giovedì 27 febbraio 2014

ride

Si avvicina e mi dice sai a me gli uomini, gli uomini che ballano fanno impressione. Non mi sembra una cosa naturale, e indica la sala davanti a noi dove si sta svolgendo una lezione di danza.
Io lo guardo dritto negli occhi, mentre pronuncia quelle parole, ma non dico niente, subito.
Nella sala c'è un ragazzo, un ragazzo che avrà sì e no 14 anni, che balla assieme ad alcune ragazze.
La sala è affollata ma è lui che noti, è lui che non puoi fare a meno di guardare.
Ha i pantaloni neri, una maglietta nera, le calze nere. I capelli, neri. Gli occhi, neri.
Balla, morbido.
Apre le braccia come se volesse abbracciare il mondo.
Ha le gote rosse, perché nella sala fa caldo.
I capelli sono un poco sudati.
I suoi occhi, i suoi occhi neri sono così lucidi che pare siano sudati pure loro.
Li chiude i suoi occhi, a tratti. Li chiude per fare sua la musica, perché vuole farne parte, credo, e quello che sento io, da fuori, è anche una musica che vuole essere questo ragazzo, che lo segue nei movimenti. Ecco, sì, è la musica che segue lui, e non viceversa. È la musica che a tratti lo aspetta, a tratti lo rincorre.
Invece le vedi, le ragazze, che arrancano, dimenticano un passo, si fermano perché il ritmo è troppo incalzante. Le vedi, le vedi solo con la coda dell'occhio perché non puoi fare a meno di fissare quegli occhi neri lucidi e sudati e felici e quel corpo esile e instancabile che salta, piroetta, si muove sinuoso, e non puoi fare a meno di vedere la sua bocca che non ride, rimane socchiusa ma non ride. Si vede che è una bocca che ancora non ha imparato a sorridere, mentre balla. Credo.
Però poi a un certo punto quel corpo esile e instancabile fa un salto, un salto altissimo e rimane sospeso in aria per un tempo che a me pare infinito con le braccia e le gambe e le mani aperte e quando atterra, quando atterra perfetto nel momento esatto in cui la musica s'interrompe,
lui, 
ride.
E mentre lo osservo, mentre osservo rapita la musica che balla con questo ragazzo io, senza mai distogliere lo sguardo da questa favola rispondo a quest'uomo che lo vedo sta aspettando una mia risposta con le mani incrociate dietro la schiena, io rispondo con un semplice è bravissimo.
Ci siamo ritrovati altre volte vicini, davanti a quella sala e a quel ragazzo, ma una cosa del genere non me l'ha mai più detta.
Ci sono dei cuori sensibili che fanno un poco male, di fronte alle cose belle.
E se fanno male, vuole dire che sono vivi.
A me fa sempre un poco male il cuore, quando guardo oltre quel vetro per osservare un ragazzo che balla.
Coi pantaloni neri, una maglietta nera, le calze nere. I capelli, neri. Gli occhi, neri.
A me fa sempre un poco male il cuore quando vedo quella bocca seria e socchiusa,
quando quel corpo esile salta sicuro di sé e si ferma, nel momento esatto in cui la musica s'interrompe, perché la musica lo ha aspettato, io lo so.
E mi fa un poco male perché quando la poesia si compie e musica e ragazzo sono arrivati alla fine del viaggio o all'inizio, chissà,
lui,
si asciuga il sudore col dorso della mano,
guarda l'insegnante,
ascolta la musica che piano piano diviene timida e si fa da parte,
cerca con lo sguardo la bottiglia dell'acqua,
scioglie il collo,
e, poi,
lui,
ride.



martedì 25 febbraio 2014

con me

Sono venuta al bar vicino a casa tua, per fare colazione. 
Faccio colazione con la brioche, quella buonissima, che non mangio mai.
È successo di mattina, più o meno a quest'ora.
Allora io ho deciso che questo era un modo carino per farti compagnia, anche perché in realtà non ne ho molti altri.
Sono qui seduta ad uno dei tavolini marroni che lasciano sempre fuori, anche quando è inverno e fa freddo.
Sono qui seduta e sembra io sia da sola, ma non è mica vero.
La cucina di casa tua, dove nulla è mai stato fuori posto. Con le merendine appoggiate sul tavolo, fra i compiti.
Le aprivamo sempre schiacciandole, e la confezione faceva bum.
Il succo di frutta. Pesca, pera, albicocca, arancia. Non mancava mai niente.
I guanti da piatti arancioni di tua madre, appoggiati sul lavandino.
La finestra grande, dalla quale si vedeva tutta la città lassù, dal sesto piano.
I compiti, i compiti dovevamo farli in fretta, sennò arrivavamo tardi in palestra.
I compiti, i compiti non sono mai stati noiosi, con te, e da quella finestra io vedevo entrare il sole, anche quando il sole non c'era.
Ho deciso che il sole deve esserci anche oggi, sempre e per tutto il giorno. Anche quando tramonterà, perché te lo meriti.
Sono passati due anni, e io invece ero convinta fossero tre.
Pensa, che stupida.
Ma, vedi, la mancanza non è un tempo che puoi contare.
La mancanza è un tempo infinito.
Adesso, adesso mi alzo. 
Adesso, adesso mi alzo e vado a pagare.
E va tutto bene, perché il mio ricordo sa davvero nuotare molto bene, ed è ancora qui che galleggia fra le ore, e lo farà sempre.
E va tutto bene, perché
mi alzo
vado a pagare
scappo via
e tu sei con me.

