domenica 27 aprile 2014

paolo

Paolo ci viene incontro con le Nike Air bianche che fanno tanto liceo.
Vive in cima a una collina con la sua donna e la sua bimba, e dalla sua casa tutta di legno che lui ha fatto con le sue mani, cosa abbastanza insolita per un ragazzo d'oggi,
dalla sua casa si vedono le montagne e i prati verdi d'estate e bianchi d'inverno e una chiesetta col suo bel campanile.
Par proprio d'esser in una favola, nella casa di Paolo che ospita anche due cani, uno bianco e uno nero, un gatto, il gatto Attila di nome e di fatto, perfetto per tener lontani i topi, una stalla con due mucche o forse tre non so, un numero imprecisato di conigli e galline, un maiale e un asino o forse due.
Paolo ci viene incontro con la sua felpa di pile sporca di trucioli di legno e mia madre gli dà due baci, uno per guancia.
Lei gli vuole un gran bene, a Paolo. Perché lo conosce da quando era bambino,
e perché Paolo, nel modo in cui guarda e parla e gesticola, è uguale a suo padre.
Tu l'osservi guardare, parlare e gesticolare e sei contento perché t'accorgi che nulla se ne va, in fondo.
Il vento soffia birbante e pochi tornanti più in giù ha portato la pioggia ma qui, qui no.
Paolo sta costruendo una gabbia per i conigli e ha un avvitatore elettrico uguale a quello che mio nonno mi aveva prestato per montare tutti i mobili della casa di Milano.
Me lo ricordo bene, eccome se me lo ricordo bene.
Una delle due mucche la prossima settimana se ne andrà e prova a immaginare dove se ne va. No ma davvero tu pensavi che io potessi tenere e mantenere non so quante mucche così, come se fossero gatti? Però la mia mucca, lei non si tocca, e starà sempre con me.
E così se ne va nella stalla, Paolo, e inizia ad accarezzarla e lei alza il muso, lo guarda con amore, gli sfiora il viso.
Io non avevo mai visto una mucca guardare con amore un essere umano, fino a quando non ho visto lei, con Paolo.
E poi certo che potete andare dai cani ma occhio, perché sono proprio lì sotto alla finestra della camera della bimba, che sta dormendo.
Il cane bianco si lascia accarezzare, contento.
Il cane nero rimane dentro alla sua cuccia, a fissarci.
A lui non piace il vento e fino a quando soffierà, lui non uscirà.
Nel prato davanti a casa una bimba raccoglie dei fiorellini e poi sale in piedi su un masso e salta giù, col suo mazzolino in mano.
Poi sale di nuovo, e di nuovo salta giù.
E il vento se ne va per poi subito ritornare, chissà se vuole portare la pioggia o mandarla via per accogliere il sole, io non l'ho capito.
Ma è un vento bello che scompiglia i capelli e li fa volare assieme alle fronde degli alberi,
come nella copertina di Non lasciarmi di Ishiguro.
Io non lo so, quanto ci siamo stati, nel mondo di Paolo,
ma so che a un certo punto abbiamo sentito il bisogno di andare,
perché della magia bisogna aver cura.
L'abbiamo visto ritornare al lavoro, nella sua casa dalla quale vedi le montagne e i prati verdi d'estate e bianchi d'inverno e una chiesetta col suo bel campanile.
Scendendo a valle ho sentito mia madre dire ciao
solo un ciao e nulla più.
Io non l'ho vista ma sono certa abbia alzato la mano in segno di saluto verso quel cancello chiuso ma sempre aperto dove c'è il papà di Paolo.
Ed è vero, che io sono sempre nei miei mondi,
ma ci sono delle volte, 
ci sono delle volte in cui vale la pena ritornare.
Perché la magia,
con i suoi dettagli, merita attenzione.
Paolo aveva allacciato le scarpe col nodo un poco lento,
e c'era una coperta stesa, verde con dei motivi rosa, della bimba o dei cani o di tutti quanti,
e il gatto Attila ci guardava altezzoso, col pelo tutto arruffato,
e c'erano dei rami secchi tenuti stretti dallo spago, quasi sembravano dei mazzi di fiori, appoggiati a un muricciolo di balle di fieno,
e chissà se nel mondo di Paolo tutto quel vento alla fine ha portato la pioggia, 
o il sole,
o tutt'e due 
e poi l'arcobaleno.






