martedì 17 novembre 2015

il lupo e la bambina

Arrivava quell'attimo, in cui si doveva rientrare a casa.
E a me è sempre piaciuto moltissimo, quando il giorno non è più giorno, e la notte ancora notte non è.
Dalla finestra della cucina si vedono due cipressi, l'uno accanto all'altro, l'uno un poco più alto dell'altro.
I cipressi si facevano scuri, piano, come il cielo, a mano a mano che il sole andava a dormire per lasciare il posto alla luna.
La nonna, la nonna metteva a scaldare la zuppa per Wolf.
Wolf, lupo in inglese. Dicevo sempre. 
Nella zuppa c'erano il riso e la carne e alcune verdure come le carote e i pomodori. Quelli dell'orto, quelli più bruttini, che non si potevano mangiare in insalata né schiacciare nello scolapasta con le mani, o con il fondo del bicchiere, per farne il sugo.
La zuppa si scaldava per pochi minuti solo per mandare via il freddo del frigorifero, diceva mia nonna, e io aspettavo, aspettavo con trepidazione il mio momento.
Il giorno non era più giorno e la notte ancora notte non era, e io aspettavo il mio momento, col cielo che si faceva lilla.
La nonna mi dava in mano questa pentola grande, e io mi sentivo importante. Mi sentivo importante perché sapevo che lui era lì sulla soglia di casa, per me.
M'incamminavo verso i due cipressi e proprio ai loro piedi, appoggiavo quel riso con la carne e le verdure.
Lascialo stare, mentre mangia.
Mi diceva. Sempre.
E allora io mi sedevo per terra vicina, vicinissima a lui, con le gambe incrociate, i pantaloncini corti. La maglietta. L'umidità della terra che mi solleticava il sedere.
Ero così vicina che potevo sentirlo masticare, potevo vederlo scegliere con attenzione la carne, la sua preferita. Potevo sorridere alla vista dei chicchi di riso che si attaccavano al suo naso umido e nero come una liquirizia. Resistevo alla tentazione di accarezzarlo proprio sotto al collo, dove la pelle si faceva tenera e il pelo morbido, come dietro alle orecchie.
Ero brava. Lascialo stare, mentre mangia.
Poi, poi come al solito lasciava da parte i pomodori, e anche le carote.
Allora, allora io mettevo le mani a conchiglia e li tiravo su, assieme a un poco di riso. 
Gli sussurravo mangia che è buono.
Lui mi guardava, perplesso, ma raramente mi diceva di no. Lui era il mio fratello.
Amavo sentire i suoi denti bianchi e affilati che mi accarezzavano il palmo della mano, e la sua lingua calda e di velluto che me lo leccava.
Quei minuti di un giorno che non è più giorno e di una notte che ancora notte non è erano il nostro tempo, con la finestra della cucina illuminata, i rumori della casa in lontananza.
I cipressi che ci abbracciavano.
Il buio che arrivava, arrivava in punta di piedi per non disturbare quella bambina e quel lupo, grande come lei.
Mi capita spesso di guardare fuori dalla finestra della cucina.
I cipressi, i cipressi ci sono ancora.
E io lo so, lo so che ogni giorno, quando il giorno non è più giorno e la notte ancora notte non è, i cipressi aspettano.
Aspettano una bambina con una enorme pentola in mano, e un lupo, accanto a lei.
Aspettano di poterli abbracciare, in quegli attimi di tempo fermo.
Loro, la bambina e il lupo,
loro arrivano ogni santo giorno,
da trent'anni ormai.
Arrivano per aspettare il buio, insieme.
Poi, poi ad un certo punto la bambina urla contenta verso la finestra illuminata ha mangiato tutto.
La bambina si alza, prende la pentola con una mano.
Con l'altra batte un colpo sulla coscia nuda e andiamo a casa, Wolf.
Il lupo, il lupo segue la bambina 
perché 
perché il buio, il buio è arrivato.
E il lupo per nulla al mondo lascerebbe la bambina sola.

Il lupo e la bambina


Questo pezzo di vita è per il piccolo Samuele,
per sempre bambino, 
con i suoi nove anni.

martedì 27 ottobre 2015

libertà

Un quadro.

I due fratelli sono scalzi anzi no, uno è scalzo, l'altro ha un paio di calze grigie. Si muovono delicati nello spazio del corridoio, che con loro dentro pare ancora più lungo e largo di quello che è. Hanno delle macchinine in mano e le fanno volteggiare nell'aria piano, quasi al rallentatore. Dalla loro stanza arriva la voce di Lucio Battisti e questo è un quadro fuori dal tempo, e io rimango in un angolo a guardarli e vorrei farmi avanti ed essere con loro ma rovinerei la scena e allora mi fermo e faccio mio l'attimo. La sera arriva veloce in questo primo giorno di ora solare, e questi sono due minuti al massimo tre, ma sono un film. La maglietta del fratello più grande è rossa, rossa come la macchinina, e ha una macchia in angolo. A otto anni ancora ti sporchi facilmente quando mangi. Il piccolo ha una maglia bianca, bianca come la sua macchinina. Una Range Rover. Stanno in silenzio, e ci sono solo loro, e Battisti.
In un mondo che non ci vuole più, il mio canto libero sei tu.
In un mondo che prigioniero è respiriamo liberi io e te.
Arriva la loro mamma, dice al piccolo che di anni ne ha sette
Fatti un bel bagno ora.
La donna si muove cauta come una gatta per questa casa così grande e così vuota, così nuova. Il cuore ancora nella sua città. Si liscia i capelli con una mano, poi tiene le braccia conserte. Guarda intorno a sé questa vita nuova che vorrebbe abbracciarla. Ma lei ancora non si fida.
Le donne di Torino si portano una malinconia dentro agli occhi, che ha i colori della nebbia e di Piazza Castello e della vista mozzafiato dalla Mole. Ce l'hanno proprio lì, nell'iride, e poi la vedi che attraversa il loro corpo e le accompagna quando si sistemano i capelli da un lato mentre preparano il tè, o si mettono le mani in tasca, o ti dicono è buono il pane di quel forno che mi hai consigliato. Lo vedi, che non ne possono fare a meno di quella malinconia, perché ci sono nate e non saprebbero come fare senza, lì ci sta tutta la poesia del Po che pare abitato da lucciole quando di notte le luci dei lampioni ci cadono dentro.
S'incammina verso il bagno, quale sia dei quattro
quattro, uno a testa, una follia,
mi aveva detto
non lo so, ma sento i suoi passi sempre più lontani.
Il salotto, enorme, un divano, un tavolino. Qualche foto incorniciata.
Tanti libri. I libri sono le prime cose che le persone intelligenti portano via, quando se ne vanno, perché averli annulla le distanze.
Mi avvicino.
Dalla camera ora arriva Gino Paoli.
Io ti conosco da sempre e ti amo da mai.
Riconosco una copertina. Libertà, di Franzen.
Sorrido.
Esco,
piano.
Fai finta che solo per noi due passerà il tempo.