lunedì 17 febbraio 2014

in discesa

Abbiamo 18 anni, e c'è il sole.
Lei deve passarmi a prendere.
Io guardo la strada, dal balcone.
Vedo arrivare in lontananza la sua macchina blu e allora scendo, scendo giù per le scale al volo, saltando gli ultimi tre scalini di ogni rampa.
Salgo in macchina e c'è Kim Carnes con Bette Davis Eyes.
Ha una guida scattosa, le piace muoversi nel traffico.
Abbiamo gli occhiali da sole, i miei vantano delle improbabili lenti azzurre che a pensarci bene ora potrebbero pure essere di moda.
Bette Davis Eyes è a volume altissimo, i finestrini sono abbassati.
La nostra canzone preferita, da anni. L'abbiamo sempre cantata senza mai soffermarci sul testo con attenzione.
Ad un certo punto, ad un certo punto lei dice distintamente she's ferocious and she knows just what it takes to make a problem
Siamo ferme al semaforo, il mio braccio destro è completamente al sole, un sole di maggio che me lo scalda prepotente e io la sento proprio dire to make a problem, senza ombra di dubbio dice così.
E allora la correggo con un no guarda che è to make a pro blush perché io la mania per le parole l'ho sempre avuta e non sbaglio, qui non sbaglio.
Lei mi guarda e dice mando indietro la cassetta e no, dice problem
Nel frattempo il semaforo diventa verde e noi ascoltiamo quel pezzo almeno dieci volte e il testo sotto non l'abbiamo, non possiamo controllare.
Scommettiamo, scommettiamo una birra.
E alla fine è davvero pro blush, e quella fu la birra del pro blush che vinse sul problem.
Quel pro blush del mio braccio al sole e delle nostre due teste che si muovono a tempo.
Le parole, le parole sono importanti. 
Il suono, il suono anche.
Bette Davis Eyes, Bette Davis Eyes di quando andavamo a scuola assieme in bicicletta.
Il parco, era proprio il parco che percorrevamo, in qualsiasi stagione.
Ma la più bella era l'inverno, quando l'aspettavo tutta infreddolita sotto casa sua e poi ci scaldavamo pedalando come matte, eravamo diventate brave ad andare alla stessa velocità, con un auricolare a testa e la musica nelle orecchie.
Una sincronia perfetta.
Uno, due.
Uno, due.
Ci pareva perfino d'esser più veloci del tic tac dell'orologio che impietoso ci diceva hey ragazze fra poco suona la campanella sbrigatevi.
Musica, musica di ogni tipo ma Bette Davis Eyes non poteva mancare mai, non mancava quando eravamo nella ciclabile in mezzo agli alberi, non mancava in quel punto in cui pedalavamo fortissimo perché poi c'era una discesa, e quella discesa ci faceva pensare sarebbe stata così anche tutta la giornata.
In discesa. 
L'aria furba delle otto di mattina, le mani ghiacciate ché i guanti non ci piaceva metterli, le gambe divaricate, a V. Prendevamo il volo.
E in quell'attimo, in quell'attimo in cui correvamo giù in picchiata con le mani ben salde sul manubrio e i capelli al vento non ci piaceva parlare. Non lo so il perché, ma la discesa era silenzio.
In quella canzone, in quella canzone, in ogni sua singola parola e fra una lettera e l'altra ci siamo noi due,
le nostre biciclette,
gli zaini nel cestino,
il freddo che punge le gambe nonostante i jeans
e poi
l'asfalto bagnato di umidità,
gli alberi spogli,
le mani rosse e gelate, come le guance,
le risate che erano così tante da lasciarci spesso senza fiato
quella discesa alla fine della quale siamo sempre arrivate incolumi nonostante la velocità folle
e il nostro uuuuhhhh frenaaaaaa finale, perché c'era un semaforo
le lezioni che magicamente passavano quasi leggere, quando c'era Bette Davis Eyes ancora nelle orecchie, con le sue parole e i suoi suoni,
la testa, la testa che avevamo uguale
e faticava a sottostare a certe regole imposte
le regole dello studia da pagina a pagina per domani e deve essere così sennò è un quattro
la testa
la testa era Bette Davis Eyes
e pedalava veloce.
In discesa.


