lunedì 8 dicembre 2014

promesse

il bambino e la bambina hanno pattinato tutto il pomeriggio con le guance rosse di ghiaccio e mercatini di natale.
l'uno accanto all'altra, con le canzoni di natale in sottofondo e dribblando come piccoli folletti gli adulti che procedono lenti. ogni tanto cadono e ridono, a volte lo fanno perfino apposta, rimangono a terra col sedere bagnato e le risate si mescolano alle lame dei pattini che tagliano la pista. George Michael canta Last Christmas, e il tempo si congela.
ora, corrono al porto, per vedere il sole che presto andrà a dormire.
il bambino sembra il fratello di Pippi Calzelunghe e saltella come se fosse il giorno più bello della sua vita e chissà nel suo cuore magari lo è davvero, perché la bambina lo segue, la bambina lo seguirebbe in capo al mondo.
si rincorrono sul pontile mentre le barche li guardano, in silenzio.
non è tempo di andare per mari all'avventura perché il buio arriverà presto, gli alberi maestri ondeggiano piano, pigri.
e poi, poi di fronte la City Hall regala un cielo azzurro quasi primaverile mentre il sole che sta per essere inghiottito dal fiordo è una palla bianca nascosta fra una foschia sospesa e mobile, che svanisce se la attraversi.
il bambino e la bambina si fermano per un paio di foto, il sole scompare all'improvviso, come un biscotto caduto nel latte. Pluff. E si porta via la foschia.
e allora il cielo impazzisce di colori. azzurro. grigio. blu. giallo. rosa. arancione.
in centro città già si è fatto buio ma al porto il cielo della Norvegia è ipnotico, infinito, benevolo e carico di promesse, e non puoi fare a meno di guardarlo. 
riempi gli occhi, per i giorni di nebbia.
andiamo laggiù, in quel caffè, per prendere una cioccolata calda.
l'aria si è fatta fredda ma non arriva al cuore, troppo caldo di bellezza.
il bambino saltella, la bambina lo segue.
d'un tratto decidono di camminare stando in equilibrio su un muretto.
un piede davanti all'altro, le braccia aperte.
la statua di Roosevelt che guarda il mare è ormai un puntino lontano.
ed ecco che tutto il cielo si dipinge di blu e la notte si mescola al giorno, che non è ancora finito.
il bambino e la bambina arrivano in fondo al muretto, si guardano e sorridono.
non sono mai caduti.



martedì 25 novembre 2014

milano e piove

milano e piove.
fare merenda in un bar con un'amica e vedere la sua pancia abitata crescere sotto a una maglia nera stile impero, mentre prendiamo un tè con la torta al cioccolato, lei, e un succo e focaccia coi pomodorini, io.
lei di mestiere fa la scrittrice e allora la cosa più bella da fare è parlare di scrittura e romanzi e favole mentre fuori si scatena il finimondo ma poco importa perché sedute a quel tavolino in legno pare di essere in un microcosmo immune dalle cose brutte.
camminare vicine sotto la pioggia, tutte e due sotto allo stesso ombrello perché il suo glielo hanno rubato un Ikea rosa bellissimo accidenti e niente non si dà pace e punta sospettosa ogni passante che si ripara sotto a un guscio rosa, potrebbe essere il mio, dice.
fermarsi in una bancarella chiedendo disperata se vendono stivali da pioggia perché ho i piedi bagnati, le calze bagnate e perfino le scarpe bagnate, così bagnate che sembrano appena uscite dalla lavatrice. seguire un amico del titolare magrebino che vi dice venite, venite con me ho un negozio ben fornito laggiù e con la pioggia e i vicoli bui par di essere in un film di gangster ambientato a NY.
acquistare soddisfatta un paio di stivali di gomma blu per venti euro.
darle un bacio con la promessa di rivedersi presto, e osservarla scendere nel sottopassaggio della metropolitana stretta in un cappottino di lana, un cappello calato sulla testa. ho pensato a una scena di Harry Potter, e me la sono immaginata scomparire nel binario 13 e 3/4. 
sfidare il diluvio correndo verso una galleria di arte dove una giovane artista innamorata dell'Islanda, e come si fa a non innamorarsi di una terra così io dico, ha raccolto i suoni e i rumori dell'isola e così per un attimo non sono più a milano ma con lei fra vulcani, geyser, ghiacciai, cavalli, volpi, balene e oceano.
mangiare in un ristorante buonissimo e ritornare ad essere per alcune ore solo figlia, nient'altro, con le strade del centro deserte, le vetrine illuminate, la pioggia che per un attimo si è arresa.
svegliarsi al mattino, tardi, e fare colazione con mio cugino.
milano e piove, ancora.
tutti e due in pigiama, apparecchiamo in silenzio. tovagliette gialle e piatti bianchi, una familiarità nei gesti data non dal luogo ma dalla persona che hai accanto. prendiamo lenti latte e cereali, tè e marmellata, fra il sonno che se ne sta andando si fanno strada le parole con una calma che avevamo paura di avere perduto per sempre e invece no.
e in un secondo abbiamo di nuovo sei anni e facciamo merenda dalla nonna col tè, i biscotti al cioccolato inzuppati. sette, otto e forse anche dodici da quanto sono buoni.
la pista delle macchinine ai nostri piedi, che ci aspetta per giocare.
milano e piove.