giovedì 24 aprile 2014

bruna

Un giorno sua madre mi disse vedi, avrei tanto bisogno di qualcuno che si dedicasse a mia figlia Bruna, tre pomeriggi a settimana. Io sono spesso via per lavoro, mio marito anche. Siamo arrivati da poco qui in Italia, dal Brasile, ed è tutto così difficile.
Si era messa a piangere all'improvviso e si era fatta piccola, stretta nel suo tailleur carta da zucchero, mentre lavoravamo insieme un tardo pomeriggio di novembre.
Lei, donna manager tutta d'un pezzo, si era sciolta, in quel grande open space bianco, piante verdi sparse qua e là.
Io non sapevo nulla di cosa volesse dire essere madre lavoratrice, avere sensi di colpa.
Io. C'ero solo io, e basta.
No, non una babysitter, aveva continuato.
Bruna arriva dalla scuola internazionale alle 17, con lo scuolabus, e io vorrei una persona affidabile, che conoscesse molto bene l'italiano e l'inglese, che le parlasse un poco una lingua e un poco l'altra, che la aiutasse a fare i compiti. Tre pomeriggi, solo tre pomeriggi.
Io non lo so, cosa scattò nella mia testa di giovane laureata che aveva appena cambiato città, che non sopportava i bambini, specie aliena.
Che nel tempo libero andava in palestra, leggeva. Pensava a se stessa e al fidanzato.
Non lo so proprio, ma d'istinto le dissi se si tratta di tre pomeriggi dopo le 17 ci penso io, a Bruna.
E lei smise di piangere e le si illuminarono gli occhi e si vedeva che voleva abbracciarmi ma non ne aveva il coraggio e all'improvviso nonostante io e Bruna non ci fossimo mai viste mi disse tu sei perfetta, sei perfetta per mia figlia.
Bruna aveva cinque anni, quasi sei, e frequentava il primo anno di scuola.
Scendeva sempre dallo scuolabus di corsa, con la divisa bianca e blu. Lo zaino in mano.
Aveva lunghi capelli castani, diritti come spaghetti.
Gli occhi, erano due nocciole.
Il primo giorno assieme, abbiamo parlato poco. Ci siamo guardate molto.
Bruna, amava ridere di pancia.
Bruna, aveva il cuore caldo.
Aveva un modo buffo di pronunciare il mio nome, ed era un modo che mi piaceva assai.
Bruna era una bambina obbediente e volenterosa, come solo i bambini sanno davvero essere quando non c'è la mamma.
Bruna, mi amava moltissimo. Mi diceva sua madre.
E io lo sentivo.
Con Bruna, facevamo i compiti d'inglese, e d'italiano.
Con Bruna, giocavamo a nascondino in giardino, anche se faceva buio. Lei si nascondeva sempre nello stesso posto, e io mi divertivo a fare finta di non trovarla. Lei ancora di più, a non esser trovata.
Con Bruna, facevamo lunghi bagni. Lei dentro alla vasca piena di Barbie, io seduta sul bordo.
Nel suo bagno all'ultimo piano di quella casa così grande, la porta chiusa per non fare entrare il freddo. La finestra era un ovale proprio ai piedi della vasca, e si vedevano gli alberi.
Con Bruna, si spazzolavano le bambole.
Poi, io spazzolavo lei. 
Amava farsi fare le trecce.
Con Bruna, si cenava.
Amava il tostapane che sputava fuori fette calde con la faccia di Topolino sopra.
Amava le uova, le avrebbe mangiate sempre.
Io non ho mai saputo cucinare, ma lei diceva che ciò che le preparavo era buonissimo.
Lei mangiava, e io mi sedevo accanto a lei, a guardarla.
Con Bruna, non abbiamo mai visto nemmeno un minuto di televisione.
Con Bruna, si andava al supermercato a piedi, se il frigorifero era vuoto. Si parlava un misto di italiano e di inglese e si rideva. La gente ci guardava e io non ho mai capito cosa ci fosse di così strano.
Con Bruna, ci si preparava per andare a dormire.
Io la lasciavo in pigiama, col suo nonno.
Voleva stare sulla porta, e non la chiudeva fino a quando non mi vedeva svoltare l'angolo, oltre il cancello.
Una sera si mise a piangere, mi disse che non voleva io me ne andassi.
Così feci una cosa che non avevo mai fatto.
La presi in braccio, salii i tre piani che mi separavano dalla sua cameretta con lei stretta a me, e la portai a letto.
Le lessi una favola.
Mi misi ad accarezzarle il viso, fino a quando non si addormentò.
La coprii, lasciando una piccola luce accesa perché sapevo era così che si faceva con i bambini.
Con Bruna, stretta a me nel suo pigiamino bianco a pois colorati per la prima volta mi sentii davvero voluta da un bambino.
Bruna partì con i suoi genitori per il Perù, in un giorno d'estate.
Pochi mesi dopo, io rimasi incinta. Senza aver deciso né programmato nulla.
Non dimenticherò mai il giorno in cui sua madre mi disse sei perfetta per lei.
Aveva ragione. 
Le mamme non sbagliano mai.
Non dimenticherò mai la piccola Bruna, che mi mandò mia figlia, io lo so.
Non dimenticherò mai la piccola Bruna, che coi suoi occhi di nocciola e il suo cuore caldo per prima m'insegnò quell'amore.


