giovedì 22 maggio 2014

un racconto

Pedalava lungo la ciclabile che costeggiava il parco, le gambe andavano veloci e più andavano veloci più i pensieri si facevano finalmente lenti.
Aveva passato troppi anni a pensare solo a se stesso, incapace di prendersi cura delle cose. Figuriamoci delle persone.
E così, se ne era andata. Lui l’aveva aspettata, quell’inverno. Era perfino tornata la neve lì al mare, improvvisa e inaspettata dopo tanti anni ma lei no, non era tornata. Quell’orchidea, l’unica traccia di lei in quella casa ora così vuota, era morta. Si era dimenticato di innaffiarla e gli sembrava di sentire la sua voce, la voce di Clara, che lo rimproverava. Sei un egoista. Aveva ragione. Si asciugò le lacrime con la manica della giacca.
Era tardi ormai ma non gli importava, tanto non c’era più nessuno a casa ad aspettarlo.
La bici appoggiata a una cabina in legno, dipinta di rosso.
I piedi che si muovono sicuri sulla sabbia fredda e dura.
È buono il mare d’inverno, quando presto scende la sera e il cielo promette stelle.
Rimane seduto sulla sabbia umida a guardare le piccole onde che corrono timide verso di lui, gli sfiorano le sneakers e si ritraggono, quasi rassegnate. Chissà che fine fanno, poi. Muoiono, come diceva sempre sua sorella Anna quando era piccola? O indietreggiano per prendere la rincorsa e tornare più forti?
Due bambini giocano a calcio con un pallone. Una donna dice loro attenti, ché se cade nel mare poi non lo rivedete mai più, ve lo porterà via.
Il pallone vola  alto nel cielo e per un attimo quasi pare la luna che tarda ad arrivare.
Ricade sul bagnasciuga e si lascia trascinare verso il largo. Le onde che corrono timide se lo sono preso, lo cullano per qualche minuto, allontanandolo sempre più dalla riva.
Tornano, le onde. Tornano più forti e lanciano il pallone ai suoi piedi.
No, non muoiono, le onde. Deve ricordarsi di dirlo ad Anna.
Anna, che se n’era andata per diventare una ballerina.
Anna, che se ne era andata e i loro genitori si erano sentiti traditi perché che bisogno c’è di andare fin laggiù.
Ricorda ancora il giorno in cui l’aveva accompagnata in quella scuola di Roma per il provino per l'America, come aveva detto la mamma. Un po’ se ne vergognava ma doveva ammettere che in cuor suo aveva sperato non lo superasse.
Le mani di Anna che sistemano nervosamente lo chignon e le forcine, due per ogni lato, e quel riccio ribelle che non  ne vuole sapere di stare al suo posto. Le scarpette allacciate e riallacciate col doppio nodo, che le aveva sempre portato fortuna.
La sala col parquet lucido senza nemmeno un segno e lo specchio che occupa tutta una parete e le ampie vetrate dalle quali domini lei, la capitale.
Doveva proprio essere tutto come lo aveva immaginato per anni, mentre faceva gli esercizi alla sbarra nella palestra del paese.
Il suo nome che risuona nell’aria, lui che le dà un bacio sulla guancia perché era di quello che avevano bisogno tutti e due e poi lei che inizia a ballare e ogni cosa è esattamente come dovrebbe essere, né più né meno di come davvero avrebbe dovuto essere.
La notte che arriva prepotente e le onde che non muoiono, dunque. E sua sorella Anna che aveva vinto l'America.
Dall’altra parte dell’oceano, Anna  è seduta su una panchina, e il sole è stanco.
Una grossa sciarpa le avvolge il collo, coprendole anche il naso e le orecchie. Ogni tanto solleva la testa per far uscire la bocca. Soffia fuori aria che diventa prima una piccola nuvola e poi vapore che si confonde con la nebbia del mattino. Due ragazze giapponesi probabilmente di ritorno dalla discoteca  si avvicinano alla scritta Imagine, proprio di fronte a lei. Posano una rosa, si fanno una foto, a turno. Sembrano ubriache, o forse sono solo molto felici, che è un po’ la stessa cosa.
Yellow cabs sfrecciano lungo Central Park West. Odore di hot dog proveniente dal venditore ambulante proprio là all’angolo, che ha già la fila.
Un uomo affacciato a una finestra del palazzo di fronte guarda il parco mentre beve da una tazza del caffè o del latte o tutti e due, chissà.
D’improvviso Anna si alza, cammina piano sotto la pioggia.
Un grande ombrello lilla, l’impermeabile ben allacciato e gli stivali di gomma che sembrano un prato. Verdi, con le margherite bianche.
La pioggia che ticchetta regolare sull’ombrello, come un battito del cuore, ha iniziato a cadere prepotente ricordandole quella di Rue Du Louvre e l’autunno, arrivato presto quell’anno di tanto tempo fa a Parigi.
Col pensiero entra d’istinto nel cortile del Louvre e vede dei bambini che si rincorrono, davanti alla piramide.
Guarda meglio. Lei e suo fratello bambini, un settembre di tanti anni prima.
Lei con la mantellina rossa, e lui con la mantellina gialla.
Corrono e ridono sotto la pioggia con dei macarons in mano zuppi d’acqua, che gli colorano le mani.
Era da tanto tempo che non lo rivedeva.
Le mancava, e quel divano letto nel suo bilocale era sempre troppo vuoto. New York non era poi così lontana, in fondo.
Si mette a frugare nella borsa, prende il telefono.
“Pronto, Oliver? Sono io”.



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