giovedì 24 settembre 2015

spilli

Una storia.

M’ha suonato la vecchia del piano di sopra, la vecchia del cazzo.
Lei lo sa che sono sempre in casa a disegnare, pensa che sto qui a grattarmi le palle, a divertirmi e basta, invece col cazzo, mi diverto sì ma devo sgobbare, perché coi miei disegnini ci pago l’affitto.
M’ha suonato dunque e mi ha detto me la fai la spesa, per piacere?
La vecchia, la vecchia del cazzo del piano di sopra c’avrà ottant’anni ma non fa un passo senza il bastone e c’ha due gambe così grosse che fanno senso. Non è mica grasso, dice mia madre, è la circolazione che è andata a puttane, dice sempre mia madre, appunto. Quando la vecchia parla senti un fischio, come se ci fosse un fischietto messo lì fra un polmone e l’altro.
A volte mi verrebbe voglia di risponderle 
ma quel damerino d’un coglione di suo nipote, che viene qui ogni morte di papa solo per vedere se è ancora viva, non gliela può mica fare lui, la spesa?
Ma poi sto zitto e le dico va bene, e lei tira fuori dal grembiule il bigliettino e qualche banconota arrotolata, ché tanto lo sa che le rispondo sempre di sì.
Fa parte del mio pacchetto buone azioni, fare la spesa per la vecchia del cazzo del piano di sopra.
Le altre, di buone azioni dico, le disegno solo. Poi magari un giorno le faccio davvero.
La spesa, allora.
Ci stanno sempre le stesse cose.
Il carrello non lo prendo mai, perché col carrello devi stare attento alla gente.
Prendo il cestello, quello che si tira, così sono gli altri che devono stare attenti a me e quando trovo le signore tutte per bene che si lamentano perché gli ho rovinato la punta delle Prada di vernice da 400 euri dico loro oh mica c’ho gli occhi pure dietro e poi tiro diritto e chi s’è visto s’è visto.
Vuole sempre i sughi d’uva, dice che sono buoni e dello stesso sapore di quando era bambina.
E poi il Mastro Lindo, non lo so come faccia a pulire con quelle gambe e il fischietto fra i polmoni. Ma tant’è.
Due polli, quelli da cucinare mica i già pronti. Dice che li fa a pezzi poi li congela. Chissà se ha fatto a pezzi e congelato pure il marito. Aneddoto interessante, me lo devo  segnare magari ci nasce una striscia. C’ho già il titolo. La vecchia splatter. Forse un po’ banale, però.
Le mele, quelle le fa al forno. Tipico delle vecchie.
E poi le saponette, forse ancora non ha capito che siamo nel duemilaequalcosa e hanno inventato il bagnoschiuma.
E le bottiglie di acqua. Sei o magari sete. Ha messo proprio sete, con una sola T. Forse aveva sete, mentre scriveva.
La cassiera ha i denti tutti storti, c’è del nero fra uno e l’altro e penso che una così non dovrebbe ridere mai, e invece quella apre la bocca e mi dice hai la tessera e poi sorride, glielo avranno detto i suoi capi ma lei non lo sa mica che così i clienti li disgusta e non fa mica una bella figura. Povera crista.
Piove, le gocce sono dei piccoli spilli, i piccoli spilli fastidiosi della pioggia che non vuole scendere e invece poi alla fine dice va bene.
Cosa hai fatto oggi, mi chiederà mia madre, io le dirò ho fatto la spesa per la vecchia del cazzo, e lei sarà contenta che almeno ho visto della gente e non sono stato tutto il giorno con la matita in mano.
La pioggia scende allora, e io mi tiro su il cappuccio della felpa, l’ombrello non lo uso mai, perché con l’ombrello non c’è equilibrio, cammini per forza un po’ da una parte come se c’avessi un bastone. Invece così filo via diritto con una sporta in una mano e una nell’altra.
Mi avvicino per attraversare la strada, le strisce bianche sono otto e quelle grigie come l’asfalto nove.
La paglia in bocca. Il puntino rosso della cenere che brucia. Me la tengo così, se metto tutte e due le sporte in una mano poi vado via un po’ storto come uno scemo. Perché non fai palestra, dice mio fratello. Un altro di quelli furbi, lui. Che si fa i selfie per far vedere quanto è figo ma il cervello, quello gli è andato a puttane da un pezzo, come le gambe della vecchia.
Non giro la testa per guardare , sento i rumori ovattati delle auto lontane, forse.
Eccolo lì il mio piede sulla prima striscia bianca.
Lo stridio delle gomme rompe la mia bolla, sento uno stonk, un corpo morbido che urta contro uno duro, o viceversa non lo so, ma il rumore è sordo, e il corpo morbido sono io.
Le gocce sono tanti spilli, ora li vedo bene cadere dal cielo. Sono proprio sopra di me, arrivano lenti, potrei quasi contarli.
Il corpo morbido su un parabrezza. Sono io. Cazzo di una vecchia del cazzo. Sta a casa ad aspettare la spesa.
Una donna urla.
Ambulanza, dicono.
Ho perso la paglia. Trafitta da uno spillo di pioggia, mi sa.
Spilli.
Il respiro non arriva o arriva piano non lo so, non ci capisco un cazzo.

