martedì 27 maggio 2014

la solitudine di una madre

La solitudine di una madre.
Ti accoglie in un giorno di sole di maggio.
I bambini piccoli e biondi che giocano sotto al portico e si litigano dei giocattoli. 
Uno di loro è scalzo e un sandalo non si trova. Il moccolo al naso. Ridono sul prato felici di vederti.
La madre è nella cucina, la spesa ancora da disfare, l'acqua che bolle impaziente, alcune zucchine da tagliare e mettere in padella. I jeans, una maglietta pulita ma non stirata. La tovaglia da stendere sul tavolo. Della pasta, fusilli o maccheroni ancora non sa cosa buttare. Un occhio ai fornelli, uno al giardino speriamo siano buoni, che ho tanto da fare ancora, scusa sono in ritardo ma, ma 
ti guarda e tu capisci, non ha bisogno di andare avanti.
Non conosci la casa ma l'aiuti, in silenzio.
Tanto le cose nelle cucine stanno sempre tutte negli stessi posti.
La solitudine di una madre.
La trovi nel carrello del supermercato il sabato mattina, il bimbo addormentato caricato di peso dentro, sì proprio dentro, fra il Perlana le salviette umidificate le arance che fanno sempre bene le patate per fare il purè il pesce quello già pronto preso al banco. Una lista mentale, non scritta, per la lista scritta non c'è mai molto tempo e speriamo di non aver dimenticato nulla. Le borse con tutta la spesa della settimana caricate in macchina. Il bimbo, anche. Dorme ancora, meno male. 
La solitudine non aiuta, a portare le borse.
Nemmeno a riporre il carrello.
La solitudine di una madre.
Ride.
Quando la madre pensa non ce la farò mai, perché non sono capace.
Il bambino che non riesce ad attaccarsi bene al seno e Canale 5 che trasmette un film con Denzel Washington. Lei lo guarda, senza vederlo davvero.
La solitudine di una madre.
Si nasconde nei giocattoli sparpagliati sul pavimento.
La madre in ginocchio che prova a riordinarli. Quelli di plastica nella scatola rossa, quelli di legno nella scatola verde. Un ordine che durerà venti minuti, forse mezz'ora. Ma lei ne ha bisogno, per dare aria alla testa.
La solitudine di una madre.
S'infila nelle pieghe del cuscino, in una delle tante notti insonni e di pianti, pianti che vogliono solo la mamma per trovare la quiete. 
Il bambino cullato sempre nello stesso modo, lo stesso percorso fatto nella penombra del corridoio. Uno sguardo all'orologio, sono le quattro di mattina. Le quattro di mattina sapevano essere solo ossigeno, una volta. Una culla vuota, perché a questo punto meglio tenerlo nel letto, in mezzo.
Sdraiarlo con delicatezza facendo bene attenzione a non svegliarlo. L'ultima fatica prima di crollare.
La solitudine vede la madre, appoggiata sul fianco mentre guarda il bambino. Non ha nemmeno la forza di coprirsi. La testa riposa. Gli occhi, anche.
La solitudine di una madre.
Nelle braccia indolenzite delle sette di sera, dopo non si sa nemmeno quante ore, dodici o forse quindici chissà, ore passate ad accogliere, consolare, fare ridere e giocare. Braccia che salutano felici il papà che rientra dall'ufficio, da una vita vera fatta di persone adulte, frasi di senso compiuto, pausa caffè alla macchinetta con i colleghi. Braccia che ora possono finalmente riposarsi, riposarsi pulendo un bagno o preparando la cena, qualsiasi cosa purché non sia quel cullare ossessivo, la porta chiusa per provare a volare di nuovo.