martedì 18 novembre 2014

la creatura silenziosa

Quando vivevo a Milano, nella casa di ringhiera dalle persiane verdi, avevo una giovane vicina di casa che faceva la editor per una importante casa editrice. La mia porta di ingresso dava sul ballatoio, e per entrare dovevo per forza passare davanti alla finestra del suo salotto.
Nei mesi caldi, quando teneva i vetri aperti, ci salutavamo sempre con un sorriso, un rapido cenno della mano. I muri colorati, il gatto acciambellato sul tavolo accanto al pc, e questa piccola figura di donna dai capelli neri e mossi. Non ho mai prestato molta attenzione ai dettagli perché era lei, che catturava la mia attenzione. Amava particolarmente stare seduta sul divano, con il pigiama e le gambe incrociate ed era soprattutto nei mesi freddi quando spesso non si accorgeva del mio passaggio, che più mi piaceva osservarla. Cercavo d’immaginare cosa avrebbe pensato questa creatura silenziosa nell’ascoltare le risate e le chiacchiere con le mie due coinquiline mentre preparavamo ciò che più potesse essere simile a una cena nella nostra cucina che confinava proprio col suo divano.
Chissà se a volte ha riso con noi delle nostre stupide cose, chissà se invece la infastidivamo, e per non ascoltarci si è messa la musica forte nelle orecchie.
So solo che nelle sere d’inverno quando rincasavo la sua finestra illuminata era un quadro, e dentro a questo quadro c’era lei, lei che non era mai sola con tutte le sue parole i suoi personaggi le sue storie d’amore e i suoi conflitti. I suoi mondi. Una tazza di tè appoggiata sul tavolo, il caos ordinato di chi abita da solo e tiene dietro alla casa quando può. Lei che non era mai di spalle intenta a prepararsi da mangiare nel cucinotto in fondo alla stanza, né impegnata a riassettare la casa. Era sempre ferma, con gli occhi bassi, tutt’uno con una storia.
Lei che bastava a se stessa e non cercava il contatto con il mondo reale, lo capivi dal modo educato ma distante con cui ti rivolgeva la parola le rare volte in cui salivamo i quattro piani dell’ascensore assieme. Dentro alla sua casa l’aspettava una vita meravigliosa e lo capivi, che non vedeva l’ora di chiudersi la porta alle spalle.