Poi, buio.


martedì 15 settembre 2015

nebbia

Non vedo l'ora che ricominci la scuola perché non se ne può più di averli per casa e poi dai, si vede benissimo che si annoiano, ormai.
Si annoiano?
Davvero?
Eccolo lì, il salotto della casa di campagna nell'ora del silenzio, come diceva mia nonna, tendenzialmente dalle tre alle quattro, le persiane accostate per non far entrare il gran caldo, le cicale che si facevano sentire senza sosta, le mie mutande di Minnie, una canottiera e Il Corriere dei Piccoli da leggere. Il sole picchiava e il senso del dovere era un piccolo ricordo che si faceva sentire solo quando dovevo fare i compiti, rigorosamente da sola,
se non hai capito chiederai poi alla maestra.
L'acqua che scrosciava nel lavello, lei che lavava i piatti,
quando fai una piccola pausa vieni ad asciugarmi almeno le pentole.
Le mattine erano ancora più lente, le persiane spalancate e i pini che mi davano il buongiorno, la mia faccia nascosta sotto al cuscino, l'odore del detersivo da pavimenti che veniva dal piano di sotto, il bensone con la marmellata l'unico motivo valido per alzarmi.
Un'ultima coccola con il Lupo, che facevo salire di nascosto, che facevo sdraiare nel mio letto, che abbracciavo come fosse un peluche e non un cane di 60kg. Che coprivo, e
facciamo finta di essere in inverno e fuori c'è la tempesta di neve.
Io contenta e col cuore leggero, lui contento ma dispiaciuto per aver disobbedito alle regole ferree che da bravo pastore tedesco aveva memorizzato e che per nulla al mondo avrebbe infranto.
Ma era proprio per la Bambina che esistevano le eccezioni.
I giorni che scorrevano gli uni solo apparentemente uguali agli altri, fino a quando non si doveva andare in cartoleria per comperare i quaderni.
Accidenti.
La noia delle estati lente era bellissima, quelle estati in cui non era necessario per forza produrre qualcosa, in cui invece si lasciavano correre le ore stando sdraiata sul prato a fare finta di essere in un altro mondo, con altri amici, tutti fuorché quelli reali.
Piano piano le giornate erano più corte, più timide,
sta arrivando l'autunno,
diceva il nonno, e i miei piedi si facevano più freddi la sera, e compariva una trapunta sottile sul letto,
e io avevo già capito che a coprire la magia sarebbe arrivata la nebbia.
E poi arrivava la mamma a dire
dobbiamo tornare in città.
E provavo a soffiare via la nebbia alla ricerca delle mie ore lunghe di magia, ma niente. Rimanevano solo nel cuore ma vallo a dire a una bambina, che in fondo si può essere felici lo stesso.
Erano tornate la città e l'odore di abbandono dell'altra casa, chiusa per troppi giorni e l'abbronzatura, e i piedi scalzi e neri di terra e sassolini, erano solo un lontano ricordo.
Sei contenta di ritornare a scuola?, ho chiesto a mia figlia.
No, mi ha risposto.
E nel suo no ho rivisto tutta l'eternità dei suoi amici immaginari, delle sue corse nel prato, dei libri delle vacanze nascosti nel cassetto e tirati fuori solo all'occorrenza.
Però in città non ci torniamo subito, le ho promesso.
Ci saranno più giorni di piedi freddi e trapunta sul letto, e foglie che cadranno sulla collina, e pastina in brodo.
Si è incamminata con lo zaino in spalla, carico di doveri rilegati ed etichettati.
Quindi dopo la scuola ritorniamo nella casa sulla collina?
Sì che ci torniamo.
Allora, la nebbia si è fatta meno fitta.
C'è ancora spazio per qualche corsa.





