martedì 14 gennaio 2014

perdermi

Ho sei anni e lo so, che deve venire a prendermi la nonna, all'uscita da scuola.
Solo che io quando suona la campanella e usciamo tutti spintonandoci un poco con la cartella sulle spalle e la maestra che ci dice piano bimbi, fate piano, e il trillo che continua quasi all'infinito, come se la bidella si fosse incantata col pollice premuto sul tasto, io con la mia cartella di Barbie e il cappotto blu ben allacciato come ti insegnano bene a fare quando sei bambino soprattutto se vivi nella pianura padana dove l'umidità vive appoggiata alle tue ossa, io la nonna non la vedo, fra la folla.
E allora non penso di ritornare dentro alla scuola, porto sicuro, per informare la maestra o anche la bidella che nel frattempo ha staccato il dito dal pulsante della campanella, che io la nonna non la trovo.
No.
Saluto i miei amici e vado verso casa, da sola. Cammino sul marciapiede da brava bambina educata e do un'occhiata nel parcheggio, per vedere se sbuca la fiesta rossa della nonna anche perché insomma il rosso acceso è un colore che salta all'occhio facilmente ma niente. Non c'è.
Il tragitto è di circa di dieci minuti, camminando a passo svelto. Di solito mi fermo sempre a salutare il cane Lucio, un pastore tedesco a pelo lungo che abita nella casa accanto alla scuola.
Io e Lucio siamo proprio amici. Il primo giorno che l'ho visto mi sono precipitata contro il cancello e ho messo una mano oltre le sbarre, per accarezzarlo. La nonna mi aveva sgridata dicendomi non devi fare così perché lui non ti conosce e poi questa è casa sua, devi essere più delicata. La parola delicata non è mai stata fra le mie preferite, in verità.
Il cane Lucio si aspetta sempre le mie coccole ma io quel giorno decido che non posso fermarmi, devo andare a casa perché evidentemente si sono dimenticati di venirmi a prendere e in fondo è cosa del tutto normale andarsene per i fatti propri a sei anni, in giro per la città, all'insaputa di tutti.
Percorro a passo svelto il marciapiede, aspetto il verde per attraversare, ma mentre attraverso corro, con la cartella che mi traballa sulla schiena perché insomma fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio, di quelle macchine ferme lì di fianco a me.
Arrivo a casa della nonna, suono e chi è? sono io. Mi aprono.
Prendo l'ascensore e vado su. Sei piani. Vietato l'uso dell'ascensore ai minori di anni 12 non accompagnati. Penso sia curioso: in fondo, al pulsante io ci arrivo.
Entro in casa e la nonna è decisamente arrabbiata, mi dice come hai fatto ad arrivare a casa? Chi ti ha portato?
Le rispondo sono venuta da sola, la strada la conosco e sul momento ad essere sincera mi paiono pure domande superflue.
La nonna è molto arrabbiata e sei matta eravamo tutti preoccupati, hai solo sei anni.
Io penso che sei anni siano una età ragionevole per poter tornare a casa da sola, ma forse è meglio non dirlo, e in fondo sì, magari si sono preoccupati tutti davvero tanto.
Mi dice siediti qui in sala, che telefono a tua madre.
Arriva il nonno e vuoi un pezzo di formaggio, ma non sorride.
Forse l'ho fatta davvero grossa. La nonna parla al telefono e è qui. sì. da sola. non mi ha vista. ed è andata via.
Lei non ha voluto vedermi per diversi mesi. Era molto arrabbiata, diceva che ero scappata. Tutti lo dicevano, in realtà. Sai cosa ha fatto? all'uscita da scuola è scappata.
Però ero tornata, nessuno lo diceva, che ero tornata.
Io pensai che avevo perso una nonna, che mai più avrebbe voluto vedermi.
Poi.
Poi una sera io sono in casa che mangio. Mangio il minestrone e qualcuno suona alla porta e la mamma apre e dietro quella porta c'è la nonna.
La nonna entra, assieme al nonno. Il nonno rimane in piedi, mentre la nonna si toglie la pelliccia, e si siede, di fianco a me. Io continuo a mangiare, perché non so cosa dire. Prendo su prima il brodo, perché è quello che mi piace meno, poi le verdure. Lei mi guarda coi suoi occhi liquidi e azzurri e io la guardo coi miei occhi liquidi e marroni e ad un certo punto mi dice è buono, il minestrone?
E io le dico sì, è buono.
E poi, poi non c'è stato più nient'altro da dire e io penso meno male che c'è il minestrone, che sistema i miei pasticci.
Io finisco di mangiare e lei dice domani vieni con me, andiamo a passeggiare lungo la ferrovia dismessa col cane Wolf, va bene?
Va bene, le dico io.
E sono contenta.
La mia nonna,
era scappata,
ma era tornata.
Ricordo ancora la sua mano grande che mi stringe forte, all'uscita da scuola. Gli anelli che mi segnano la pelle piccola.
Non gliel'ho mai detto, che con la sua mano grande mi stringeva forte, e che gli anelli mi segnavano la pelle piccola.
Lo sapevo, che aveva paura di perdermi.


14 commenti:

  1. La vuoi smettere di farmi piangere??? Che bello, Franci.

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    1. Grazie, Vale...soffiati il naso :-)

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  2. come mi piace leggerti. E' sempre dura aggiungere qualcosa però è impossibile non dirtelo.

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  3. Risposte
    1. Ne sono felice, e ti ringrazio :-)

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  4. Mi piace sempre leggerti.
    Buon anno.
    Raffaella

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    1. Raffaella! Grazie e buon anno anche a te!
      Un abbraccio!

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  5. Oh. Tu.
    La mia nonna stringeva la mia mano fortissimo e io non lo sopportavo. Ma mi sa che è proprio come scrivi tu, aveva paura di perdermi.
    (grazie)

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  6. Bel post. Soprattutto la parte della mano stretta forte. In fondo non erano gli anelli a lasciare il segno sulla pelle. Era altro a farlo sul cuore. Buona serata :)

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    1. Quanta verità in quello che mi scrivi!
      Grazie, Paola, e buona serata a te :-)

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