Io non lo so se lei vive ancora là o se altre persone hanno preso il suo posto, so solo che ogni vita dietro a una finestra è un quadro, e quel quadro, silenzioso, magico e pieno di parole, era l’immagine di una vita vissuta con passione che ancora oggi a distanza di anni non ho dimenticato.
Lei, era una piccola creatura silenziosa che faceva nascere le storie degli altri.


domenica 2 novembre 2014

ora, dormi

La Bambina ha fatto la valigia, di fretta.
Una fretta che non aveva ma che s'è inventata, come sempre accade quando deve fare cose che non ama.
Ha preso i maglioni, lasciando i costumi.
Gli stivali, lasciando le infradito.
Le borse, lasciando quelle da mare.
I cappotti, lasciando le canottiere.
Ha caricato la macchina, in silenzio.
C'era una luce, una luce autunnale sbiadita e pigra che tagliava a metà i tronchi degli alberi, gli alberi del bosco.
Ha preso le bottiglie di salsa di pomodoro, quella fatta d'estate e che durerà per tutto l'inverno ricordandole il sole caldo che entra dalla finestra della cucina. 
Ha chiuso, ha chiuso proprio la finestra della cucina, e si è vista come sempre accade ai piedi dei due cipressi, assieme al suo Lupo.
Disfatto i letti e lavato le lenzuola, facendo lavorare per un'ultima volta quest'anno la lavatrice vecchia e rumorosa, che borbotta ad ogni centrifuga ma che se ne sta ancora lì, impavida.
Lasciato i copriletti a fiori, che fanno tanto anni ottanta e tempo fermo.
Qualche scatoletta di tonno, nella dispensa.
Un pacco di spaghetti.
Chiuso la piccola casetta nel bosco, quella che sembra finta ma finta non è e pare quella dei tre Porcellini, un'unica stanza con una piccola cucina giocattolo un piccolo tavolo in ferro battuto tre piccole seggiole una piccola credenza bianca, in legno. Ha pensato che anche quest'anno non ci ha mai trovato dentro un animale ferito da soccorrere, ma non importa, lei ci spera sempre.
Ha salutato il Nonno, che aveva fatto la sua di valigia e si preparava a partire.
Il Nonno, il Nonno le ha accarezzato la testa e le ha dato un bacio sulla guancia.
Le ha solo detto grazie, perché ogni mattina prima di ogni altra cosa mi hai rifatto il letto, e riordinato la stanza come se davvero ci fosse bisogno, di ringraziarla. Ma lui ha un'anima bella che gioisce per i dettagli, la Bambina lo sa, e ha solo sorriso.
Si sono salutati come se non dovessero vedersi per molti mesi e in effetti sarà proprio così, quel Nonno e quella Bambina appartengono solo a quel luogo.
Lei ha lasciato che lui partisse, poi ha chiuso le ultime persiane.
Quelle del bagno su, che sono rimaste aperte sempre in questi mesi perché sono i suoi occhi, gli occhi della casa che anche quest'anno li ha accolti senza risparmiarsi, donandosi, e resistendo all'assalto di, a conti fatti, quasi sessanta bambini. Li ha resi felici come solo in un parco divertimenti potrebbero essere e 
quando possiamo venire nella casa a giocare?  ha chiesto una bambina vestita da strega, la sera di Halloween. 
La Bambina ha guardato per un'ultima volta gli alberi spogli e il manto di foglie colorate che scricchiolano sotto ai piedi.
Le ha chiuso gli occhi, dunque, 
e ora, dormi,
le ha detto.
Lei, dorme.
E aspetta il sole di maggio, per vedere tornare la Bambina.
La casa rimane nei cuori dei piccoli, e di chi non si è mai dimenticato di esserlo stato.