venerdì 11 settembre 2015

persa

Sono in questura che aspetto il mio turno.
Non so come possa essere successo, fatto sta che non ho più la targa della macchina. Nella sala d’attesa dell’ufficio denunce c’è una vecchia, e io lo so come va a finire, quando sono con le vecchie. Va a finire che mi attaccano bottone e sono un fiume di parole e non smettono più di parlare. Di solito accade al supermercato, quando non arrivano a prendere i grissini torinesi e mi fermano e le aiuto e poi da cosa nasce cosa e mi raccontano tutta la loro vita in mezzo alla corsia e in mezzo alla gente.
Comunque.
Questa vecchia ha dei sandali piuttosto bruttini, di quelli che trovi nelle sanitarie e lo smalto rosso sbeccato, un marsupio che tiene sulla spalla destra a mo’ di borsetta e i capelli permanentati, permanente che si è fatta dopo il rientro dal mare, di sicuro.
Mi guarda e io faccio finta di niente anche se lo so, che non ho scampo. E infatti inizia col monologo.
Eh non trovo più la carta Postepay, io lo so che è in casa perché sai con la confusione del trasloco chissà dove è andata a finire ma io per sicurezza
ché al mondo non si può mai sapere e anche se la postina mi ha detto ma si figuri non ce ne è bisogno prima o poi salta fuori
ecco io per sicurezza voglio fare denuncia
che poi ho perso tutta la mattina, mica ne avevo bisogno con quel che ho da fare a casa col trasloco, appunto, ho pure le palpitazioni per l’agitazione perché certo questa benedetta carta è in casa ma dove, dove mi dico io. È il dove che non mi dà pace. Almeno non mi hanno scippata come quella volta all’ipermercato, fra l’altro era appena morto mio marito io ero un bel po’ esaurita non avevo manco voglia di parlare poi mi son ripresa bene eh
comunque avevo già quel dispiacere lì’ e zac, mentre guardavo delle canottiere nel reparto dell’intimo mi han portato via la borsetta con dentro 200 euro anzi 100 perché gli altri 100 li avevo spesi all’Oviesse e meno male che il sacchetto dell’Oviesse non me lo hanno preso. Allora sono andata dalla guardia pure un po’ arrabbiata e gli ho detto ma voi cosa ci state a fare io non lo so ah ma ora non mi fregate più perché non esco più con la borsetta ma col marsupio, così anche per strada sono più tranquilla.
(marsupio che lei porta come se fosse una borsetta, quindi siamo punto e a capo ma mi son ben guardata dal dirglielo)
Eh speriamo siano veloci perché oggi devo fare la nonna, sai ho ben quattro nipoti, mia figlia fa l’infermiera a volte vado da lei alle 6.30 del mattino per prepararli per l’asilo e la scuola ma io lo faccio volentieri eh, tanto devo solo salire una rampa di scale e...
E poi se dio vuole arriva un poliziotto che mi dice prego signora è il suo turno e io penso grazie dio ti sei ricordato di me. Il poliziotto pare appena uscito da una discoteca di Ibiza coi capelli che non sono capelli bensì tanti coni ingellati, e mi dice
Prima porta a destra ora arriva il collega per i dettagli.
Il collega scrive al pc solo con gli indici con una tale velocità e potenza che mi chiedo come possa non aver ancora bucato la tastiera. Fa proprio come nei film, e come nei film c’è una luce al neon che sfarfalla sulla mia testa.
Mi chiede tutto serio
Quando l’ha vista l’ultima volta?
A che ora esattamente? Se non esattamente, circa. Fascia oraria.
E dove l’ha vista l’ultima volta? Zona?
A un certo punto mi chiedo se ha capito si tratti di una targa e non di una persona.
Magari qualcuno la avvista e ce lo segnala, aspetti ad andare alla motorizzazione.
Quando dice la parola motorizzazione tiro un sospiro di sollievo. Ha capito che ho perso la targa e non la nonna.
Poi mi fa fare un sacco di firme e io leggo bene tutto prima di firmare, come mi ha insegnato il mio papà ché al mondo non ci si può mai fidare di nessuno manco se sei  davanti a un poliziotto.
Il poliziotto mi dà la mano e mi dice speriamo qualcuno la trovi. Se ci chiamano le faccio sapere.
E io penso di nuovo a una fantomatica e misteriosa sparizione di chissà chi. Non della mia targa che a questo punto mi manca parecchio.
E niente, poi alla fine la targa l’ho ritrovata nel parcheggio del supermercato.

Bella come il sole, senza manco un graffio, mi aspettava buona e paziente seduta su un marciapiede.