra che mi solleticava il sedere.
Ero così vicina che potevo sentirlo masticare, potevo vederlo scegliere con attenzione la carne, la sua preferita. Potevo sorridere alla vista dei chicchi di riso che si attaccavano al suo naso umido e nero come una liquirizia. Resistevo alla tentazione di accarezzarlo proprio sotto al collo, dove la pelle si faceva tenera e il pelo morbido, come dietro alle orecchie.
Ero brava. Lascialo stare, mentre mangia.
Poi, poi come al solito lasciava da parte i pomodori, e anche le carote.
Allora, allora io mettevo le mani a conchiglia e li tiravo su, assieme a un poco di riso. 
Gli sussurravo mangia che è buono.
Lui mi guardava, perplesso, ma raramente mi diceva di no. Lui era il mio fratello.
Amavo sentire i suoi denti bianchi e affilati che mi accarezzavano il palmo della mano, e la sua lingua calda e di velluto che me lo leccava.
Quei minuti di un giorno che non è più giorno e di una notte che ancora notte non è erano il nostro tempo, con la finestra della cucina illuminata, i rumori della casa in lontananza.
I cipressi che ci abbracciavano.
Il buio che arrivava, arrivava in punta di piedi per non disturbare quella bambina e quel lupo, grande come lei.
Mi capita spesso di guardare fuori dalla finestra della cucina.
I cipressi, i cipressi ci sono ancora.
E io lo so, lo so che ogni giorno, quando il giorno non è più giorno e la notte ancora notte non è, i cipressi aspettano.
Aspettano una bambina con una enorme pentola in mano, e un lupo, accanto a lei.
Aspettano di poterli abbracciare, in quegli attimi di tempo fermo.
Loro, la bambina e il lupo,
loro arrivano ogni santo giorno,
da trent'anni ormai.
Arrivano per aspettare il buio, insieme.
Poi, poi ad un certo punto la bambina urla contenta verso la finestra illuminata ha mangiato tutto.
La bambina si alza, prende la pentola con una mano.
Con l'altra batte un colpo sulla coscia nuda e andiamo a casa, Wolf.
Il lupo, il lupo segue la bambina 
perché 
perché il buio, il buio è arrivato.
E il lupo per nulla al mondo lascerebbe la bambina sola.

Il lupo e la bambina


Questo pezzo di vita è per il piccolo Samuele,
per sempre bambino, 
con i suoi nove anni.