mercoledì 22 ottobre 2014

sospesa

il treno era sempre quello delle sette e trentaquattro,
rovente d'estate e gelido d'inverno.
ed era proprio d'inverno,
che la nebbia entrava perfino dentro, fra i sedili di plastica blu,
ti si appiccicava alla pelle, assieme al sonno e allo zaino con i libri e i quaderni,
la bocca che sa di dentifricio
le mani fredde che trovano riparo nascoste nelle tasche.
il viaggio durava venticinque minuti,
ed era un viaggio accompagnato dallo sferragliare delle rotaie che aiutava, prepotente, il cervello a stiracchiarsi.
c'erano, alle volte, nella mia stessa carrozza due miei compagni di corso,
ci sedevamo vicini,
ma nessuno parlava mai.
le parole arrivavano solo durante il tragitto a piedi verso l'università.
hai studiato
sei pronto
oggi simultanea
non ricordo mai quel vocabolo.
intorno a noi,
bologna.
una bicicletta,
io avrei pagato per farmi un giro in bicicletta per le sue viuzze del centro e chissà perché,
non l'ho fatto mai,
ho macinato chilometri a piedi nei ritagli di tempo fra una lezione e l'altra
per godermi questa vita così sospesa nel tempo.
ci sono città sospese come marionette o forse lo è la nostra testa quando lì dentro trova il suo spazio e ci sta bene come un gatto acciambellato ai piedi del letto
e ci sono momenti sospesi dunque,
che ballano sempre a tempo nonostante i clacson le cartacce gettate a terra le insegne dei negozi che t'accecano
sono sospesi,
e tu li guardi accendersi e muoversi lenti,
al suono di una chitarra di un artista di strada, di una tazza di cioccolata calda appoggiata sul piattino, di una risata che rompe i rumori ovattati di un portico, di un uomo che vende i biglietti della lotteria
rimangono sempre lì sospesi nonostante gli anni che passano
e chissà,
chi ne tiene i fili,
mi sono chiesta un giorno.
quel treno che mi ha portato da lei ogni mattina alle sette e trentaquattro,
fu la risposta.





giovedì 9 ottobre 2014

sei

Sei anni
hai il sorriso sdentato di chi aspetta arrivino i denti da grandi, quelli che sì, cadranno di nuovo solo quando sarai molto, molto vecchia
hai chiesto una macchina fotografica in regalo, per catturare il tuo mondo piccolo e grande allo stesso tempo, che m'affascina e m'incuriosisce
vuoi prendere un aereo per andare a Parigi, chissà poi perché proprio Parigi,
l'altro giorno ti sei fermata a guardare una maglietta con il disegno della Tour Eiffel e hai detto ci andiamo? Parigi, il tuo primo viaggio che ricordi solo perché spesso ti piace guardare le foto,
le foto di quando mangiavi l'omogeneizzato nel giardini di Versailles, la bocca arancione e il cappello grigio col pon pon
quando pedali in sella alla tua bicicletta preferisci fermarti sbattendo contro il muro anziché usare i freni perché così faccio prima
sei sbocciata come una rosa al sole di maggio, da piccola timida bisognosa di una guida sei diventata tu stessa guida dei tuoi amici, cammini spavalda e a testa alta per i corridoi della scuola con lo zaino in spalla come se ci fossi sempre stata, in quei corridoi
un giorno mi hai detto voglio andare a cavallo e a me è venuto un tuffo al cuore, e sono tornata bambina in sella alla cavalla Nuvola, il primo amore che non si scorda mai; ti ho ignorata pensando fosse un capriccio passeggero e invece era davvero passione, e le richieste si sono fatte sempre più frequenti e allora eccoti col cap nero in testa e la postura eretta in sella a Bunny, e la vita è davvero una ruota che gira con tutte le cose belle che ritornano, basta crederci ed eccole lì,
sotto un'altra forma,
con un vestito diverso,
il trucco ripassato,
ma l'amore che hanno dentro non è mai morto
Sei anni 
e
tienili stretti a te,
questi sei anni di
spensieratezza
dentini caduti
favole della buonanotte
colazioni in silenzio, nella penombra della cucina mentre ti guardo, ti guardo e basta, io mangerò dopo
tienili stretti a te,
mentre corri giù per la Collina con le braccia verso il cielo e i tuoi occhi pieni di meraviglia che si mangiano il mondo.
tienili stretti a te,
mettili nella tasca sinistra, quella del cuore, 
pronti per essere tirati fuori anche fra vent'anni se avrai bisogno di pace e leggerezza,
giocattoli sparsi sul divano, pigiama e calze antiscivolo, la pancia piena di pastina in brodo con il parmigiano che fa sempre casa,
tienili stretti a te, 
per non farli andare via mai.





