mercoledì 22 ottobre 2014

sospesa

il treno era sempre quello delle sette e trentaquattro,
rovente d'estate e gelido d'inverno.
ed era proprio d'inverno,
che la nebbia entrava perfino dentro, fra i sedili di plastica blu,
ti si appiccicava alla pelle, assieme al sonno e allo zaino con i libri e i quaderni,
la bocca che sa di dentifricio
le mani fredde che trovano riparo nascoste nelle tasche.
il viaggio durava venticinque minuti,
ed era un viaggio accompagnato dallo sferragliare delle rotaie che aiutava, prepotente, il cervello a stiracchiarsi.
c'erano, alle volte, nella mia stessa carrozza due miei compagni di corso,
ci sedevamo vicini,
ma nessuno parlava mai.
le parole arrivavano solo durante il tragitto a piedi verso l'università.
hai studiato
sei pronto
oggi simultanea
non ricordo mai quel vocabolo.
intorno a noi,
bologna.
una bicicletta,
io avrei pagato per farmi un giro in bicicletta per le sue viuzze del centro e chissà perché,
non l'ho fatto mai,
ho macinato chilometri a piedi nei ritagli di tempo fra una lezione e l'altra
per godermi questa vita così sospesa nel tempo.
ci sono città sospese come marionette o forse lo è la nostra testa quando lì dentro trova il suo spazio e ci sta bene come un gatto acciambellato ai piedi del letto
e ci sono momenti sospesi dunque,
che ballano sempre a tempo nonostante i clacson le cartacce gettate a terra le insegne dei negozi che t'accecano
sono sospesi,
e tu li guardi accendersi e muoversi lenti,
al suono di una chitarra di un artista di strada, di una tazza di cioccolata calda appoggiata sul piattino, di una risata che rompe i rumori ovattati di un portico, di un uomo che vende i biglietti della lotteria
rimangono sempre lì sospesi nonostante gli anni che passano
e chissà,
chi ne tiene i fili,
mi sono chiesta un giorno.
quel treno che mi ha portato da lei ogni mattina alle sette e trentaquattro,
fu la risposta.





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