martedì 13 ottobre 2015

piume dorate

I messaggi della notte portano notizie bellissime o bruttissime. Non hanno vie di mezzo, i messaggi della notte.
Quello di Marta mi arriva alle 4, contiene poche righe, e in quelle poche righe ci sono sei parole, solo sei, che contano.
Malformazione gravissima incompatibile con la vita.
Marta, e la sua pancia, e quel pranzo assieme fatto solo pochi giorni prima quando tutto era perfetto.
"Comunque c'ha il pisello", mi aveva detto, e avevamo riso. Quanto sa essere sottile, il filo della felicità.
Il dolore di una sorella di cuore diventa anche il tuo, i suoi giorni di buio sono anche i tuoi, che ti fai stampella per sorreggerla, piccolo raggio di sole per illuminarla, risata per contagiarla. 
Ci provi, perlomeno.
Con il cuore che fa male e diventa così pesante ti fai presenza costante ma discreta.
Ascolti, tanto.
Non giudichi, mai.
Giochi sul tappeto con sua figlia, ci sono i mini pony col castello, inventi storie sceme e l'aria si fa più leggera, scacci via il silenzio che fa paura.
Le ho detto vedi, è una malformazione compatibile con un'altra vita, una vita di là. A volte è solo questione di mettere le parole al posto giusto.
Marta ha accompagnato Lorenzo nella sua vita di là una mattina di sole, è stata brava, Marta.
Lui è partito con la sua valigia piena di sogni e piume dorate, una per ogni giorno che ha passato in questa vita, e una piuma è tanti battiti di cuore, tanti sorrisi, tanti giochi, tante carezze. è un bambino fortunato, Lorenzo.
Se ne sta nella sua vita di là con altri bambini, non sanno il significato di parole come assenza e mancanza, semplicemente perché non le hanno mai provate. Sanno però cosa vuole dire presenza, perché è lì che vivono, nella presenza di chi li ha avuti con sé per alcuni mesi, di chi li ha sentiti piccoli nipoti acquisiti, di chi ha immaginato i loro capricci e le loro corse. Di chi non li dimenticherà mai, perché la vita di là si alimenta coi ricordi.
Chissà com'è Lorenzo, nella vita di là.
Avrà i capelli biondi? Mangerà la verdura o farà i capricci?
Poco importa, Lorenzo è un bambino felice.
Marta mi ha regalato un braccialetto, che ha il simbolo dell'infinito. Mi piace pensare siano due ali di amore, speranza e vita. Le ali di Lorenzo.
Da quando se ne è andato, la mia candela della sera brilla anche per lui.
Da quando se ne è andato, gli abbracci fra me e Marta si sono fatti più pieni.




giovedì 24 settembre 2015

spilli

Una storia.

M’ha suonato la vecchia del piano di sopra, la vecchia del cazzo.
Lei lo sa che sono sempre in casa a disegnare, pensa che sto qui a grattarmi le palle, a divertirmi e basta, invece col cazzo, mi diverto sì ma devo sgobbare, perché coi miei disegnini ci pago l’affitto.
M’ha suonato dunque e mi ha detto me la fai la spesa, per piacere?
La vecchia, la vecchia del cazzo del piano di sopra c’avrà ottant’anni ma non fa un passo senza il bastone e c’ha due gambe così grosse che fanno senso. Non è mica grasso, dice mia madre, è la circolazione che è andata a puttane, dice sempre mia madre, appunto. Quando la vecchia parla senti un fischio, come se ci fosse un fischietto messo lì fra un polmone e l’altro.
A volte mi verrebbe voglia di risponderle 
ma quel damerino d’un coglione di suo nipote, che viene qui ogni morte di papa solo per vedere se è ancora viva, non gliela può mica fare lui, la spesa?
Ma poi sto zitto e le dico va bene, e lei tira fuori dal grembiule il bigliettino e qualche banconota arrotolata, ché tanto lo sa che le rispondo sempre di sì.
Fa parte del mio pacchetto buone azioni, fare la spesa per la vecchia del cazzo del piano di sopra.
Le altre, di buone azioni dico, le disegno solo. Poi magari un giorno le faccio davvero.
La spesa, allora.
Ci stanno sempre le stesse cose.
Il carrello non lo prendo mai, perché col carrello devi stare attento alla gente.
Prendo il cestello, quello che si tira, così sono gli altri che devono stare attenti a me e quando trovo le signore tutte per bene che si lamentano perché gli ho rovinato la punta delle Prada di vernice da 400 euri dico loro oh mica c’ho gli occhi pure dietro e poi tiro diritto e chi s’è visto s’è visto.
Vuole sempre i sughi d’uva, dice che sono buoni e dello stesso sapore di quando era bambina.
E poi il Mastro Lindo, non lo so come faccia a pulire con quelle gambe e il fischietto fra i polmoni. Ma tant’è.
Due polli, quelli da cucinare mica i già pronti. Dice che li fa a pezzi poi li congela. Chissà se ha fatto a pezzi e congelato pure il marito. Aneddoto interessante, me lo devo  segnare magari ci nasce una striscia. C’ho già il titolo. La vecchia splatter. Forse un po’ banale, però.
Le mele, quelle le fa al forno. Tipico delle vecchie.
E poi le saponette, forse ancora non ha capito che siamo nel duemilaequalcosa e hanno inventato il bagnoschiuma.
E le bottiglie di acqua. Sei o magari sete. Ha messo proprio sete, con una sola T. Forse aveva sete, mentre scriveva.
La cassiera ha i denti tutti storti, c’è del nero fra uno e l’altro e penso che una così non dovrebbe ridere mai, e invece quella apre la bocca e mi dice hai la tessera e poi sorride, glielo avranno detto i suoi capi ma lei non lo sa mica che così i clienti li disgusta e non fa mica una bella figura. Povera crista.
Piove, le gocce sono dei piccoli spilli, i piccoli spilli fastidiosi della pioggia che non vuole scendere e invece poi alla fine dice va bene.
Cosa hai fatto oggi, mi chiederà mia madre, io le dirò ho fatto la spesa per la vecchia del cazzo, e lei sarà contenta che almeno ho visto della gente e non sono stato tutto il giorno con la matita in mano.
La pioggia scende allora, e io mi tiro su il cappuccio della felpa, l’ombrello non lo uso mai, perché con l’ombrello non c’è equilibrio, cammini per forza un po’ da una parte come se c’avessi un bastone. Invece così filo via diritto con una sporta in una mano e una nell’altra.
Mi avvicino per attraversare la strada, le strisce bianche sono otto e quelle grigie come l’asfalto nove.
La paglia in bocca. Il puntino rosso della cenere che brucia. Me la tengo così, se metto tutte e due le sporte in una mano poi vado via un po’ storto come uno scemo. Perché non fai palestra, dice mio fratello. Un altro di quelli furbi, lui. Che si fa i selfie per far vedere quanto è figo ma il cervello, quello gli è andato a puttane da un pezzo, come le gambe della vecchia.
Non giro la testa per guardare , sento i rumori ovattati delle auto lontane, forse.
Eccolo lì il mio piede sulla prima striscia bianca.
Lo stridio delle gomme rompe la mia bolla, sento uno stonk, un corpo morbido che urta contro uno duro, o viceversa non lo so, ma il rumore è sordo, e il corpo morbido sono io.
Le gocce sono tanti spilli, ora li vedo bene cadere dal cielo. Sono proprio sopra di me, arrivano lenti, potrei quasi contarli.
Il corpo morbido su un parabrezza. Sono io. Cazzo di una vecchia del cazzo. Sta a casa ad aspettare la spesa.
Una donna urla.
Ambulanza, dicono.
Ho perso la paglia. Trafitta da uno spillo di pioggia, mi sa.
Spilli.
Il respiro non arriva o arriva piano non lo so, non ci capisco un cazzo.