venerdì 18 aprile 2014

indietro

Ciao, mare.
Sono passati tanti mesi ma io lo so, che ti ricordi di me.
Non dimentichi nessuno e riconosci tutti al primo sguardo coi tuoi occhi grandi, tu.
Riconosci quella donna laggiù, che se ne sta sdraiata in costume a prendere il sole, nonostante non faccia poi così caldo.
Riconosci quel cane che gioca col bastone e scava felice e si butta a capofitto col muso per poi riemergere col naso di sabbia.
Riconosci questa donna che mi passa accanto in pantaloncini e canotta e musica nelle orecchie.
E quell'uomo che ha arrotolato i pantaloni e si lascia bagnare i piedi e guarda laggiù verso la linea sottile che divide te dal cielo e chissà a cosa pensa.
E quei bambini, con il cappello e la giacca a vento, che raccolgono conchiglie.
Sono bambini che non strillano, non fanno i capricci. Sono i bambini buoni delle sette di sera ancora in spiaggia, ad agosto. Coi capelli lavati nelle docce dello stabilimento con lo shampoo alla camomilla, che s'asciugano all'aria.
Sono bambini che oggi hai portato tu, mare buono. Il mare buono dei mesi indecisi.
Lo sai, che mi piaci.
In questi mesi indecisi.
Mi piaci, perché sei timido e silenzioso e ti lasci guardare.
Mi piaci, perché t'ho visto accarezzare un castello di sabbia fatto con cura forse stamattina, chissà. C'era anche il ponte levatoio con le conchiglie.
Mi piaci, perché se guardo bene trovo il nonno, con la sua barca.
Mi piaci, perché porti un vento che mi fa volare i capelli, e mi spettina.
Mi piaci, perché sei vuoto.
Mi piaci, e allora per un attimo penso di togliere le converse e le calze.
Di bagnare i piedi.
Di toccarti.
Mi avvicino.
Scatto una foto, forse due.
Guardo te, le tue onde.
Torno indietro.
Sento freddo e non so perché.




giovedì 10 aprile 2014

leggerezza

È partire un pomeriggio di sole e vento, con un piccolo trolley pieno di vestiti, un libro e qualche sogno.
È un aereo che ti porta lassù, lassù in alto oltre le nuvole, dove il cielo si fa rotondo, e la luce più ampia.
È la moquette addormentata dei corridoi d'albergo, e voci squillanti che la risvegliano.
È passeggiare quasi senza meta per Parigi, sentendosi in gita scolastica.
È tardi o forse troppo presto chissà, ma non c'importa, oggi e pure domani e dopodomani, non c'importa.
Dai, lasciamo che le lancette scorrano veloci e fermiamoci in un bar à chignon, specchi, specchi e tanti specchi e siamo tutte le più belle del reame e tanti sgabelli e mezz'ora per uno chignon da principesse.
È un ristorante piccolo intimo e chiassoso, un tavolo vicino alla finestra. 
È un menù scritto con caratteri di una volta e parole francesi che risuonano nell'aria e pazienza se non capisci, perché sono belle.
È formaggi, e vino rosso, come il rossetto.
È parole che aspettavano più o meno pazienti di essere dette.
È chiacchierare fino a tardi, tardissimo, sul letto. Col pigiama e i capelli raccolti.
È foto scattate a caso col cellulare, foto stupide e vere, e per questo preziose.
È foto fatte con cura, con la reflex, perfino in mezzo alla strada.
È entrare in un negozio, provarsi un paio di pantaloni.
È aspettare fuori dai camerini sedute su poltroncine bianche, come nei film.
È quei colori, la sera. Così colori da toglierti il fiato e riempirti gli occhi.
Sono sempre così belle le città, di notte.
Perché sono solo per te, di notte.
Parigi toglie il trucco e il vestito delle grandi occasioni che indossa ogni giorno, si siede, un poco stanca, e se le parli, ti ascolta. Di notte.
È un cielo blu cobalto che ti lascia senza fiato. Immagini che non hanno bisogno di filtri, sono perfette così, e vogliono solo essere guardate.
Una timida Place des Vosges, un cancello aperto. Qualche passo curioso. Un albergo. Un gioiello nascosto.
Sette ragazze in un vicolo di St.Germain des Prés, ballare e cantare una canzone che esce da uno smartphone. E ridere, ridere fino a farsi venire male alla pancia.
È la Rer che ti riporta verso casa. La Rer che corre sotto, sottoterra e poi in superficie,  poi ancora sotto, sottoterra. Il trolley accanto, con qualche sogno in più.
È per sempre sette ragazze che ballano e cantano e la metro é chiusa ma che importa.
Ballano e cantano come se quella fosse l'ultima notte al mondo.
È la leggerezza.