lunedì 6 ottobre 2014

con i suoi occhi

Il padre porta fuori la figlia per una passeggiata, nelle giornate di sole e di pioggia.
La figlia è seduta, seduta su una sedia a rotelle, per via di una disabilità molto grave.
La figlia, cammina con i suoi occhi che sono neri, come i suoi capelli. Capelli corti, da sempre.
Da che ho memoria, ricordo questo padre sempre assieme alla figlia.
La madre, la madre non so.
Non l'ho mai vista.
Loro due sono una cosa sola, per le vie della città. Sono così belli insieme che si completano, e non riusciresti mai a immaginare l'uno senza l'altra.
In bicicletta, sì proprio in bicicletta, lui pedala leggero sulla ciclabile, con una bici a tre ruote, la figlia seduta su di un seggiolino, ben legata. 
Il seggiolino lo ha fatto montare davanti, così che lei possa esser la prima a prendere il vento in faccia, e i raggi del sole.
Le nuvole bianche come la panna, le foglie verdi degli alberi, i cani che trotterellano al fianco dei loro padroni.
Così che lei possa esser la prima a vedere la vita.
Il padre è diventato vecchio in questi anni, i capelli si sono fatti bianchi, la pancia un poco più pronunciata.
La figlia, la figlia avrà la mia età ormai ma il tempo sembra essersi fermato per lei.
Si è fatta forse più piccola, ma il viso è lo stesso.
Oggi li ho visti davanti alla scuola di danza.
C'era la porta laterale aperta per far entrare quest'aria di un autunno che è primavera.
Dentro, alcune ragazze con il body bianco e rosa ballavano sulle note di una musica classica.
Ho visto il padre fermarsi davanti alla porta, inginocchiarsi accanto alla figlia, e guardare dentro, assieme a lei.
Ho visto la figlia saltare tutti i salti che non ha mai saltato,
dare tutti gli abbracci che non ha mai dato
ridere di quelle risate piene, piene di parole che non ha mai pronunciato,
ho visto lei, seduta su quella sedia a rotelle assieme al suo papà che è le sue gambe e la sua voce e tutto ciò che non ha mai potuto essere,
e mi sono sentita piccola,
perché ho visto lei,
che con i suoi occhi grandi e neri come i suoi capelli,
lei,
ballava.



venerdì 26 settembre 2014

per mano

all'uscita della scuola il bambino e la bambina scendono giù per le scale tenendosi per mano.
il bambino e la bambina sono amici, il bambino non dice mai lei è la mia fidanzata,
e la bambina non dice mai lui è il mio fidanzato,
come spesso ormai accade anche fra i più piccoli.
non lo dicono, perché non è vero.
si sono tenuti per mano durante la recita di fine anno della materna,
e si tengono per mano ora mentre escono dall'aula con quegli zaini così grandi in spalla, 
nemmeno sei anni di vita nelle gambe.
sono amici, e l'amicizia fra un bambino e una bambina, l'amicizia sincera, di pancia e senza malizia è una delle cose più belle che possa succedere, perché crescerà con loro e sarà più forte di altri legami, sarà oltre le bambine che fra loro giocano con le bambole, sarà oltre i bambini che fanno la lotta.
sarà oltre, e non conoscerà invidie, dispetti e ripicche.
sarà oltre, più in alto delle nuvole e vicino al sole.
ieri il bambino si è messo a piangere nel cortile della scuola, si è fatto piccolo piccolo, ha nascosto il viso fra le mani e le lacrime hanno iniziato a scendere in silenzio.
voleva andare a casa con la bambina, voleva fare la merenda assieme a lei e rotolarsi veloce nel prato, giù per la collina.
la bambina gli ha detto piano, così piano che quasi nessuno l'ha sentita,
gli ha detto un altro giorno, domani ci vediamo, domani è subito.
l'amicizia fra un bambino e una bambina è un senza tempo e ritorna agli occhi di chi l'ha vissuta, come un flashback che toglie il fiato.
è un
c'erano una volta un bambino e una bambina che si tenevano per mano a scuola.
c'erano una volta un bambino e una bambina, e la loro amicizia che diventò grande.
c'era una volta un bambino, quel bambino, che se ne è andato per sempre, poco più di due anni fa.
da allora, la bambina non ha mai smesso di tenerlo per mano.