Poi, buio.


martedì 15 settembre 2015

nebbia

Non vedo l'ora che ricominci la scuola perché non se ne può più di averli per casa e poi dai, si vede benissimo che si annoiano, ormai.
Si annoiano?
Davvero?
Eccolo lì, il salotto della casa di campagna nell'ora del silenzio, come diceva mia nonna, tendenzialmente dalle tre alle quattro, le persiane accostate per non far entrare il gran caldo, le cicale che si facevano sentire senza sosta, le mie mutande di Minnie, una canottiera e Il Corriere dei Piccoli da leggere. Il sole picchiava e il senso del dovere era un piccolo ricordo che si faceva sentire solo quando dovevo fare i compiti, rigorosamente da sola,
se non hai capito chiederai poi alla maestra.
L'acqua che scrosciava nel lavello, lei che lavava i piatti,
quando fai una piccola pausa vieni ad asciugarmi almeno le pentole.
Le mattine erano ancora più lente, le persiane spalancate e i pini che mi davano il buongiorno, la mia faccia nascosta sotto al cuscino, l'odore del detersivo da pavimenti che veniva dal piano di sotto, il bensone con la marmellata l'unico motivo valido per alzarmi.
Un'ultima coccola con il Lupo, che facevo salire di nascosto, che facevo sdraiare nel mio letto, che abbracciavo come fosse un peluche e non un cane di 60kg. Che coprivo, e
facciamo finta di essere in inverno e fuori c'è la tempesta di neve.
Io contenta e col cuore leggero, lui contento ma dispiaciuto per aver disobbedito alle regole ferree che da bravo pastore tedesco aveva memorizzato e che per nulla al mondo avrebbe infranto.
Ma era proprio per la Bambina che esistevano le eccezioni.
I giorni che scorrevano gli uni solo apparentemente uguali agli altri, fino a quando non si doveva andare in cartoleria per comperare i quaderni.
Accidenti.
La noia delle estati lente era bellissima, quelle estati in cui non era necessario per forza produrre qualcosa, in cui invece si lasciavano correre le ore stando sdraiata sul prato a fare finta di essere in un altro mondo, con altri amici, tutti fuorché quelli reali.
Piano piano le giornate erano più corte, più timide,
sta arrivando l'autunno,
diceva il nonno, e i miei piedi si facevano più freddi la sera, e compariva una trapunta sottile sul letto,
e io avevo già capito che a coprire la magia sarebbe arrivata la nebbia.
E poi arrivava la mamma a dire
dobbiamo tornare in città.
E provavo a soffiare via la nebbia alla ricerca delle mie ore lunghe di magia, ma niente. Rimanevano solo nel cuore ma vallo a dire a una bambina, che in fondo si può essere felici lo stesso.
Erano tornate la città e l'odore di abbandono dell'altra casa, chiusa per troppi giorni e l'abbronzatura, e i piedi scalzi e neri di terra e sassolini, erano solo un lontano ricordo.
Sei contenta di ritornare a scuola?, ho chiesto a mia figlia.
No, mi ha risposto.
E nel suo no ho rivisto tutta l'eternità dei suoi amici immaginari, delle sue corse nel prato, dei libri delle vacanze nascosti nel cassetto e tirati fuori solo all'occorrenza.
Però in città non ci torniamo subito, le ho promesso.
Ci saranno più giorni di piedi freddi e trapunta sul letto, e foglie che cadranno sulla collina, e pastina in brodo.
Si è incamminata con lo zaino in spalla, carico di doveri rilegati ed etichettati.
Quindi dopo la scuola ritorniamo nella casa sulla collina?
Sì che ci torniamo.
Allora, la nebbia si è fatta meno fitta.
C'è ancora spazio per qualche corsa.





