lunedì 22 giugno 2015

(non) si può avere tutto

Che bella che è, la storia di Deb, ragazza ebrea e osservante.
Pensi sia solo il solito tema sul problema della conciliazione tra famiglia e lavoro, e invece è molto di più, è soprattutto amore per la propria religione, per l'essere donna.
Deb è a un passo dalla maturità quando decide di sposarsi con Nathan, quello che sa per certo essere il suo grande amore nonostante la religione ebraica imponga loro solo il contatto visivo, prima delle nozze. 
La sua mamma, che ha dovuto scegliere fra carriera e famiglia scegliendo quest'ultima, le dice attenta, perché non potrai mai realizzarti completamente.
Ma Deb non si ferma, crede davvero sia possibile, e così si diploma e poi si laurea in Economia e Commercio, e al tempo stesso è moglie e madre premurosa di tanti figli.
Deve ogni giorno lottare contro i pregiudizi nei confronti delle donne che provano a fare carriera. Se sono donne e madri, poi, il viaggio si fa ancora più duro e impervio.
Ma lei non molla, ottiene un posto da assistente presso una prestigiosa università italiana e corre, corre fra un paper scritto per il suo capo e l'ennesimo pannolino cambiato, pianto notturno consolato, zaino preparato. Latte tirato nel bagno di un treno che la condurrà a Roma per un convegno, a due mesi dal parto. La necessità di non dire mai di no, perché non te lo puoi permettere. Basta un solo errore, e sei fuori dai giochi.
C'è, nei giorni di Deb, la consapevolezza che è davvero possibile gioire per le soddisfazioni sul lavoro e per quelle in famiglia, nonostante non la abbandonino mai né il senso di colpa né la paura di trascurare il lavoro quando è con i figli, e i figli quando è al lavoro.
Il dialogo costante con il suo Dio (D-o) è un po' il filo conduttore della storia.
Entrare nel mondo di una famiglia ebrea attraverso le vicissitudini della protagonista è stata un'esperienza affascinante, che non dimenticherò.
C'è una citazione bellissima, alla fine del libro:
"Luce in ebraico si dice OR. Il valore numerico delle sue lettere, la ghematria, è la stessa di Ein Sof, infinito. Da lì noi veniamo. Poi siamo un raggio. E diventiamo qualcuno. In quel momento il buio si accorge della nostra esistenza. E ci sfida con la sua presenza. Questo è il nostro compito, per questo veniamo messi al mondo. Per guardare il buio negli occhi e dichiarare: da te, non mi lascerò mai dominare. È una sfida eterna, un duello durante il quale non ci si può mai fermare. Ma se in una stanza buia si accende una piccolissima fiamma, quello sarà il simbolo della resistenza. La fine si collega con l'inizio, così sta scritto. La prima luce l'ho creata Io, dice D-o. Ma d'ora in poi sarà compito vostro. Prendere il buio più profondo e trasformarlo in una luce accecante. Tocca a noi, creature cacciate dall'Eden, ridare il respiro all'Infinito".
Là, dove c'è una donna il cui cuore si fa ancora più grande per accogliere il lavoro assieme ai figli, la luce è forte, scaccia il buio dell'insoddisfazione, e tende all'Infinito. 
(Non) si può avere tutto, con il "non" volutamente fra parentesi. Non togliamola mai, quella parentesi. Lasciamola lì, a ricordarci che siamo essere umani e come tali abbiamo il diritto di lottare, di provarci, di sognare.