giovedì 18 settembre 2014

l'uomo coraggioso

Rimangono fino a quando il mare non si mangia il sole, una enorme palla arancione, laggiù.
C'è una strada tortuosa, che costeggia il mare, e ad un certo punto finisce. Se sei fortunato, molto fortunato, puoi trovare parcheggio. Affacciarti, guardare giù, non senza qualche brivido, e vederli. Solo rocce, da una parte, che a poco a poco scompaiono nell'acqua.
L'acqua di un mare, che è l'oceano.
L'acqua di un mare, che è l'oceano e ha onde altissime, e più il sole si fa basso, più le onde si alzano.
Loro aspettano pazienti la loro onda, appoggiati alla loro tavola.
Sembrano animali marini, col nero lucido e bagnato della muta che luccica fra i bagliori dell'acqua. Rimangono in silenzio, vicini ma non troppo. L'onda è un rito, il mare la loro religione.
Sono pochi, pochissimi i curiosi.
Questo è un mondo nascosto, solo per i surfisti. Molti camper parcheggiati lungo la via: passeranno la notte lì, per addormentarsi col rumore del mare, qualche telo steso fuori che si asciugherà coi primi raggi del sole del mattino. Una scatoletta di tonno, pane e formaggio da mangiare coi capelli ancora bagnati. Un bicchiere di vino rosso.
Un pomeriggio, un tardo pomeriggio, c'è questo mare che è oceano molto, molto arrabbiato.
Nessuno ha il coraggio di sfidare delle onde immense che fanno rumore, e paura. Il cielo è plumbeo, il sole, non si è mai fatto vedere.
Ad un certo punto, arriva un uomo.
S'incammina con la tavola sottobraccio, la muta integrale solo fino alla vita.
Guarda il mare.
Parla con un bagnino, e con un altro ancora.
S'infila la muta del tutto, allaccia la cerniera.
Guarda il mare per diversi minuti, e nessuno saprà mai cosa si sono detti.
Entra in acqua, la pancia appoggiata sulla tavola, le bracciate lente che lo portano verso quelle onde immense.
Rimane solo un puntino lontano, che ondeggia lento.
I due bagnini non lo perdono di vista nemmeno un attimo.
L'uomo d'improvviso si alza, e cavalca la sua onda.
L'uomo d'improvviso si alza, e balla col mare.