venerdì 11 settembre 2015

persa

Sono in questura che aspetto il mio turno.
Non so come possa essere successo, fatto sta che non ho più la targa della macchina. Nella sala d’attesa dell’ufficio denunce c’è una vecchia, e io lo so come va a finire, quando sono con le vecchie. Va a finire che mi attaccano bottone e sono un fiume di parole e non smettono più di parlare. Di solito accade al supermercato, quando non arrivano a prendere i grissini torinesi e mi fermano e le aiuto e poi da cosa nasce cosa e mi raccontano tutta la loro vita in mezzo alla corsia e in mezzo alla gente.
Comunque.
Questa vecchia ha dei sandali piuttosto bruttini, di quelli che trovi nelle sanitarie e lo smalto rosso sbeccato, un marsupio che tiene sulla spalla destra a mo’ di borsetta e i capelli permanentati, permanente che si è fatta dopo il rientro dal mare, di sicuro.
Mi guarda e io faccio finta di niente anche se lo so, che non ho scampo. E infatti inizia col monologo.
Eh non trovo più la carta Postepay, io lo so che è in casa perché sai con la confusione del trasloco chissà dove è andata a finire ma io per sicurezza
ché al mondo non si può mai sapere e anche se la postina mi ha detto ma si figuri non ce ne è bisogno prima o poi salta fuori
ecco io per sicurezza voglio fare denuncia
che poi ho perso tutta la mattina, mica ne avevo bisogno con quel che ho da fare a casa col trasloco, appunto, ho pure le palpitazioni per l’agitazione perché certo questa benedetta carta è in casa ma dove, dove mi dico io. È il dove che non mi dà pace. Almeno non mi hanno scippata come quella volta all’ipermercato, fra l’altro era appena morto mio marito io ero un bel po’ esaurita non avevo manco voglia di parlare poi mi son ripresa bene eh
comunque avevo già quel dispiacere lì’ e zac, mentre guardavo delle canottiere nel reparto dell’intimo mi han portato via la borsetta con dentro 200 euro anzi 100 perché gli altri 100 li avevo spesi all’Oviesse e meno male che il sacchetto dell’Oviesse non me lo hanno preso. Allora sono andata dalla guardia pure un po’ arrabbiata e gli ho detto ma voi cosa ci state a fare io non lo so ah ma ora non mi fregate più perché non esco più con la borsetta ma col marsupio, così anche per strada sono più tranquilla.
(marsupio che lei porta come se fosse una borsetta, quindi siamo punto e a capo ma mi son ben guardata dal dirglielo)
Eh speriamo siano veloci perché oggi devo fare la nonna, sai ho ben quattro nipoti, mia figlia fa l’infermiera a volte vado da lei alle 6.30 del mattino per prepararli per l’asilo e la scuola ma io lo faccio volentieri eh, tanto devo solo salire una rampa di scale e...
E poi se dio vuole arriva un poliziotto che mi dice prego signora è il suo turno e io penso grazie dio ti sei ricordato di me. Il poliziotto pare appena uscito da una discoteca di Ibiza coi capelli che non sono capelli bensì tanti coni ingellati, e mi dice
Prima porta a destra ora arriva il collega per i dettagli.
Il collega scrive al pc solo con gli indici con una tale velocità e potenza che mi chiedo come possa non aver ancora bucato la tastiera. Fa proprio come nei film, e come nei film c’è una luce al neon che sfarfalla sulla mia testa.
Mi chiede tutto serio
Quando l’ha vista l’ultima volta?
A che ora esattamente? Se non esattamente, circa. Fascia oraria.
E dove l’ha vista l’ultima volta? Zona?
A un certo punto mi chiedo se ha capito si tratti di una targa e non di una persona.
Magari qualcuno la avvista e ce lo segnala, aspetti ad andare alla motorizzazione.
Quando dice la parola motorizzazione tiro un sospiro di sollievo. Ha capito che ho perso la targa e non la nonna.
Poi mi fa fare un sacco di firme e io leggo bene tutto prima di firmare, come mi ha insegnato il mio papà ché al mondo non ci si può mai fidare di nessuno manco se sei  davanti a un poliziotto.
Il poliziotto mi dà la mano e mi dice speriamo qualcuno la trovi. Se ci chiamano le faccio sapere.
E io penso di nuovo a una fantomatica e misteriosa sparizione di chissà chi. Non della mia targa che a questo punto mi manca parecchio.
E niente, poi alla fine la targa l’ho ritrovata nel parcheggio del supermercato.

Bella come il sole, senza manco un graffio, mi aspettava buona e paziente seduta su un marciapiede.

domenica 26 luglio 2015

insieme

Aspettavamo che arrivasse il buio, per uscire.
Mettevo anche io solo la canottiera perché volevo essere come loro, i maschi, sentire l'umidità della campagna che mi si appiccicava alla pelle, e poi si prendeva un bastone ciascuno, e la torcia, che accendevamo solo qualche volta, perché in realtà ci piaceva molto vagare, avere come punto di riferimento solo la luce di casa che si faceva piccola passo dopo passo. 
Si scendeva giù per la collina impavidi e spavaldi, vieni!, dicevamo al Lupo ma il Lupo, che era di gran lunga più saggio di noi, rimaneva per un bel po' seduto in cima, seguendoci con lo sguardo. Lui sapeva, quando era il momento di venire al nostro fianco. Era una figura nera, nera come la notte tutta intorno, incuteva timore, così grande e possente, e questo ci riempiva di orgoglio perché lui era con noi, lui ci avrebbe protetto senza indugi.
La prima tappa era dentro alla casetta, quella che sta ai piedi della collina. Lì dentro, protetti da quattro piccole mura, mettevamo la torcia per terra, tre volti di bambino illuminati solo da quel fascio di luce, e pianificavamo la missione, con brividi di eccitazione mista a paura.
Ed era proprio quando si usciva e si svoltava l'angolo che il Lupo ci sentiva solo, senza vederci. E allora lo vedevi galoppare giù, e unirsi a noi.
Nessun adulto si preoccupava mai di controllare dove fossimo. Erano tranquilli, con il Lupo. Tutti, eccetto la nonna: a volte usciva con le mani sui fianchi urlando al vuoto dove siete, 
arrivavano prima o poi delle piccole voci che rispondevano siamo qui.
Un qui che era tutto e niente ma questo, le bastava.
Stare seduti accanto al pozzo con gli aghi di pino che ci pungevano il sedere a raccontarci storie di diavoli e streghe era la cosa più spaventosa in assoluto, loro facevano i grossi e pure io, che mai avrei voluto fare la parte della femminuccia timorosa. C'immaginavamo figure losche nascoste fra le fronde e allora via, correvamo alla cieca con la schiena curva per schivare i rami, convinti che qualcuno ci stesse inseguendo. 
Quanti sono i nostri momenti felici, quelli che salviamo nelle pagine della testa, sono mille o duemila o forse più, e lo sono spesso per motivi piccoli e imperfetti e per questo sani.
E fra questi ci metto la corsa verso la casa, su per la collina. Ci metto tre teste che si voltano e vedono il Lupo dietro, pronto a proteggerli. Ci metto tre schiene sudate e tre bocche che ridono e gridano vai, vai, vaiii, e sei piedi scalzi e sporchi, ce lo metto, perché in cima non arrivava mai prima uno, o l'altro. In cima, se proprio ci devo pensare bene, arrivavamo insieme. 