lunedì 10 febbraio 2014

via

Il tè, non mi è mai piaciuto.
Ma nei miei noiosi pomeriggi di studio, al liceo, quando mi chiedevo perché dovessi stare inchiodata alla sedia perdendomi tutta quella vita che fremeva là fuori, il tè era la mia salvezza. Aspettavo con trepidazione il momento in cui mia madre apriva la porta un pochino, giusto un pochino per poter far capolino con la testa e chiedermi vuoi un po' di tè?
rispondevo io
Di che tipo diceva lei, che in cucina ne aveva almeno cento.
Non lo so quello che vuoi
Arrivava sempre con una enorme tazza incandescente, due cucchiaini di miele, ché lo zucchero manco sapevamo cosa fosse in quella casa, e me la appoggiava sulla scrivania.
L'odore, l'odore del tè copriva quello di muffa e di vecchio e di noia dei miei libri.
Il suo calore, il suo calore mi scaldava le mani e mi regalava pace.
Oggi, ogni giovedì arrivo in palestra, lascio mia figlia alla sua lezione di danza e mi avvio verso la macchinetta.
Prendo un tè.
Non lo so cosa ci sia precisamente in quei tè delle macchinette, so solo che sono dolci in maniera imbarazzante.
Il bicchierino non è incandescente come la tazza che mi portava mia madre ma non importa.
Mi abbandono su una sedia, di quelle con lo scrittoio ribaltabile, che fa molto lezione all'università.
La sedia è di legno e mi fa male al sedere, ma non importa.
La sedia di legno e il tè della macchinetta sono la mia fuga, assieme a un libro.
Un'ora, un'ora che corre via veloce e mi porta lontano. Mi lascio scivolare in avanti, di solito, appoggio la testa al muro e il legno della sedia si fa più morbido.
Ieri, ieri mentre aiutavo mia figlia a rivestirsi e avevo ancora la testa nel mio libro, è arrivata una sua amica, che si chiama Alessia.
Lei è mancina ed è del segno dei gemelli, proprio come me. Ha degli occhi grandi e scuri, rotondi, come due ciliegie.
Una volta una madre mi ha detto vedi Alessia è una bambina particolare, sempre nel suo mondo.
Non avevo capito molto questa sua affermazione, e l'avevo trovata pure parecchio stupida.
Alessia si avvicina a me, scalza coi collant rosa ancora addosso, la canottiera bianca a pois rosa e una felpa in mano.
Si avvicina e mi dice lo sai che io ieri sera nella mia camera da letto ho visto le fate, e abbiamo giocato assieme per tanto tempo?
Mi dice così, proprio così, con gli occhi che le brillano, e la sua nonna invece ma cosa dici Alessia, certo che ne hai di fantasia
E allora io m'inginocchio e dico a quei due occhi di ciliegia sai che è una cosa bellissima? Anche io ho visto le fate a casa di un bambino che si chiama Martino, alcuni mesi fa.
Hai visto nonna? Se le ha viste anche la Francesca allora vuole dire che esistono e lo dice con quel tono insolente tipico dei bambini quando sanno di avere ragione.
Poi si riveste, s'avvia nell'atrio, prende uno sgabello e lo sistema davanti alla specchiera. Si siede. Inizia a mangiare una crostatina al cioccolato, con gusto. Ha le labbra di cioccolato. Le dita di cioccolato. Perfino le guance, di cioccolato.  Non smette mai di guardarsi, mentre mastica.
Io sono in un angolo, che la guardo rapita. Ho appoggiato la giacca su una sedia. Fa sempre un certo caldo, là dentro. Mia figlia si è persa a chiacchierare con le sue amichette, è tardi, accidenti è di certo tardi e il frigorifero è vuoto e lei deve anche lavarsi i capelli e con quei boccoli ci vuole una vita intera ma non m'importa, non m'importa niente.
Il mondo corre come un pazzo attorno ad Alessia fra urla e schiamazzi e borsoni sbattuti a terra e capricci di bambine che vogliono le patatine e mamme che ripetono vieni qui e musica che proviene dalla sala accanto eppure lei non si scompone. Sembra una bambola. Mangia lentamente, con gusto. Si guarda. Si studia. Io la guardo. La studio.
Ad un certo punto fa un sorriso grande e dice ho i denti neri da strega cattiva.
Non lo dice a nessuno in particolare, nemmeno a me, che sono vicina. Lo dice a sé stessa. In quella stanza in quel momento c'è solo lei, seduta davanti allo specchio, la crostatina in mano.
Strega cattiva ripete, senza smettere di fissarsi. Rimane immobile, con la bocca aperta e i denti bene in mostra, per diversi secondi.
Ad un certo punto arriva la nonna, la incalza con un dobbiamo andare a casa che arriva il papà a prenderti, e interrompe la magia.
Alessia si alza, si mette la giacca.
Arriva davanti alla porta d'ingresso, si ferma. Torna indietro. 
Si mette davanti allo specchio, sorride di nuovo.
I denti neri da strega cattiva ci sono ancora.
Corre via.
Le piccole cose.
Le piccole cose mi fanno sempre il cuore contento.