martedì 15 settembre 2015

nebbia

Non vedo l'ora che ricominci la scuola perché non se ne può più di averli per casa e poi dai, si vede benissimo che si annoiano, ormai.
Si annoiano?
Davvero?
Eccolo lì, il salotto della casa di campagna nell'ora del silenzio, come diceva mia nonna, tendenzialmente dalle tre alle quattro, le persiane accostate per non far entrare il gran caldo, le cicale che si facevano sentire senza sosta, le mie mutande di Minnie, una canottiera e Il Corriere dei Piccoli da leggere. Il sole picchiava e il senso del dovere era un piccolo ricordo che si faceva sentire solo quando dovevo fare i compiti, rigorosamente da sola,
se non hai capito chiederai poi alla maestra.
L'acqua che scrosciava nel lavello, lei che lavava i piatti,
quando fai una piccola pausa vieni ad asciugarmi almeno le pentole.
Le mattine erano ancora più lente, le persiane spalancate e i pini che mi davano il buongiorno, la mia faccia nascosta sotto al cuscino, l'odore del detersivo da pavimenti che veniva dal piano di sotto, il bensone con la marmellata l'unico motivo valido per alzarmi.
Un'ultima coccola con il Lupo, che facevo salire di nascosto, che facevo sdraiare nel mio letto, che abbracciavo come fosse un peluche e non un cane di 60kg. Che coprivo, e
facciamo finta di essere in inverno e fuori c'è la tempesta di neve.
Io contenta e col cuore leggero, lui contento ma dispiaciuto per aver disobbedito alle regole ferree che da bravo pastore tedesco aveva memorizzato e che per nulla al mondo avrebbe infranto.
Ma era proprio per la Bambina che esistevano le eccezioni.
I giorni che scorrevano gli uni solo apparentemente uguali agli altri, fino a quando non si doveva andare in cartoleria per comperare i quaderni.
Accidenti.
La noia delle estati lente era bellissima, quelle estati in cui non era necessario per forza produrre qualcosa, in cui invece si lasciavano correre le ore stando sdraiata sul prato a fare finta di essere in un altro mondo, con altri amici, tutti fuorché quelli reali.
Piano piano le giornate erano più corte, più timide,
sta arrivando l'autunno,
diceva il nonno, e i miei piedi si facevano più freddi la sera, e compariva una trapunta sottile sul letto,
e io avevo già capito che a coprire la magia sarebbe arrivata la nebbia.
E poi arrivava la mamma a dire
dobbiamo tornare in città.
E provavo a soffiare via la nebbia alla ricerca delle mie ore lunghe di magia, ma niente. Rimanevano solo nel cuore ma vallo a dire a una bambina, che in fondo si può essere felici lo stesso.
Erano tornate la città e l'odore di abbandono dell'altra casa, chiusa per troppi giorni e l'abbronzatura, e i piedi scalzi e neri di terra e sassolini, erano solo un lontano ricordo.
Sei contenta di ritornare a scuola?, ho chiesto a mia figlia.
No, mi ha risposto.
E nel suo no ho rivisto tutta l'eternità dei suoi amici immaginari, delle sue corse nel prato, dei libri delle vacanze nascosti nel cassetto e tirati fuori solo all'occorrenza.
Però in città non ci torniamo subito, le ho promesso.
Ci saranno più giorni di piedi freddi e trapunta sul letto, e foglie che cadranno sulla collina, e pastina in brodo.
Si è incamminata con lo zaino in spalla, carico di doveri rilegati ed etichettati.
Quindi dopo la scuola ritorniamo nella casa sulla collina?
Sì che ci torniamo.
Allora, la nebbia si è fatta meno fitta.
C'è ancora spazio per qualche corsa.





2 commenti:

  1. "No", ha detto anche il mio piccolo. Anche lui vuole tornare nella casa dell'estate. O forse, semplicemente, nella casa della sua famiglia. E sì, quando ti dicono questo, la nebbia sembra meno fitta.
    Raffaella

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    1. Già. Anche quando il sole non si fa vedere per un po', e arrivano i compiti :-) Buon inizio e un abbraccio!

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