La solitudine di una madre.
Se ne sta seduta sulla lavatrice e la guarda, mentre rimane sotto la doccia per quasi mezz'ora, gli occhi chiusi lo scroscio d'acqua calda sul viso, i muscoli che finalmente si rilassano. 
La guarda, mentre si siede sul piatto doccia e quasi si addormenta.
La testa va alla vacanza a Ibiza.
La testa si chiede se tornerà.
La solitudine di una madre.
L'accompagna nei gesti ripetitivi e quasi maniacali ma indispensabili di quei primi mesi.
Uno schema rigido da seguire perché gliel'hanno detto tutti, che la routine rassicura i bambini.
Pianto latte ruttino cambio del pannolone addormentamento.
La solitudine s'accorge che sta arrivando un temporale, che sta piovendo e che il sole poi finalmente è arrivato.
La madre invece non riesce a trovare il ciuccio, il bambino piange di un pianto inconsolabile forse sono le colichette ma chi lo sa, non parla, ed è da almeno venti minuti che le scappa la pipì.
E sono le tre. Ancora non ha pranzato. La lavatrice ha finito il ciclo da stamattina. O era ieri sera?
La solitudine di una madre.
Si nasconde dietro al sorriso di circostanza che la madre si disegna sulle labbra, quelle labbra che una volta erano dipinte di rosso e friggevano la vita.
La solitudine di una madre.
La scosti, quando entri in quella casa che sa di nursery e latte, portando normalità.
I suoi occhi, gli occhi della madre, hanno in fondo una luce che riconosci, la stessa che brillava forte il giorno della sua festa di compleanno a sorpresa. Gli anni erano venti e la vita pulsava fra i tavoli del locale e il deejay che aveva messo la loro musica preferita.
La solitudine di una madre.
La calci, quando dici prepari un biberon, il papà è bravo e lo sai. e io ti porto al cinema così prendiamo le caramelle gommose e ridiamo.
La solitudine di una madre.
C'è una scatola molto grande, nell'ultimo ripiano dell'armadio della cameretta.
La madre curiosa. Trova le tutine smesse. Uno scaldabiberon. Delle calzine così piccole da sembrare adatte solo a una bambola. Il tiralatte. Il sacco nanna, per tutte quelle notti d'inverno. Mai usato. Perché lui non dormiva mai. La giostrina, rimasta appesa sul lettino per tanto tempo. Le aveva regalato qualche breve telefonata a sua sorella, senza strilli e richieste di attenzione.
La madre guarda meglio.
Vede i suoi occhi stanchi le passeggiate al parco tante pappe sputate i pannoloni cambiati i bagnetti il borotalco le canzoncine sciocche che lo facevano tanto ridere.
In un sacchetto fra il primo body taglia 1 mese e un carillon a forma di angioletto, la riconosce. La solitudine di una madre. Se ne sta buona lì, lavata stirata e sapientemente piegata. Non è più tempo di avere paura, perché s'è fatta piccola.
La madre si alza. Ripone la scatola e chiude l'armadio.
Le labbra hanno ripreso a friggere la vita, e sono dipinte di rosso.