lunedì 22 giugno 2015

(non) si può avere tutto

Che bella che è, la storia di Deb, ragazza ebrea e osservante.
Pensi sia solo il solito tema sul problema della conciliazione tra famiglia e lavoro, e invece è molto di più, è soprattutto amore per la propria religione, per l'essere donna.
Deb è a un passo dalla maturità quando decide di sposarsi con Nathan, quello che sa per certo essere il suo grande amore nonostante la religione ebraica imponga loro solo il contatto visivo, prima delle nozze. 
La sua mamma, che ha dovuto scegliere fra carriera e famiglia scegliendo quest'ultima, le dice attenta, perché non potrai mai realizzarti completamente.
Ma Deb non si ferma, crede davvero sia possibile, e così si diploma e poi si laurea in Economia e Commercio, e al tempo stesso è moglie e madre premurosa di tanti figli.
Deve ogni giorno lottare contro i pregiudizi nei confronti delle donne che provano a fare carriera. Se sono donne e madri, poi, il viaggio si fa ancora più duro e impervio.
Ma lei non molla, ottiene un posto da assistente presso una prestigiosa università italiana e corre, corre fra un paper scritto per il suo capo e l'ennesimo pannolino cambiato, pianto notturno consolato, zaino preparato. Latte tirato nel bagno di un treno che la condurrà a Roma per un convegno, a due mesi dal parto. La necessità di non dire mai di no, perché non te lo puoi permettere. Basta un solo errore, e sei fuori dai giochi.
C'è, nei giorni di Deb, la consapevolezza che è davvero possibile gioire per le soddisfazioni sul lavoro e per quelle in famiglia, nonostante non la abbandonino mai né il senso di colpa né la paura di trascurare il lavoro quando è con i figli, e i figli quando è al lavoro.
Il dialogo costante con il suo Dio (D-o) è un po' il filo conduttore della storia.
Entrare nel mondo di una famiglia ebrea attraverso le vicissitudini della protagonista è stata un'esperienza affascinante, che non dimenticherò.
C'è una citazione bellissima, alla fine del libro:
"Luce in ebraico si dice OR. Il valore numerico delle sue lettere, la ghematria, è la stessa di Ein Sof, infinito. Da lì noi veniamo. Poi siamo un raggio. E diventiamo qualcuno. In quel momento il buio si accorge della nostra esistenza. E ci sfida con la sua presenza. Questo è il nostro compito, per questo veniamo messi al mondo. Per guardare il buio negli occhi e dichiarare: da te, non mi lascerò mai dominare. È una sfida eterna, un duello durante il quale non ci si può mai fermare. Ma se in una stanza buia si accende una piccolissima fiamma, quello sarà il simbolo della resistenza. La fine si collega con l'inizio, così sta scritto. La prima luce l'ho creata Io, dice D-o. Ma d'ora in poi sarà compito vostro. Prendere il buio più profondo e trasformarlo in una luce accecante. Tocca a noi, creature cacciate dall'Eden, ridare il respiro all'Infinito".
Là, dove c'è una donna il cui cuore si fa ancora più grande per accogliere il lavoro assieme ai figli, la luce è forte, scaccia il buio dell'insoddisfazione, e tende all'Infinito. 
(Non) si può avere tutto, con il "non" volutamente fra parentesi. Non togliamola mai, quella parentesi. Lasciamola lì, a ricordarci che siamo essere umani e come tali abbiamo il diritto di lottare, di provarci, di sognare.




mercoledì 6 maggio 2015

ninì

Te ne stai seduto sulla tua poltrona davanti alla televisione, ogni pomeriggio dopo le 17.
Io mi avvicino per darti un bacio e tu mi porgi la guancia che profuma di dopobarba e di sigaro.
Ciao Ninì, mi dici.
La televisione è accesa sull'Ispettore Derrick che io in realtà non ho mai guardato veramente, io guardo te che non perdi una scena, che provi a supporre come potrebbe andare a finire la puntata.
Mangio i Ringo Boys, proibitissimi a casa mia, inzuppati nel tè. 
Fuori fa freddo, ma nel tinello con la porta socchiusa si sente il caldo, il caldo dei nonni.
Nel tuo studio tutto è rimasto come lo avevi lasciato, ogni cosa al suo posto perché ogni posto ha la sua cosa, dicevi.
Da quando te ne sei andato siamo più pasticcioni, dice sempre la nonna, perché tu eri uno preciso e con te tutto girava nel modo giusto.
Non ho capito se ora l'ingranaggio è più arrugginito per via della tua precisione che ci manca nella quotidianità delle cose, o perché non ci sei più tu che mi chiami Ninì.
Chissà come ti era venuto in mente quel soprannome così dolce, così fiabesco, così in contraddizione coi tuo essere in apparenza, solo in apparenza, io lo so, burbero e severo.
Nella libreria ancora c'è un piccolo raccoglitore, la prima pagina reca la scritta La mia vita.
Scrivi da ragazzo, a scuola andavo piuttosto bene. Ho studiato ragioneria e la sera, dopo aver finito di studiare, mi piaceva scendere nella fabbrica di mio padre per aiutare a decorare le spongate e mescolare il cioccolato.
Oggi sono nove anni che non ci sei più e il tuo pensiero non porta più sospiri ma un sorriso, perché so decori spongate e mescoli cioccolato ogni giorno, inzuppi il dito al volo per assaggiarlo con gli occhi chiusi, come facevi sempre, e sei tornato ragazzo coi calzoncini corti e i capelli ben pettinati con la riga da una parte e ancora, ancora e ancora, mi chiami Ninì.



