mercoledì 4 giugno 2014

la forma di un ricordo


C'è sempre stato un che di assoluto, maestoso e teatrale nel suo modo di essere.
Prendeva la vita con irruenza, lei, quella dei grandi drammi e dei grandi amori,
delle grandi sfuriate e dei grandi baci che ti toglievano il fiato.
L'ho imparato con gli anni, che bisognava semplicemente lasciarla senza provare a domarla, ché sarebbe stato impossibile. 
Sedersi e aspettare, aspettare che la tempesta se ne andasse dai suoi occhi azzurri per far posto alla quiete.
Lei, donna pratica che non amava perdersi in quisquilie, aveva un rapporto molto fisico perfino con la religione. 
Mai e poi mai avrebbe recitato il rosario nella penombra della camera da letto, magari in ginocchio e con gli occhi chiusi.
L'ho ancora qui, davanti agli occhi, e dice a voce alta un padre nostro in cucina mentre asciuga le pentole del pranzo e le ripone nella mensola, padre nostro che sei nei cieli *che dio ti fulmini, maledetto* rivolgendosi a un coperchio che le era accidentalmente caduto a terra - sia santificato il tuo nome.
Per non parlare dei miei pasti, che dovevo per forza finire sennò la madonna piange.
E così io non lasciavo mai nulla per la paura di vedere la poverella in un angolo a versare lacrime amare per colpa mia.
Ci fu un periodo piuttosto lungo in cui prima di Natale organizzava con alcune inquiline il Rosario dell'Avvento, termine che non ho mai capito se davvero esistesse o fosse frutto del suo fervore religioso.
Una volta alla settimana si riunivano tutte in preghiera prima di cena, nell'androne del palazzo.
Io amavo molto quei momenti per due motivi che a dire il vero nulla avevano a che fare con i santi e il paradiso.
Il primo, era di carattere culinario. Perché, dopo le preghiere, la nonna ed io preparavamo le cotolette di tacchino, che a me facevano impazzire.
Il secondo, era di carattere sociologico: mi perdevo a studiare le altre donne. La mia bocca recitava come un piccolo automa le preghiere, un rosario in plastica rosa fra le dita, le gambe che ondeggiavano sulla sedia, gli occhi e la testa che immaginavano altre storie, altre cucine, altre televisioni accese, altre famiglie.
Le signore, tutte rigorosamente dai 60 anni in su, scendevano con le pantofole, le calze contenitive, il grembiule, uno scialle sulle spalle, portandosi dietro nuovi profumi di case e io, come un cane in una pasticceria, attivavo i sensi e davo libero sfogo alla fantasia. 
Le pie donne seguivano tutte la nonna che era, manco a dirlo, il Gran Cerimoniere. Dettava il ritmo, e la sua voce sovrastava quella di tutte le altre.
Io ero molto fiera, della mia nonna.
Perché era indiscutibilmente il Capo.
Il Salve Regina, che si diceva alla fine, era sempre il mio punto debole, un piccolo mistero che non ho mai imparato.
E poi, le cotolette erano vicine, io avevo già osservato tutto nei minimi dettagli. Il mio lavoro era finito.
Una volta arrivate su in casa, la nonna mi mandava a prendere la sua cuffia da doccia, quella bella in plastica bianca coi fiorellini che metteva sempre quando doveva friggere, così non mi puzzano i capelli di fritto, diceva. E ricordo, come correvo nel corridoio, felice di rendermi utile per un fine così nobile: le cotolette.
C'era una padella grande grande, piena di olio.
C'erano le mie manine che mettevano la fetta di carne prima nelle uova e poi nel pan grattato.
E poi c'era lei, che le metteva a cuocere.
Ancora, dopo tanti anni, sento quel senso d'infinito e d'immortale che si respirava nelle sere d'inverno con lei accanto che mi diceva non stare così vicina al fuoco, che ti bruci.
Ma io con quella donna che montava in sella alla vita, tenendola ben salda con le redini e spronandola col solo uso della voce
che se la mangiava a colazione assieme al caffè espresso, per sentirla scorrere calda nelle vene
che la stendeva sulle unghie, e aveva il colore rosso del suo smalto
e brillava anche nei giorni di pioggia assieme alle sue risate che sfrigolavano nell'aria,
e aveva il colore del mese di giugno e delle sue rose del suo roseto, 
e l'odore del borotalco che mi dava dopo avermi lavata dalla testa ai piedi con fin troppo entusiasmo, perché ero sporca come una zingara, dove sei stata col cane, che hai la terra anche dentro alle orecchie
e la forma di un ricordo che si appiccica alla mente e l'unica cosa che puoi fare è trasformarlo in parole per non farlo andare via mai
io con quella donna accanto
non ho mai avuto paura di bruciarmi.



4 commenti:

  1. Hai proprio ragione "l'unica cosa che puoi fare è trasformarlo in parole per non farlo andare via mai". Dovrò seguire il tuo consiglio, certi ricordi non dovrebbero lasciarci mai. Grazie per aver condiviso.

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    1. Ciao Francesca,
      grazie a te per essere passata di qui.
      Un abbraccio"

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  2. io che ho due nonne, due colonne per me, ognuna a modo suo, non posso che emozionarmi tanto nel leggere questo tuo post

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    1. Che bello, che hai ancora tutte e due le nonne! Tienitele care <3

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