venerdì 23 maggio 2014

dentro al cuore

Ha un incedere calmo ma deciso, di chi sa di essere in perfetto orario con la tabella di marcia delle visite ma al contempo non vuole dormire sugli allori.
Una stretta di mano ferma e vigorosa, la sua mano abbraccia la mia. Mi piace.
Un umorismo sveglio e pungente, ma mai fuori luogo.
Mi fa delle domande, quelle tipiche, di circostanza, fatte per farti sentire a tuo agio davanti a un camice bianco e un lettino e un ecografo. Io lo so, e quindi non è che lo sia molto, a mio agio.
Quella borsa, quella lì che hai tu. La fanno con le ruote dei camion vero? A me pare un prezzo esagerato, per un pezzo di gomma di uno Scania. Ma sono le mode. Le mode terribili di voi giovani, io lo so.
Mi dice sdraiati su un fianco, il fianco sinistro. 
Guardo il muro che ospita un quadro ma non mi interessa, il quadro. Fisso la firma in basso a sinistra che è illeggibile, piccola e stretta e svogliata, davvero.
E un poco mi perdo a guardare quel tratto, quasi dimenticandomi dove sono.
Lui rimane in silenzio ed è un pensiero comune io lo so, quello di voler essere fra i pensieri dei dottori, quando ti visitano e non dicono nulla.
Ad un tratto c'è un scusami, devo premere forte l'ecografo sulle costole, devo sentire e vedere bene il cuore.
E d'improvviso lo sento, il mio cuore che fa bum.
Non è come quello dei feti, un cavallo che galoppa come un pazzo.
Il mio fa proprio un bel bum secco e deciso.
E poi, hai un cuore di bambina.
Dice proprio così, cuore di bambina. E girati, guarda, hai un residuo embrionale. Lo sai cosa vuole dire? Vuole dire che ti sei portata dietro un pezzo di tua madre, quando sei nata, e rimarrà per sempre lì.
E non c'è rigore scientifico nel suo tono, che pare quello di un nonno che racconta una favola, e i suoi occhi fissano quel fagiolo bianco sul monitor nero, e brillano contenti e io sorrido.
Chissà a cosa pensano, suoi occhi che brillano contenti. 
A una piccola magia, mi piace credere.
Così, mentre in sella alla mia bici filavo via veloce come il vento, ho capito.
Ho finalmente capito perché da quando ho memoria in qualsiasi posto del mondo io mi trovi,
qualsiasi casa io abiti
letto mi accolga 
lingua mi parli, conosciuta o no,
aereo mi culli a destinazione,
io mi senta sempre a casa,
protetta e al sicuro,
ogni cosa all'apparenza nuova eppure già così familiare e rassicurante.
Perché non si tratta solo di sensazioni o sentimenti, bensì anche di scienza, pezzi che non se ne sono mai andati.
Perché in tutti i miei giorni di mare calmo di pace o burrascoso di tempesta
io ho mia madre dentro al cuore.

