martedì 24 giugno 2014

désir

È ritornato il tempo,
dei giorni nella casa di campagna, quei suoi occhi grandi e scuri che sono le persiane hanno aspettato per mesi in silenzio e con pazienza.
È ritornato il tempo,
di sentirla ridere piano, quando ci sente arrivare chiassosi e si stiracchia, e sbadiglia pensando eccovi. Io lo so, che col sole di maggio arrivate.
Di sentirsi in vacanza anche se in vacanza ancora non si è
piccoli e grandi piedi nudi che corrono e camminano nel prato
albicocche da raccogliere un attimo prima che gli storni le notino e decidano di beccarle
amici che arrivano anche senza preavviso, per due patatine uno spritz e una partita di calcio, e lo spritz e le patatine non mancano mai, nemmeno qualche pezzo di pizza al taglio nel freezer
il campanello sopra alla cassetta della posta che mai, mai nessuno riesce a trovare e allora c'è chi ti chiama a gran voce per farsi aprire, o magari ti telefona
feste, perché non esiste la casa di campagna senza le feste e
piatti bicchieri posate in plastica sempre in gran quantità, nel mobile della sala
bambine che gridano di gioia mentre giocano a fare la signora e a esplorare il bosco e qui, qui non hai bisogno di controllarle, perché la casa dai tanti occhi scuri che ha visto crescere quattro generazioni di donne le segue e le controlla, vigile
un piccolo tavolo bianco in ferro battuto con tre piccole sedioline, una tovaglia verde come il prato sotto ai loro piedi e tre piatti tre bicchieri tre forchette, una cena improvvisata fra piccole amiche con piccoli discorsi segreti sussurrati all'orecchio.
i due cipressi che ogni giorno, quando il giorno non è più giorno e la notte ancora notte non è, vedono arrivare il lupo e la bambina, basta volerlo e loro arrivano, arrivano davvero, la bambina che non ha mai amato molto giocare con gli altri cuccioli di uomo troppo spesso troppo spaventati da quel grande lupo nero, che per questo veniva lasciato dentro alla casa a guardarli giocare attraverso il vetro, con gli occhi attenti e le orecchie diritte e il dispiacere nel cuore
una trapunta leggera piegata sul divano, che userai per coprirti quando arriverà la notte e tu vorrai tenere aperte le finestre, per sentire i grilli
le cose che abitano la casa, sempre uguali e sempre le stesse, un po' démodé ma non importa, perché il ricordo conforta e fa guardare avanti
la cena con il tg in sottofondo, quello delle 20, e anche quello delle 20.30 perché i nonni hanno quello e il quotidiano, che leggono in divano dopo pranzo, bevendo il caffè
la collina, perché è sopra una piccola collina che la casa vive col suo pozzo e il suo portico e il suo roseto e tutte le cose che se chiudi gli occhi puoi trovare in tutte le favole ma qui le hai davvero
e le corse con la bici giù, per quella collina, le mani ben salde sul manubrio e le gambe diritte verso il cielo alle quali nessun bambino ha mai saputo resistere
la pace, perché è qui che si viene per trovarla, dove tutto viaggia sui binari giusti, anche i tuoi pensieri
E poi,
poi c'è un quadro appeso in cucina.
Quando mia madre me lo fece vedere per la prima volta, 
mi chiese cosa vedi?
E io risposi un paesaggio e un cielo con le stelle
Lei allora me lo indicò bene dicendomi non avere fretta, guarda meglio.
Désir.
Alcune stelle formavano la parola désir, desiderio.
È ritornato il tempo,
di fare colazione ogni mattina davanti a un cielo pieno di promesse, e di esprimere desideri.









giovedì 12 giugno 2014

invincibili

Vedi l'ostacolo, da lontano.
Conti i tempi di galoppo, sarà almeno la millesima volta che lo fai, ormai hai occhio.
Sono cinque.
Ti avvicini e pensi oddio quando ho fatto la ricognizione del campo non era così alto, eppure, eccolo qui.
Tu e lui, il tuo cavallo, siete una squadra. 
I tempi di galoppo sono cinque, dunque, e inizi a contare,
quattro,
tre,
due,
stringi forte le gambe, lui corre convinto, ma ha bisogno di sapere che ci sei.
Potrebbe rifiutarsi, o inchiodare,
o tu potresti aver sbagliato a contare, come quella volta in cui sei rimasta indietro per poi volare in avanti oltre lui,
lui che salta senza di te e poi inchioda così forte da cadere ma era troppa la sua paura di schiacciarti, e te li ricordi i suoi zoccoli a venti centimetri dalla tua schiena, il tuo braccio rotto,
e per un attimo questi pensieri ti passano per la testa, e sono pensieri che portano la paura.
Ma tu la mandi via perché sei più forte, certo che lo sei e allora guardi oltre, oltre l'ostacolo, perché è così che l'istruttore ti ha sempre insegnato, a lezione.
Se guardi oltre il cavallo lo sentirà, siete una cosa sola voi due, e lui ha bisogno anche del tuo coraggio.
Non puoi indugiare, o lui si sentirà abbandonato.
Uno,
manca un solo tempo e
dovete volare, insieme.
Stringi le gambe con tutta la forza che hai, ti metti sull'inforcatura, allenti le redini, sei vicina al suo collo, così vicina che praticamente lo abbracci e senti il suo odore, 
l'odore delle lezioni sotto il sole d'agosto e nella nebbia di novembre,
delle carote sgranocchiate insieme nel suo box, 
delle sue musate contro la tua schiena per farti capire che ti vuole bene, 
del prato d'inverno, una giacca verde imbottita per te e una coperta blu per lui, una passeggiata in silenzio e quanto amavi quei silenzi,
della pomata per quella sua fastidiosa flebite, ora solo un brutto ricordo, 
della sua presenza dietro di te, ti segue lungo il corridoio della scuderia come un cane fedele. 
Senti l'odore della fatica e poi del riposo,
di un vivere quasi in simbiosi,
e,
ora, volate.
E lassù, sospesi nell'aria,
invincibili,
proprio invincibili,
siete bellissimi.