sabato 11 aprile 2015

sorellanza

Le sei di una calda mattina di luglio degli anni ottanta.
Vengo svegliata dal telefono di casa, prima, e da mia zia che risponde, poi. Dice è nata, evviva, è andato tutto bene? Quanto pesa? Ok, sì, ciao, a dopo.
Sono gli anni ottanta, appunto, quando ancora per comunicare una notizia si deve telefonare a casa, non importa se è l'alba.
In quel momento, in quel preciso momento in cui ho sentito le parole è nata ho aperto gli occhi, fissato il muro, pensato che da quel momento non sarei più stata sola, che sarebbe andato tutto bene.
Bene, sì, anche se non era un maschio e non sarebbe stato Alessandro, questo avevo per la testa quando mia madre alcuni mesi prima mi aveva detto è una femmina e io avevo dovuto cancellare dalla mente una versione in carne e ossa del mio bambolotto.
Ci sono fratelli che sono figli unici, e se lo fossero davvero sarebbe forse meglio. Ci sono fratelli che non si capiscono o non vogliono capirsi, fratelli che si tradiscono. Fratelli che si ignorano.
Tante persone fanno un secondo figlio perché così fa compagnia al primo, dando per scontato tante, troppe cose che forse arriveranno, forse no.
Poi, poi ci sono la fratellanza, e la sorellanza, che sono una cosa diversa, diversa dall'avere un fratello o una sorella.
Ci vogliono fortuna e un giusto incastro del destino, ma soprattutto un volersi che nessun genitore, per quanto bravo, potrà mai insegnare ai figli.
Cosa vuole dire avere davvero una sorella, mi ha chiesto un giorno una amica figlia unica.
Non ho nemmeno avuto bisogno di pensarci, nonostante non me lo avesse mai chiesto nessuno prima, nonostante tutti forse diano per scontato il vero significato di un rapporto così.
La sorella è come un figlio, è amore viscerale, è senso di appartenenza, è consapevolezza di avere lo stesso sangue nelle vene, di avere abitato la stessa pancia per nove mesi. Una sorella vera è per sempre, è il tuo cuore che batte col suo, è capirsi con uno sguardo. Pensarsi.
Una sorella vera non può essere come l'amica del cuore, come la cuginetta con la quale sei cresciuto fin dalla nascita,
perché ce l'hai dentro, perché c'è sempre stata anche quando era solo un desiderio, o forse nemmeno ci pensavi,
come un figlio, appunto.
La sorellanza è un campo di margherite con i primi raggi di un sole di primavera che illuminano i prati,
solo che non lo vedi solo quando arriva il caldo,
lo vedi ogni giorno della tua vita,
le margherite della sorellanza puoi raccoglierle, farne una coroncina per i capelli o un mazzolino da tenere in mano, perché le margherite della sorellanza ritornano, non temono il freddo né la tempesta, vanno oltre la mortalità delle cose,
col loro gambo sottile e i petali che ti solleticano le dita,
un m'ama non m'ama che è sempre un m'ama.
un giorno d'inverno mia sorella è rimasta sulla seggiovia, una di quelle in cui si sta in piedi, aveva tre anni, l'operatore ha tardato un secondo nel prenderla, una cosa da poco, ma io l'ho vista andare via e ho urlato
mia sorella
come se mi stessero strappando via un pezzo di me stessa,
non l'ho mai dimenticato quel momento,
e quello successivo in cui con un balzo è stata presa, riportata vicino a me,
va tutto bene,
adesso va tutto bene.
Ho di nuovo lei.
Il mio campo di margherite.

Probabilmente siano tutti guardiani di nostro fratello, come dice la Bibbia, dotati di uno dei più antichi e forse più inutili ma certamente più ossessivi istinti del mondo. Che non ci abbandona mai.
(In mezzo scorre il fiume, Norman Maclean)






mercoledì 1 aprile 2015

il senso delle cose

Là c'è sempre un senso delle cose lasciate a riposare come un impasto, lasciate a riposare ma mai abbandonate.
Un pennarello rosa ancora sporco di terra, appoggiato sopra al tavolo in ferro battuto sotto al portico,
dei palloncini rosa fucsia bianchi parecchio sgonfi e impolverati, attaccati alle colonne.
Un paio di scarpe piene di terra, proprio davanti alla bascula del garage,
scarpe da lavoro che avranno trent'anni e indossavo per gioco quando ero piccola.
La casetta dei giochi, l'edera rampicante che ha raggiunto il tetto, fili d'erba ormai secchi dentro alle pentole giocattolo, il piccolo tavolo con le piccole sedie in un angolo. I piccoli vetri delle piccole finestre sporchi e chiusi ma le piccole persiane aperte, sempre aperte.
Siamo passate proprio lì vicino e non abbiamo resistito alla tentazione di fermarci, con quel sole e quell'aria di nuove promesse che solo la primavera sa regalare, dicono, io non lo so perché a me piace di più l'inverno che copre le cose e tu devi andartele a cercare,
siamo passate lì vicino, dunque, e siamo entrate.
Ho aperto tutte le persiane per fare entrare il caldo e lasciare respirare i muri intorpiditi dall'umidità dei mesi passati. Le stanze si sono riempite di luce che arrivava dentro diretta, senza il filtro delle fronde degli alberi in estate.
C'erano poi delle margherite, nel boschetto, ne ho raccolte alcune, ho fatto un piccolo fermaglio, quanti ne facevo così quando ero piccola,
ho fatto un piccolo fermaglio quindi e gliel'ho messo fra i capelli.
Vieni, ci sono anche le violette, mi ha detto mentre correva libera.
Mi ha portata nel suo albero, per farmi vedere quanto è brava ad arrampicarsi,
le ho fatto una foto mentre faceva la V con la mano, appesa come una scimmietta.
Ha ritrovato alcuni suoi giocattoli nella sua stanza, nel punto esatto in cui li aveva sistemati mesi fa, perché noi quando ce ne andiamo per aspettare il freddo altrove non mettiamo mai via niente, come se dovessimo partire solo per un fine settimana,
come se avessimo paura la casa possa soffrire di solitudine, alcuni grissini e delle scatolette di tonno nella dispensa, perché non si sa mai
La casa si è fatta calda in fretta, forse perché c'eravamo noi, oltre al sole.
Le rose sono pronte per rifiorire, nel roseto che sarà un arcobaleno di colori fra poche settimane,
non hanno mai smesso di stupirci coi loro colori pastello anche quando mia nonna se ne è andata,
mia nonna che stava in fissa con la Madonna e le rose,
io dico che ovunque lei sia ora sarà molto felice di tutto questo,
anche se una idea di dove sia precisamente ce l'ho.
Il sole iniziava a scendere lento, un sole che già promette bagni al mare e castelli di sabbia ma ora ancora dice bisogna andare.
Ho chiuso tutte le persiane mentre lei stava seduta sulla panchina fuori, accanto al camino.
Guardava verso il suo albero, di fianco a lei una paperella in plastica gialla, di quelle che nuotano nell'acqua se le carichi con la rotellina che hanno nel fianco.
Non è mai il momento giusto per andarsene dal quel posto,
chiudo la bascula, apro il cancello.
Nel suo roseto, fra le rose. Mia nonna è lì. Fra le cose lasciate a riposare ma mai abbandonate. 
Mai dimenticate.