giovedì 22 maggio 2014

un racconto

Pedalava lungo la ciclabile che costeggiava il parco, le gambe andavano veloci e più andavano veloci più i pensieri si facevano finalmente lenti.
Aveva passato troppi anni a pensare solo a se stesso, incapace di prendersi cura delle cose. Figuriamoci delle persone.
E così, se ne era andata. Lui l’aveva aspettata, quell’inverno. Era perfino tornata la neve lì al mare, improvvisa e inaspettata dopo tanti anni ma lei no, non era tornata. Quell’orchidea, l’unica traccia di lei in quella casa ora così vuota, era morta. Si era dimenticato di innaffiarla e gli sembrava di sentire la sua voce, la voce di Clara, che lo rimproverava. Sei un egoista. Aveva ragione. Si asciugò le lacrime con la manica della giacca.
Era tardi ormai ma non gli importava, tanto non c’era più nessuno a casa ad aspettarlo.
La bici appoggiata a una cabina in legno, dipinta di rosso.
I piedi che si muovono sicuri sulla sabbia fredda e dura.
È buono il mare d’inverno, quando presto scende la sera e il cielo promette stelle.
Rimane seduto sulla sabbia umida a guardare le piccole onde che corrono timide verso di lui, gli sfiorano le sneakers e si ritraggono, quasi rassegnate. Chissà che fine fanno, poi. Muoiono, come diceva sempre sua sorella Anna quando era piccola? O indietreggiano per prendere la rincorsa e tornare più forti?
Due bambini giocano a calcio con un pallone. Una donna dice loro attenti, ché se cade nel mare poi non lo rivedete mai più, ve lo porterà via.
Il pallone vola  alto nel cielo e per un attimo quasi pare la luna che tarda ad arrivare.
Ricade sul bagnasciuga e si lascia trascinare verso il largo. Le onde che corrono timide se lo sono preso, lo cullano per qualche minuto, allontanandolo sempre più dalla riva.
Tornano, le onde. Tornano più forti e lanciano il pallone ai suoi piedi.
No, non muoiono, le onde. Deve ricordarsi di dirlo ad Anna.
Anna, che se n’era andata per diventare una ballerina.
Anna, che se ne era andata e i loro genitori si erano sentiti traditi perché che bisogno c’è di andare fin laggiù.
Ricorda ancora il giorno in cui l’aveva accompagnata in quella scuola di Roma per il provino per l'America, come aveva detto la mamma. Un po’ se ne vergognava ma doveva ammettere che in cuor suo aveva sperato non lo superasse.
Le mani di Anna che sistemano nervosamente lo chignon e le forcine, due per ogni lato, e quel riccio ribelle che non  ne vuole sapere di stare al suo posto. Le scarpette allacciate e riallacciate col doppio nodo, che le aveva sempre portato fortuna.
La sala col parquet lucido senza nemmeno un segno e lo specchio che occupa tutta una parete e le ampie vetrate dalle quali domini lei, la capitale.
Doveva proprio essere tutto come lo aveva immaginato per anni, mentre faceva gli esercizi alla sbarra nella palestra del paese.
Il suo nome che risuona nell’aria, lui che le dà un bacio sulla guancia perché era di quello che avevano bisogno tutti e due e poi lei che inizia a ballare e ogni cosa è esattamente come dovrebbe essere, né più né meno di come davvero avrebbe dovuto essere.
La notte che arriva prepotente e le onde che non muoiono, dunque. E sua sorella Anna che aveva vinto l'America.
Dall’altra parte dell’oceano, Anna  è seduta su una panchina, e il sole è stanco.
Una grossa sciarpa le avvolge il collo, coprendole anche il naso e le orecchie. Ogni tanto solleva la testa per far uscire la bocca. Soffia fuori aria che diventa prima una piccola nuvola e poi vapore che si confonde con la nebbia del mattino. Due ragazze giapponesi probabilmente di ritorno dalla discoteca  si avvicinano alla scritta Imagine, proprio di fronte a lei. Posano una rosa, si fanno una foto, a turno. Sembrano ubriache, o forse sono solo molto felici, che è un po’ la stessa cosa.
Yellow cabs sfrecciano lungo Central Park West. Odore di hot dog proveniente dal venditore ambulante proprio là all’angolo, che ha già la fila.
Un uomo affacciato a una finestra del palazzo di fronte guarda il parco mentre beve da una tazza del caffè o del latte o tutti e due, chissà.
D’improvviso Anna si alza, cammina piano sotto la pioggia.
Un grande ombrello lilla, l’impermeabile ben allacciato e gli stivali di gomma che sembrano un prato. Verdi, con le margherite bianche.
La pioggia che ticchetta regolare sull’ombrello, come un battito del cuore, ha iniziato a cadere prepotente ricordandole quella di Rue Du Louvre e l’autunno, arrivato presto quell’anno di tanto tempo fa a Parigi.
Col pensiero entra d’istinto nel cortile del Louvre e vede dei bambini che si rincorrono, davanti alla piramide.
Guarda meglio. Lei e suo fratello bambini, un settembre di tanti anni prima.
Lei con la mantellina rossa, e lui con la mantellina gialla.
Corrono e ridono sotto la pioggia con dei macarons in mano zuppi d’acqua, che gli colorano le mani.
Era da tanto tempo che non lo rivedeva.
Le mancava, e quel divano letto nel suo bilocale era sempre troppo vuoto. New York non era poi così lontana, in fondo.
Si mette a frugare nella borsa, prende il telefono.
“Pronto, Oliver? Sono io”.