mercoledì 4 giugno 2014

la forma di un ricordo


C'è sempre stato un che di assoluto, maestoso e teatrale nel suo modo di essere.
Prendeva la vita con irruenza, lei, quella dei grandi drammi e dei grandi amori,
delle grandi sfuriate e dei grandi baci che ti toglievano il fiato.
L'ho imparato con gli anni, che bisognava semplicemente lasciarla senza provare a domarla, ché sarebbe stato impossibile. 
Sedersi e aspettare, aspettare che la tempesta se ne andasse dai suoi occhi azzurri per far posto alla quiete.
Lei, donna pratica che non amava perdersi in quisquilie, aveva un rapporto molto fisico perfino con la religione. 
Mai e poi mai avrebbe recitato il rosario nella penombra della camera da letto, magari in ginocchio e con gli occhi chiusi.
L'ho ancora qui, davanti agli occhi, e dice a voce alta un padre nostro in cucina mentre asciuga le pentole del pranzo e le ripone nella mensola, padre nostro che sei nei cieli *che dio ti fulmini, maledetto* rivolgendosi a un coperchio che le era accidentalmente caduto a terra - sia santificato il tuo nome.
Per non parlare dei miei pasti, che dovevo per forza finire sennò la madonna piange.
E così io non lasciavo mai nulla per la paura di vedere la poverella in un angolo a versare lacrime amare per colpa mia.
Ci fu un periodo piuttosto lungo in cui prima di Natale organizzava con alcune inquiline il Rosario dell'Avvento, termine che non ho mai capito se davvero esistesse o fosse frutto del suo fervore religioso.
Una volta alla settimana si riunivano tutte in preghiera prima di cena, nell'androne del palazzo.
Io amavo molto quei momenti per due motivi che a dire il vero nulla avevano a che fare con i santi e il paradiso.
Il primo, era di carattere culinario. Perché, dopo le preghiere, la nonna ed io preparavamo le cotolette di tacchino, che a me facevano impazzire.
Il secondo, era di carattere sociologico: mi perdevo a studiare le altre donne. La mia bocca recitava come un piccolo automa le preghiere, un rosario in plastica rosa fra le dita, le gambe che ondeggiavano sulla sedia, gli occhi e la testa che immaginavano altre storie, altre cucine, altre televisioni accese, altre famiglie.
Le signore, tutte rigorosamente dai 60 anni in su, scendevano con le pantofole, le calze contenitive, il grembiule, uno scialle sulle spalle, portandosi dietro nuovi profumi di case e io, come un cane in una pasticceria, attivavo i sensi e davo libero sfogo alla fantasia. 
Le pie donne seguivano tutte la nonna che era, manco a dirlo, il Gran Cerimoniere. Dettava il ritmo, e la sua voce sovrastava quella di tutte le altre.
Io ero molto fiera, della mia nonna.
Perché era indiscutibilmente il Capo.
Il Salve Regina, che si diceva alla fine, era sempre il mio punto debole, un piccolo mistero che non ho mai imparato.
E poi, le cotolette erano vicine, io avevo già osservato tutto nei minimi dettagli. Il mio lavoro era finito.
Una volta arrivate su in casa, la nonna mi mandava a prendere la sua cuffia da doccia, quella bella in plastica bianca coi fiorellini che metteva sempre quando doveva friggere, così non mi puzzano i capelli di fritto, diceva. E ricordo, come correvo nel corridoio, felice di rendermi utile per un fine così nobile: le cotolette.
C'era una padella grande grande, piena di olio.
C'erano le mie manine che mettevano la fetta di carne prima nelle uova e poi nel pan grattato.
E poi c'era lei, che le metteva a cuocere.
Ancora, dopo tanti anni, sento quel senso d'infinito e d'immortale che si respirava nelle sere d'inverno con lei accanto che mi diceva non stare così vicina al fuoco, che ti bruci.
Ma io con quella donna che montava in sella alla vita, tenendola ben salda con le redini e spronandola col solo uso della voce
che se la mangiava a colazione assieme al caffè espresso, per sentirla scorrere calda nelle vene
che la stendeva sulle unghie, e aveva il colore rosso del suo smalto
e brillava anche nei giorni di pioggia assieme alle sue risate che sfrigolavano nell'aria,
e aveva il colore del mese di giugno e delle sue rose del suo roseto, 
e l'odore del borotalco che mi dava dopo avermi lavata dalla testa ai piedi con fin troppo entusiasmo, perché ero sporca come una zingara, dove sei stata col cane, che hai la terra anche dentro alle orecchie
e la forma di un ricordo che si appiccica alla mente e l'unica cosa che puoi fare è trasformarlo in parole per non farlo andare via mai
io con quella donna accanto
non ho mai avuto paura di bruciarmi.