mercoledì 2 aprile 2014

musica

Poco tempo fa sono andata a un incontro con Francesco Guccini, che presentava il suo ultimo libro.
Mentre ero incantata ad ascoltare il suo buffo accento emiliano e i suoi modi di fare sornioni, da gatto, d'improvviso mi sono tornate alla mente le mie lezioni di musica a scuola ma soprattutto lui, il mio professore.
Si chiamava Giovanni, e Giovanni ci faceva sempre cantare Canzone per un'amica, e Auschwitz, accompagnandoci col pianoforte.
Giovanni era un uomo molto triste, e buono.
C'insegnava a tenere il ritmo ondeggiando la mano destra piano, come se avesse paura di rompersela.
Portava gli occhiali, e aveva un leggero strabismo.
Il completo blu, giacca e pure cravatta, a volte. Alcuni chili di troppo.
Non era giovane ma nemmeno vecchio e sembrava fuori dal tempo come la sua ventiquattr'ore, dentro alla quale aveva il libro, sempre tenuto con cura, senza orecchie né segni di usura nonostante lo usasse da molti anni ormai. Il flauto. Il registro.
Spiegava le cose con calma, con fare paterno.
Pareva sereno, con noi.
Era molto paziente, spesso alcuni miei compagni approfittavano della sua bontà per fare confusione ma io, con lui, non me la sono mai sentita di dargli questo dispiacere, perché sapevo che ci voleva troppo bene per sgridarci.
Giovanni era un uomo molto triste, appunto, perché da giovane aveva avuto una grande delusione d'amore.
La sua donna, quella che per lui era davvero la donna della sua vita, lo aveva lasciato.
E da quel giorno non era mai più stato lo stesso.
Così dicevano, tutti.
E non era una leggenda.
Giovanni non rideva mai. Sorrideva.
E anche quando sorrideva, era malinconico.
Una malinconia che leggevi nei suoi occhi, un po' nascosti dietro a un paio d'occhiali dalla montatura importante.
Aveva un incedere lento, e quando t'incontrava nei corridoi ti salutava, sottovoce, abbassando leggermente la testa.
Io non lo so dove andassero i suoi pensieri, mentre suonava quel pianoforte là sulla destra, accanto alla porta della sala di musica, e noi cantavamo Guccini, ma potevo percepire che a lui quella malinconia che arrivava dava conforto, e sapevo che noi assieme alla musica fossimo davvero tutto.
Io la vedevo la sua vita, che gli brillava tutt'intorno quando rispettavamo i tempi giusti, e le parole e la musica viaggiavano insieme, e si amavano. Io ero certa lui lo vedesse questo amore, l'unico che gli era rimasto. E sorrideva. Ci sorrideva. Perché gli regalavamo vita.
Ricordo il suo cuore rotto, e i cocci che provava a raccogliere e mettere insieme ogni volta che si sedeva al pianoforte e ci guardava e un due tre e le sue dita ballavano leggere sui tasti.
E io, io che avevo solo dodici anni col mio cuore piccolo e leggero e sempre pronto a scappare e per questo inafferrabile e lontano, troppo lontano per chiunque, mi sentivo al sicuro.