mercoledì 4 marzo 2015

sono qui

Di solito la sua lezione è il sabato pomeriggio ma questa settimana siamo andate di martedì, dopo la scuola.
L'equitazione è una dipendenza, mi ha detto una signora un giorno.
Lo so, le ho risposto.
Siamo andate di martedì, dunque: lei ha fatto la sua lezione e poi dal campo mi ha detto
mamma, vado a fare una passeggiata a cavallo fuori, con l'insegnante. Vieni anche tu?
Ho camminato accanto al cavallo, e mi sono sentita zoppa, perché il mio posto è sempre stato in sella.
Il sole era una palla enorme arancione sfregiata dai rami spogli degli alberi, l'aria, l'aria era la stessa identica di venticinque anni fa dove tutto proprio lì era iniziato per me. La vita è una ruota che gira, a volte basta sedersi e aspettare che tutto ritorni.
Il rumore degli zoccoli del cavallo ci facevano compagnia, le parole non servivano.
Le parole, coi cavalli, sono un di più. Ci si dice tutto con gli sguardi, le carezze, i piedi a riposo fuori dalle staffe, le redini lunghe. Il corpo appoggiato al loro collo, le braccia che lo stringono forte, la criniera che ti solletica il naso. Un uomo e un cavallo che diventano un tutt'uno, due cuori e due cervelli che viaggiano sullo stesso binario.
Poi, lei ha dissellato il cavallo, lo ha pulito e rimesso nel box. Una carota come premio.
Gesti che ho fatto milioni di volte e che ora vedo fare a lei, come se avessi uno specchio davanti a me fermo sul passato.
Andiamo su in tribuna a vedere l'altra lezione? Saltano, mamma. Voglio vederli.
Ci siamo sedute, proprio lì su quel divanetto dove io ho passato non so quanti pomeriggi. Il cap appoggiato a terra con i guanti dentro. Le ghette accanto. Addosso gli stivaletti impolverati con i calzettoni al ginocchio che coprono i pantaloni.
Siamo arrivate tardi a casa, non abbiamo fatto la spesa, non abbiamo cenato in orario, io non ho fatto tante cose.
Ma.
Abbiamo lasciato passare i minuti con leggerezza, seguito con interesse una lezione, parlato di ostacoli, di concorsi che andremo a vedere.
Mamma poi me lo fai vedere quel video dove ci sei tu che fai il concorso?
Sì, che te lo faccio vedere.
Me lo prometti, questa volta?
Te lo prometto.
Ci sono cose troppo belle che fa ancora male rivedere, ma bisogna andare oltre e io ho imparato una cosa.
I luoghi che ti regalano la pace vera, non si dimenticheranno mai di te.
Ti si tatuano sulla pelle, per sempre, per ricordarti chi eri. Sono sempre lì, un po' ammaccati e impolverati, invecchiati, forse, ma in gran forma. Può capitare di perderne alcuni nel corso degli anni, per motivi indipendenti dalla nostra volontà e quando penserai a loro, il tuo respiro sarà sempre strozzato.
C'è una cosa che prima o poi si deve fare.
Alzarsi, andarli a cercare seguendo le vie del destino che sono tortuose e insidiose e infinite, ma raramente sbagliano. Scegliere il percorso che un giorno sarà quello giusto e ti porterà al tuo luogo, quello che ti fa fare respiri lunghi e distendere i nervi.
Presentarsi alla sua porta e dirgli 
Hey, sono qui. 
Non ho mai smesso di aspettarti, ti risponderà.




sabato 14 febbraio 2015

ancora una pagina

La mia maestra delle elementari ogni giorno, e non ne saltava uno di giorni, quando mancavano venti minuti al suono della campanella cascasse il mondo smetteva di spiegare e ci diceva
adesso mettete via tutto, che vi leggo un libro
tutti i libri di Roald Dahl, ci ha letto.
Stava in piedi davanti a noi, col sedere appoggiato alla cattedra, e raccontava la storia del GGG o di Matilda e noi ce ne stavamo in silenzio, con la cartella, la vera cartella degli anni ottanta che ora non va più di moda fra i bambini che hanno tutti uno zaino enorme, addirittura alcuni se li tirano dietro tipo trolley, una cosa agghiacciante,
ce ne stavamo con la cartella, appunto, buttata sul banco e la faccia che ci sprofondava dentro, le braccia che l'abbracciavano, ad ascoltarla.
La sua voce era la nostra guida che ci portava a conoscere mondi nuovi e fantastici popolati da creature meravigliose e noi eravamo lì con loro, in un attimo eravamo nella storia e camminavamo accanto al protagonista, ridevamo e correvamo e ci spaventavamo assieme a lui.
Era perfetta, la mia maestra, io me la ricordo come se fosse ora, 
era perfetta perché noi non volevamo che la campanella suonasse, cosa curiosa per dei bambini che hanno passato tutta la mattina a scrivere e imparare, e quando sentivamo il trillo le dicevamo
no maestra, no, ancora una pagina per piacere
e lei ci rispondeva
bene, facciamo che arrivo alla fine di questa e poi ci metto il segno e continuiamo domani.
Poi, succedeva che quei libri ti piacevano così tanto che te li facevi comperare dalla mamma e li rileggevi a casa.
Ecco, questa cosa della maestra me l'ha fatta ritornare alla mente la mia amica Valentina, alcuni giorni fa.
Mi ha detto 
ti ricordi quando la maestra ci leggeva i libri?
E io me lo ricordavo sì, era un ricordo bello che non se ne era mai andato ma aveva solo bisogno che qualcuno ci togliesse la polvere, come succede coi tesori che trovi nella cantina dei nonni.
Ho pensato che le maestre oggi dovrebbero fare così, ad un certo punto fregarsene del programma, obbligare i bambini a chiudere tutto, e portarli per mano via dal mondo reale.
Io la mia maestra non la dimenticherò mai, perché è stata la prima, la prima in assoluto ad avermi insegnato che con un libro in mano tu hai le ali, e puoi volare.

