domenica 26 gennaio 2014

attimi di giallo

Le avevano chiesto di ricordare una cosa bella e lei non ha pensato a una festa, o alla montagna, o ai giorni di mare con la sua amica Carlotta.
No.
Lei ha pensato a un pomeriggio di ottobre in Norvegia, trascorso a casa di amici che vedeva per la prima volta.
Ha pensato a Martino che ha sette anni i capelli rossi un poco pazzi e gli occhi vivi, tanto vivi.
Ha pensato a Oliver che con loro non ha potuto giocare perché ha solo otto mesi e si limitava a guardarli, curioso.
Ha pensato ai waffles con la marmellata che nemmeno ha voluto assaggiare però Martino lo guardava curiosa, mentre con precisione e pazienza metteva col mestolo il composto sulla piastra per poi sistemare nei piatti tanti cuori caldi e perfetti.
Ho fotografato con il telefono il suo ricordo, che ho trovato scritto sulla bacheca della materna. 
E poi.
Ci ho pensato molto bene anche io a quel pomeriggio, e ha davvero ragione Philip Roth quando dice che di certe cose, e di certe persone, bisogna scrivere a distanza di tempo. Ti devi sedere in un angolino e guardarle, con calma.
Così, mi sono seduta.
E.
Era un ottobre inspiegabilmente caldo, là.
Ci siamo incamminati verso la loro casa, il cielo era azzurro ma di un azzurro che quasi faceva male agli occhi ma gli occhiali da sole non avevo voluto metterli perché lo volevo vedere proprio bene questo azzurro rotto dalle punte dei tetti di quelle case in legno. Ordinate e perfette. L'ordine mi lascia sempre senza fiato. Perché l'ordine è precario e non sai mai, se durerà oppure no.
La strada, la strada era in salita e a un certo punto ho pure tolto la giacca, perché avevo caldo.
Un gruppo di bambini mi passa accanto, con la maestra, io mi fermo e li fotografo, da dietro. Li fotografo da dietro perché il giallo dei loro capelli è incredibile e ti riempie gli occhi. A me non piace, il giallo. Ma ci sono degli attimi di giallo che m'incantano.
Arriviamo e cortile interno scala sulla destra. Quattro piani a piedi.
Togliamo le scarpe, perché là è così che funziona e a dire il vero pure a casa mia.
E dire che qui pare una cosa così strana e invece. 
Insomma io ho ancora caldo e allora pure il maglione, tolgo.
E rimango con la maglietta, la maglietta blu con l'orso dell'Università di Berkeley che è giallo pure lui.
La casa è bianca, tutta bianca e rilascia gioia, la senti proprio questa gioia c'è poco da fare.
Martino parla in italiano con l'accento norvegese, e Martino che parla in italiano con l'accento norvegese è uno spettacolo. Allunga le parole, accentandole tutte, alla fine.
Dice cose tipo queeeestà maaattinà sooonò andaaaatò a scuooolà.
È una cosa impercettibile a volte ma io la noto, la noto eccome, perché le parole sono da sempre la mia fissa e io avrei passato ore a sentire il piccolo Martino parlare in italiano con l'accento norvegese.
I waffles, i waffles sono buonissimi e non lo so, quanti ne mangio. 
La marmellata cola giù sul piatto e la puoi raccogliere col dito, a casa di Martino.
Martino è contento, se ti vede mentre ti lecchi il dito sporco di marmellata e ricambi il suo sguardo furbo.
Il pomeriggio, il pomeriggio sarebbe da passare al parco da quanto è luminoso ma in fondo quella casa, è un parco.
I vetri sono pulitissimi, le finestre ampie lasciano entrare luce e calore e c'è una lavagna, in cucina, c'è una lavagna sopra alla quale Federica ha scritto una frase presa da Peter Pan.
E a un certo punto io le dico che bella posso farci una foto e lei mi fa un sorriso grande e la vedi che è felice, felice come quando fai una cosa bella e qualcuno se ne accorge e infatti ma certo grazie sono contenta, non me lo aveva mai chiesto nessuno.
Io mi dico che strano, le cose belle vanno fermate. 
E fermo la frase
"devi sapere che il giorno in cui il primo bambino sorrise per la prima volta, il suo sorriso si spezzò in mille frammenti. I frammenti rotolarono via tutt'intorno sgambettando e così ebbero origine le fate". 
E poi, poi a un certo punto Martino la chiama, chiama la sua nuova amica per giocare insieme.
La sua cameretta è piena di giocattoli ma no.
Rimangono in sala, in questa sala che ha una libreria grande, grandissima piena, pienissima di libri. Parole scritte che parlano: la cosa più bella che si possa trovare in una casa.
Rimangono in sala e si mettono a giocare con un palloncino, un palloncino di quelli che si gonfiano per le feste di compleanno, e il palloncino è giallo.
Giallo come i capelli di quei bambini incontrati per strada, giallo come l'orso dell'Università di Berkeley che ho sulla maglietta.
I bimbi lo spingono con forza su verso il soffitto e lui galleggia, calmo, nell'aria.
I bimbi lo spingono con forza e ridono come se fosse il gioco più divertente del mondo e in effetti probabilmente lo era e io quel pomeriggio,
quel pomeriggio di insolito caldo
e camminate in salita
e waffles con la marmellata raccolta col dito dal piatto
e parole scritte che mi parlavano da quella libreria
e parole parlate da Martino che aveva i capelli rossi e pazzi
e parole interrotte dalle risate, che sono le più magiche secondo me
perché sono gialle pure loro
e attimi di giallo, giallo che arriva prepotente e m'incanta,
io 
quel pomeriggio 
che ha visto un palloncino galleggiare silenzioso nell'aria e fermare il tempo
perché non è mica vero che il tempo non lo puoi fermare
lo puoi fermare ogni volta che vuoi coi tuoi occhi, basta trovare l'attimo giusto
io
quel pomeriggio
ho visto le fate.


5 commenti:

  1. Meraviglioso
    semplicemente

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  2. Anonimo11:22 AM

    Che bello :-) ci e' piaciuto tanto, proprio un bel regalo. Grazie !
    Michele

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    1. Michele! Grazie, sono contenta!
      A presto :-)

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