martedì 20 maggio 2014

luca vede roma

Due anni fa, il terremoto in Emilia.
Lo voglio ricordare con questo racconto che scrissi per www.shoot4change.net.

Ottobre 2012
Com'è difficile parlare di bambini. Li vorresti tutti in una bolla di sapone senza tempo, fatta di baci e corse nei prati con gli amici, gelato al parco in un pomeriggio d'autunno, giri in giostra, tovaglia apparecchiata all'ora di cena con una forchetta che batte impazientemente sul tavolo in attesa che la mamma porti la pastasciutta, favole della buonanotte in una cameretta dai colori pastello, sogni belli fatti abbracciando il pupazzo del cuore. 
Com'è difficile parlare di bambini che hanno avuto paura.
Questo pensavo mentre m'incamminavo verso il complesso scolastico di San Possidonio, ancora un gruppo di tensostrutture in attesa che gli edifici nuovi siano pronti, indicativamente fra una decina di giorni se tutto va bene. Qui sono ospitate scuola materna, elementare e media. Gli alunni di quest'ultima arrivano al pomeriggio perché altrimenti lo spazio a disposizione non sarebbe sufficiente. Le lezioni sono iniziate regolarmente il 17 settembre, ma c'è tanto da recuperare.
Non ho voglia di fare domande ai bimbi e quando mi dicono subito che con loro non si può parlare, mi sento decisamente sollevata. Sono bersagli molto facili, spesso usati per fare notizia. I bambini non si toccano, nemmeno con le domande. Io lo so, che mi basterà guardarli per trovare le parole giuste.
Faccio subito due chiacchiere con le insegnanti Licia, Donata e Monica. Mi parlano del bellissimo progetto attivato in collaborazione con la scuola di musicaAndreoli di Mirandola, che ha offerto un corso gratuito alle classi, della presenza dei ragazzi di Save theChildren, due ore ogni settimana, e della psicologa. 
Iniziano ora a parlare un po' del terremoto. Apparentemente come una bella avventura perché si fanno cose eccezionali come dormire in una tenda, mangiare schifezze ché adesso la mamma dice sempre di sì, correre per i campi con gli amici dalla mattina alla sera, consumare i pasti assieme ad altre famiglie come se si fosse a una festa di paese, finire prima la scuola. 
Valeria e Gloria di Save the Children hanno fatto e stanno tuttora facendo un lavoro bellissimo e molto, molto delicato. Aiutare i piccoli nella rielaborazione deltrauma. La chiusura improvvisa della scuola, routine e spazi conosciuti abbandonati senza preavviso. Si sa, che i bambini amano la routine: routine significa sicurezza. Hanno avuto una lunga estate di tempo per parlare di questa esperienza con gli amici, per pensare al ritorno a scuola, nella loro solita scuola. Che però non esiste più. Le emozioni da condividere sono tante e non sempre belle. Paura. Tristezza. Rabbia. Che vanno trasformate in una risorsa positiva  dalla quale l'intera classe può attingere. Un punto di forza che unisce i compagni rendendoli invincibili, come dei supereroi.
I bambini hanno paura che possa esserci un altro terremoto. La mamma e il papà, come sempre, sono la loro soluzione. Se accade di nuovo e la mamma è tranquilla, allora so che tutto andrà bene. Se accade di nuovo e la mamma piange, significa che non esiste rimedio. Che io sono spacciato. Quanto è vero quello che si dice sempre: al bambino basta stare con genitori sereni, per essere felice. Un piccolo, grande equilibrio perfetto. Come quando sei a letto con la febbre e ti sembra di morire, ma hai la mamma seduta proprio accanto a te che ti accarezza il viso e ti canta una ninna nanna, e ti porta il miele per il male alla gola. E ti senti già molto meglio ancor prima di aver preso la tachipirina. 
Un giorno, hanno simulato il terremoto. Due bimbi seduti su una panca, altri due che la fanno tremare forte. Ho paura di farmi male, cosa devo fare adesso? Scappo e poi rendo la panca più stabile. Se conosco un problema e la sua soluzione, il gioco è fatto.
Il temporale fa paura, adesso, perché il rumore dei tuoni è molto simile a quello che si è sentito qui in Emilia il 20 e 29 maggio. Se ho la mamma vicino la paura se ne va. A loro basta poco, no? I bambini, in questo, sono straordinari. Vieni qui che ti abbraccio, stai tranquillo che non è niente. Dormi adesso, dormi. Ci sono qui io, con te.