mercoledì 14 gennaio 2015

adesso

Io andavo sempre a teatro con il mio amico Andrea.
Avevamo proprio fatto l'abbonamento io e lui, per diversi anni.
Era una cosa un poco insolita per due ragazzini che non avevano nemmeno la patente, ma noi la trovavamo molto divertente.
Mi mettevo le scarpe con il tacco e la gonna, lui la camicia e la giacca. Ci sentivamo moto belli, molto eleganti e molto grandi.
Avevamo preso un piccolo palco, piuttosto laterale e vicino al palcoscenico.
Fu lo stesso per alcuni anni, anche quando eravamo più grandi e io avevo preso la patente,
lui no, perché lui amava la sua bicicletta e cascasse il mondo si muoveva solo con quella,
sole, pioggia, neve, caldo o freddo non importava, lui pedalava come un matto per le vie della città ed era contento, lo capivi che era contento perché aveva gli occhi contenti, appunto.
Andavo a teatro col mio amico Andrea, dunque, e guardavamo di tutto.
A volte c'erano degli spettacoli noiosissimi e ci veniva sonno, a volte perfino ridevamo da quanto ci stufavamo.
Erano i tempi in cui a sedici anni il cellulare mica lo avevi e così passavamo gli intervalli a chiacchierare, e chiacchieravamo anche durante gli spettacoli quando questi erano noiosi, appunto, però stavamo bene attenti a sussurrare per non farci sentire dai vicini, per non disturbarli.
Ci piaceva molto anche guardare quelli che stavano giù in platea, però non c'era mai nessuno della nostra età, al massimo qualche scolaresca trascinata dal professore di turno, oppure degli amici dei nostri genitori.
Le maschere ci salutavano sempre in un modo diverso, che riservavano a noi. Chissà cosa pensavano di questi due ragazzini con l'abbonamento in mano e la verifica di matematica il giorno dopo.
Una sera siamo andati a vedere uno spettacolo di Paolo Poli, quello che raccontava anche le storie per bambini e tu le ascoltavi in cassetta, se ci guardo bene nella cantina dei miei genitori le trovo di certo perché io non butto mai niente e a volte non buttare le cose è un bene. Solo a volte, però.
E Paolo Poli ci fece divertire da morire, io avrei passato la notte intera ad ascoltarlo mentre parlava, ci aveva stregati con la sua voce e i suoi gesti e mi ricordo che quando siamo usciti da teatro eravamo così su di giri che non smettevamo di ricordare i pezzi che ci erano piaciuti di più.
Ad un certo punto avevamo smesso di fare l'abbonamento perché io ero andata a studiare in un'altra città ed era diventato un problema, però quando ritornavo a casa ci sentivamo e la prima cosa che ci dicevamo era "cosa c'è a teatro?"
A me piaceva andare un sacco ballare in discoteca, e poi andare a teatro con Andrea.
Io adesso non ci posso più andare, a teatro con Andrea, perché lui è morto e così il teatro è sempre stato un poco un problema per me da diciamo tre anni circa, perché a me sembra sempre di vederlo seduto in quel palco che a occhio e croce era circa il terzo a destra partendo dal palcoscenico, è solo che se guardo bene in realtà lui non c'è davvero. Non c'è mica.
Comunque, ho deciso che le cose devono pur andare avanti e allora io se c'è da andare, ma solo se qualcuno me lo chiede e solo se il biglietto andasse perso se io dicessi di no perché un qualche accompagnatore non può per i suoi motivi, ecco io se c'è da andare dico sì.
Ma di mia spontanea volontà io alla biglietteria del teatro a comperare un biglietto non ci vado mica più, perché tutto ha un suo tempo per passare e correre via lontano.
Aspetto che questa cosa se ne vada via lontana e diventi un puntino.
Intanto una delle mie gatte si chiama Andrea, e mi piace poter di nuovo dire Ciao Andrea, adesso.



giovedì 8 gennaio 2015

due

Sono diventata di nuovo mamma, di due gemelline.
La più grande si chiama Andrea, la più piccola Martina.
Hanno poco più di due mesi, occhi vispi e verdi ma di un verde delicato, quasi annacquato. 
Il pelo bianco e rosso.
Sono due gatte.
Andrea è riflessiva, cauta e moderatamente posata. Introversa. Non ama siano gli altri a cercarla per le coccole: preferisce avvicinarsi lei, quando ne ha voglia.
Martina è esuberante, estroversa, impicciona, con manie di protagonismo. Vorrebbe essere la prima a fare tutto: a mangiare, a salire sul divano, a ricevere carezze. Ama farsi notare ed esibirsi. La sorella, preferisce guardarla. Spesso con aria di sufficienza, acciambellata sul bracciolo della poltrona.
È facile trovare Andrea dietro ai miei libri, solo il muso che spunta fuori, curioso. Ha una macchia rossa sotto all'occhio sinistro, e alcune sparse sulle zampe. È molto buffa, paiono il vezzo di un pittore pazzo. Andrea, è di una bellezza imperfetta.
Martina invece è bravissima a palleggiare con la sua pallina verde. Fila via veloce facendola rimbalzare fra una zampa e l'altra come il migliore dei calciatori. Ha i lineamenti delicati e precisi, come se fossero stati disegnati con l'attenzione di un allievo che vuole meritare il voto più alto.
Andrea si sdraia accanto al pc, quando lavoro. Martina fa molto baccano. Calpesta la tastiera aprendo e chiudendo documenti, digitando file infinite di lettere messe giù a caso. Ogni tanto devi dirle basta, provare a metterla sulla retta via perlopiù senza successo. 
Il mio gatto, il mio gatto che dopo 23 anni insieme se ne è andato due anni fa, credo sia molto orgoglioso di me.
Prendersi cura degli altri è il modo migliore per curare noi stessi.