martedì 9 settembre 2014

la macchina di sogni

Lui è seduto dietro di me, in macchina.
La cintura allacciata e uno skateboard nuovo di zecca al suo fianco.
È il regalo per il suo dodicesimo compleanno che ha scelto pochi minuti prima: si è avviato con passo svelto e deciso verso lo scaffale, sapeva esattamente dove trovarlo. Chissà da quanto tempo aspettava quel momento.
Lui è seduto dietro di me, appunto. 
Un paio di sneakers rosse ai piedi.
Parliamo di sogni.
Mi racconta di quest'uomo, che progetta e costruisce macchine, facendo della sua passione più grande il suo lavoro. Conosce tutti i dettagli della storia: i fallimenti, i sacrifici, il duro lavoro, il successo. 
Un giorno, se ne è andato a visitare la fabbrica e lo ha conosciuto. Una persona semplice, perché tutti i grandi lo sono, che gli ha perfino autografato un modellino.
Parcheggio la macchina e camminiamo insieme e lui non smette di parlare e io lo ascolto, incantata. I suoi occhi brillano e i polmoni quasi non prendono aria perché le parole sono più veloci. Le sue mani si muovono nell'aria sicure e mimano le forme delle macchine, dei loro motori, dei particolari. Io non so niente, di questa bellissima storia, lui è il maestro e io sono la sua allieva. Il suo mondo del sarò e farò, dove nulla è impossibile.
Dice sai io vorrei fare come lui, ma non essere lui. Vorrei studiare tanto per poi creare una mia linea di macchine, sto già pensando al nome e al simbolo, così che mi riconoscano ovunque. 
E nel mentre mangia avidamente la sua pizza margherita, taglia uno spicchio alla volta e prima di addentarlo lecca forchetta e coltello per poi riporli sul tovagliolo. È sempre stato uno preciso.
Gli ho detto vedi, questo signore non ha mai smesso di credere nel suo sogno, anche quando ha fallito. Pensa se avesse mollato e se ne fosse andato, che ne so, a fare il panettiere.
Già, ora se ne starebbe con le mani piene di farina e magari bruciate dal fuoco, a pensare al suo sogno.
È vero, devi sempre tenerlo vivo, il tuo sogno, perché è dai sogni che nascono le cose belle.
Dopo, deve andare da un suo amico, con la bicicletta. 
Mi piace andare a scuola in bici, assieme ai miei amici. Quando piove dobbiamo correre, e non possiamo chiacchierare, ma se c'è il sole è più bello, e lo è anche quando qualcuno di noi non ha la bici, carichiamo tutti gli zaini sul cestino e andiamo a piedi. 
L'ho accompagnato davanti alla porta di casa, una macchina di sogni con lo skateboard sottobraccio.
L'entusiasmo contagioso, la vita che gli frigge sotto ai piedi.
Gli ho chiesto se potevo dargli un bacio, mi ha detto okkei. 
Non è vero che non si dovrebbero avere preferenze.
Sarà sempre il mio cugino preferito, che s'è fatto grande e non posso più stropicciarlo di baci né prenderlo in braccio o fargli mangiare polpette facendo facce buffe, ma ora ha il mio regalo, nuovo fiammante.
Sono certa lo porterà lontano, verso il suo sogno.



