mercoledì 2 aprile 2014

musica

Poco tempo fa sono andata a un incontro con Francesco Guccini, che presentava il suo ultimo libro.
Mentre ero incantata ad ascoltare il suo buffo accento emiliano e i suoi modi di fare sornioni, da gatto, d'improvviso mi sono tornate alla mente le mie lezioni di musica a scuola ma soprattutto lui, il mio professore.
Si chiamava Giovanni, e Giovanni ci faceva sempre cantare Canzone per un'amica, e Auschwitz, accompagnandoci col pianoforte.
Giovanni era un uomo molto triste, e buono.
C'insegnava a tenere il ritmo ondeggiando la mano destra piano, come se avesse paura di rompersela.
Portava gli occhiali, e aveva un leggero strabismo.
Il completo blu, giacca e pure cravatta, a volte. Alcuni chili di troppo.
Non era giovane ma nemmeno vecchio e sembrava fuori dal tempo come la sua ventiquattr'ore, dentro alla quale aveva il libro, sempre tenuto con cura, senza orecchie né segni di usura nonostante lo usasse da molti anni ormai. Il flauto. Il registro.
Spiegava le cose con calma, con fare paterno.
Pareva sereno, con noi.
Era molto paziente, spesso alcuni miei compagni approfittavano della sua bontà per fare confusione ma io, con lui, non me la sono mai sentita di dargli questo dispiacere, perché sapevo che ci voleva troppo bene per sgridarci.
Giovanni era un uomo molto triste, appunto, perché da giovane aveva avuto una grande delusione d'amore.
La sua donna, quella che per lui era davvero la donna della sua vita, lo aveva lasciato.
E da quel giorno non era mai più stato lo stesso.
Così dicevano, tutti.
E non era una leggenda.
Giovanni non rideva mai. Sorrideva.
E anche quando sorrideva, era malinconico.
Una malinconia che leggevi nei suoi occhi, un po' nascosti dietro a un paio d'occhiali dalla montatura importante.
Aveva un incedere lento, e quando t'incontrava nei corridoi ti salutava, sottovoce, abbassando leggermente la testa.
Io non lo so dove andassero i suoi pensieri, mentre suonava quel pianoforte là sulla destra, accanto alla porta della sala di musica, e noi cantavamo Guccini, ma potevo percepire che a lui quella malinconia che arrivava dava conforto, e sapevo che noi assieme alla musica fossimo davvero tutto.
Io la vedevo la sua vita, che gli brillava tutt'intorno quando rispettavamo i tempi giusti, e le parole e la musica viaggiavano insieme, e si amavano. Io ero certa lui lo vedesse questo amore, l'unico che gli era rimasto. E sorrideva. Ci sorrideva. Perché gli regalavamo vita.
Ricordo il suo cuore rotto, e i cocci che provava a raccogliere e mettere insieme ogni volta che si sedeva al pianoforte e ci guardava e un due tre e le sue dita ballavano leggere sui tasti.
E io, io che avevo solo dodici anni col mio cuore piccolo e leggero e sempre pronto a scappare e per questo inafferrabile e lontano, troppo lontano per chiunque, mi sentivo al sicuro.

2 commenti:

  1. Anonimo10:25 AM

    ma che chicchina hai scritto...ancora una delle tue!

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