Cristina è la referente della scuola materna e racconta che questa mattina i piccoli sono stati davanti alla loro vecchia scuola. Mi ha detto che è stato commovente vederli appoggiati alle transenne a guardare, in silenzio. Hanno raccolto dei pezzettini di macerie. Poi, sono tornati nella loro tensostruttura e ognuno di loro ne ha messo qualcuno nel suo scrigno dei diritti dei bambini, una piccola scatolina di cartone colorata. Seduti sulle panche, si sono alzati uno alla volta per compiere questo piccolo gesto. In silenzio, ancora una volta. Chissà a cosa pensavano. Mi sono sentita quasi un'intrusa mentre li osservavo, in un angolo, vicino a dei cartelloni che hanno preparato in questi giorni. I diritti dei bambini secondo i bambini: i bambini devono avere una casa. I bambini devono essere felici. I bambini devono avere una mamma e un papà. 
La loro bolla di sapone.
Sono uscita, senza salutarli. Li ho lasciati con i loro pezzettini di scuola che stringevano forte, come se fossero la cosa più preziosa che mai avessero avuto fra le mani.
Mentre mi avvio verso l'uscita, vedo Valeria e Gloria impegnate con un gruppo di bimbi seduti in cerchio. Un grande cerchio, perché tutti devono vedere tutto e tutti. E' ora di fare lavorare la fantasia. Simone ha una penna in mano, che magicamente diventa un microfono. Simone canta una canzoncina ai suoi compagni, che ridono. Zoe ha una cannuccia gialla, che in realtà è un flauto. Zoe soffia dentro alla cannuccia e muove velocemente le piccole dita. Bruno ha una spugna, trasformatasi per l'occasione in telefono per chiamare il suo amico preferito.
Al centro del cerchio, una coperta verde nasconde un libro di grammatica, un tappo, un pacchetto di fazzoletti, un cucchiaio, un piatto di plastica. 
Cosa ci sarà qui sotto, bimbi?
Degli insetti, un serpente, un desiderio. 
Che bello, un desiderio.
Sì Luca, dimmi. Cosa c'è qui sotto, secondo te?
Roma.
Sotto a una coperta verde che nasconde un libro di grammatica, un tappo, un pacchetto di fazzoletti, un cucchiaio, un piatto di plastica, Luca vede Roma.
Lascio i bimbi di San Possidonio nella loro bolla di sapone. Che è bellissima, non rompiamola, perché se la sono costruita loro in questi quattro mesi. E' fatta di corse nel prato vicino alle tensostrutture, panche che tremano ma non si rompono, giochi con le ragazze di Save the Children, canzoni improvvisate con un microfono a forma di penna, piccoli pezzi di scuola custoditi in uno scrigno che è un po' come se fosse il loro cuore. Una grande e indistruttibile torre di plastica sulla quale ci si può arrampicare senza sosta. E poi, Roma. Perché se Luca la vede allora Roma deve esserci per forza, sotto a quella coperta verde.

martedì 13 maggio 2014

un dono

Parole di un giorno,
parole nascoste fra le copertine dei libri, 
parole pensate, scritte e riscritte, lette e rilette, lasciate e poi riprese, dimenticate, perse e ritrovate, odiate e alla fine amate
che poi hai liberato e hanno trovato una, cento, mille altre case.
Parole che fanno capolino dalla copertina per sussurrarti scegli me e tu alla fine scrivi
scrivi una nota sul cellulare, fotografi un titolo,
appunti un nome sul retro di un vecchio scontrino trovato nel fondo della borsa,
ma poi alla fine non scegli nulla,
sceglierai un altro giorno,
ché tutta quella bellezza insieme,
confonde. 
Parole di un altro giorno,
che escono da rossetti rossi e unghie mangiucchiate,
parole che rimbalzano in bocca mangiando patatine 
e ad un certo punto sono urlate, per sovrastare la musica
e corrono 
e tu con loro,
senza fatica,
perché sono parole di festa
parole di risate con la mano davanti alla bocca e lo sguardo furbo,
come facevi da bambino.
Parole di un altro giorno ancora,
parole confuse di un self service,
parole disturbanti di una fila di persone che aspettano impazienti il loro turno e poi tutte insieme, queste parole, ordinano lasagne e patate al forno e pensi sia buffo, e ti ritrovi a fissarle, nascoste fra un pacchetto di crackers una forchetta e un tovagliolo di carta, mezzo litro di naturale,
e allora ti giri e ne trovi altre,
trovi un'addetta alla frutta che si lamenta con due clienti tenete le posate separate, possono esserci persone allergiche all'ananas o al melone lo capite vero?
e le parole diventano arrabbiate e tu pensi certo magari è da stamattina che corre, fra fragole e kiwi e questi benedetti ananas e meloni, però se sorridesse forse la stanchezza se ne andrebbe via.
Allora prendi la tua frutta stando bene attenta a non sbagliare per non sentirle più, quelle parole arrabbiate.
Parole di un altro giorno ancora che non importa quando,
parole che hai letto per tanto tempo e ti hanno fatto ridere, commuovere e riflettere,
parole arrivate di sorpresa e quasi per caso come tutte le cose belle,
le vedi filar via lisce l'una dopo l'altra e corrono veloci, e più vanno veloci 
più i tuoi pensieri si fanno lenti, e respirano parole che se ne stanno ognuna al suo posto,
un posto a volte confuso e pazzo e ribelle ma mai sbagliato,
parole che diventano di carne e d'ossa,
voce 
risate 
gestualità
e t'accorgi che funzionano, funzionano bene,
mica ne eri sicuro,
a volte rimani deluso, quando le parole scritte che hai tanto amato diventano parole con i loro suoni
e invece accade che quella voce l'hai sempre avuta dentro e di colpo la riconosci,
perché era lì
a farti compagnia nei tuoi giorni
e ascolti curioso
e vorresti parlare,
ma
quando le parole sono belle 
quando sono un dono 
e ti cullano,
parlare, 
non si può.





mercoledì 7 maggio 2014

un quadro di parole timide

S'è fatta grande.
Tutto ad un tratto, ti accorgi che s'è fatta grande.
Quando si allaccia le scarpe.
Le ho chiesto chi te lo ha insegnato, lei mi ha risposto non c'è bisogno di farsi insegnare le cose facili. Mi ha detto proprio così e io sono rimasta senza parole per un poco, e mi sono sentita ingenua.
A me, ad allacciarmi le scarpe, lo aveva insegnato il nonno, un pomeriggio.
Io credo lei mi abbia osservata, di nascosto. 
Perché le allaccia nel modo buffo e semplice che usano i bimbi, e che ancora uso anche io ché d'allacciarle nel modo tradizionale a me non è mai riuscito bene.
S'è fatta grande,
quando la sera si leggono libri veri come la favola di Sepùlveda, quella del gatto cieco e del suo amico topo, che gli presta gli occhi.
S'è fatta grande,
quando leggo e lei accanto a me dice non ti guardo, ma ti ascolto.
E alla fine la sua idea è che il gatto Mix ha la nebbia negli occhi, ma Mex il suo amico topo gliela fa andare via, quella nebbia.
S'è fatta grande,
quando a volte rimane per alcune ore in studio con suo padre.
In silenzio, seduta alla scrivania, disegna.
Consegna fogli presi dalla stampante.
Immagina storie di dame e cavalieri e grandi passioni,
o di orsi grandi e piccoli che vivono fra le montagne, forse.
S'è fatta grande,
quando si raccoglie i capelli ormai lunghi in una coda davanti allo specchio, nella sua cameretta.
S'è fatta grande,
quando si sente osservata e allora abbassa lo sguardo, con la mano sistema una ciocca di capelli dietro all'orecchio.
Non risponde, alle domande del panettiere che quasi sembrano un'interrogazione come ti chiami quanti anni hai dove vai a scuola.
Ma, ora, se riceve un regalo sussurra un grazie. Lo sguardo altrove.
Ama studiare.
Le persone, le situazioni.
Le parole, i gesti.
S'è fatta grande, 
e il viaggio da sempre le infonde sicurezza,
non importa dove si va, importa solo avere nello zaino il suo coniglio bianco che di nome fa proprio Coniglio,
Coniglio che dorme alla sinistra del suo cuscino e poi viene abbracciato,
la notte.
Parlare di amori così grandi come questo è cosa difficile anzi forse impossibile ma,
un giorno una mia amica che di lavoro fa la psicologa e io penso gli psicologi abbiano un cuore diverso credo più grande e anche occhi, più grandi, per vedere quello che di solito ai più sfugge,
alla mia affermazione sai che spesso fa un poco la musona, secondo me. Forse risulta perfino antipatica, a chi non la conosce bene,
lei ha detto che mia figlia è una principessa,
e come tutte le principesse è bella, lieve e silenziosa.
E allora queste sono righe confuse come solo i pensieri degli innamorati potrebbero essere,
sono righe di un piccolo quadro, che vuole esserci ma senza dare troppo nell'occhio e lo troverete all'angolo della sala,
è un quadro di parole timide e color pastello,
parole incomplete, frasi incompiute perché non tutto si può dire,
però lo voglio lasciare qui,
perché ci si possa sedere, davanti a questo quadro,
perché lo si possa guardare mantenendo una certa distanza,
come si fa con le opere di grande valore,
che si rovinano anche solo con uno sbalzo di temperatura,
perché lo si possa guardare dunque,
provando a immaginare ciò che manca,
mettendoci con la fantasia ciò che si vuole, se si vuole.
Una palla,
uno scivolo,
una bambola,
un gatto,
un libro,
una risata di pancia,
una corsa su un prato di margherite,
ciò che si vuole, sì,
purché sia amore,
per piacere,
perché questo è il piccolo quadro
della mia principessa bella, lieve e silenziosa,
che s'è fatta grande.