lunedì 18 agosto 2014

la scelta del Lupo

Come ogni mattina la Bambina si alza, indossa frettolosamente i pantaloncini e una maglietta.
Corre giù per le scale e chiama il Lupo.
Due fischi, uno lungo e uno breve, sono il segnale.
Il Lupo è molto, molto obbediente, con la Bambina.
Premuroso e protettivo. Mai la lascerebbe avventurarsi da sola nel bosco e per questo, di solito, basta il primo fischio, quello lungo, per farlo accorrere con le orecchie diritte e lo sguardo attento.
Ma il Lupo, quella mattina, non arriva.
La Bambina esce di casa e si ferma al limitare della radura.
Fischia, fischia di nuovo e inizia a chiamarlo, con tutto il fiato che ha in corpo.
Invano. 
La Bambina trattiene le lacrime, mentre corre da un angolo all'altro del bosco, senza una meta precisa.
Lo cerca, ovunque.
Lo cerca e urla il suo nome. Mai, mai in tutti quegli anni era successa una cosa del genere.
Mai, mai in tutti quegli anni il Lupo se ne era andato senza di lei.
La Bambina, si sente abbandonata.
Ad un certo punto il vecchio Maresciallo, che vive in una casetta vicina a quella della Bambina e ha visto nascere e crescere lei e il Lupo, arrivati in questo mondo a soli tre mesi di distanza, fa capolino da una siepe e le dice vieni, Bambina, vieni oltre il bosco. Io lo so, dove è il Lupo.
Così, la Bambina prende il coraggio a quattro mani e si avventura per la prima volta in vita sua fra gli alberi, da sola, seguendo il vecchio Maresciallo.
Scavalca una alta siepe sotto alla quale nota un buco profondo. La via di fuga del Lupo.
Supera un altro bosco, percorre metri che le sembrano chilometri, passano minuti che sembrano ore o forse anni.
Ha paura, la Bambina, ma non vuole pensarci.
Poi, d'improvviso, il fitto verde lascia spazio ad un campo e in questo campo in lontananza lei vede il suo Lupo, assieme ad altri lupi.
La Bambina non dice niente, rimane immobile ed in silenzio, ad osservarlo.
Per la seconda volta quel giorno, si sente abbandonata.
Ad un certo punto il Lupo si volta, e la vede.
Il Lupo e la Bambina si guardano, in silenzio.
Il Lupo dice qualcosa ai lupi, in una lingua incomprensibile alla Bambina, agli umani.
Poi, si volta.
E corre verso di lei.
Insieme, si incamminano verso casa.
E il bosco, agli occhi della Bambina che ora ha accanto il suo Lupo, si fa di nuovo buono.
Sei un Lupo cattivo, cattivo, cattivo e ancora cattivo.
Gli dice la Bambina arrabbiata, arrabbiata per davvero.
Il Lupo, tace. Non cerca le carezze, ma il suo corpo nero e grande si fa più vicino a quello della Bambina, più del solito.
Nessuno, nessun umano vicino al Lupo e alla Bambina parlò mai più dell'accaduto.
Il buco sotto alla siepe venne chiuso. Il buco nel cuore della Bambina si fece sempre più piccolo, col passare dei giorni.
Non fu necessario punire il Lupo in alcun modo, e mai più accadde una cosa del genere.
Il Lupo rimase al fianco della sua Bambina per molti, molti altri anni perché il Lupo,
quella mattina in cui si ritrovò in un campo accanto ai suoi simili, con la Bambina che lo osservava da lontano, in silenzio, nel suo cuore aveva scelto.
Il Lupo, aveva scelto la Bambina.

sabato 19 luglio 2014

dopo le ventuno

L'uomo ha ottant'anni o forse novanta chissà, e vive in un piccolo albergo sotto a un portico del centro di una bella città da cinque anni o più, lui non ricorda.
Due vestiti, ha solo due vestiti che il servizio lavanderia si preoccupa di lavargli regolarmente.
Camicia, giacca e pantaloni.
Vecchi ma di buona fattura, fatti a mano, con cura.
Ogni settimana arriva una donna, un'infermiera, che controlla lui prenda le sue pastiglie per la pressione e il colesterolo.
Per colazione, un caffellatte e sei biscotti secchi, impilati diligentemente alla destra della tazza.
Il pranzo sempre alla trattoria all'angolo.
Una camomilla e due cioccolatini, per cena.
Un solo pasto al giorno lui dice sia più che sufficiente, alla sua età.
Non parla, non parla mai con nessuno, per noia o tristezza, o per pigrizia.
Ma la ragazza, la ragazza che sta alla reception ogni pomeriggio, è capace di farlo sorridere.
Lui esce per le vie del centro ogni giorno, dopo che il bus delle quindici e trentadue diretto alla Piazza è passato davanti all'albergo, non ci è dato sapere dove se ne vada e par quasi lo voglia inseguire, quel bus, mentre se ne va col suo passo deciso e le mani che s'abbracciano dietro alla schiena.
Quando rientra alcune ore dopo e vede lei, con un sorriso rassicurante e la voce sottile e dolce come una caramella al miele per il mal di gola, i suoi occhi diventano meno grigi.
Lei che ha un leggero strabismo, occhiali dalle lenti molto spesse per via di un importante problema alla vista, capelli neri come la seta che ricadono morbidi e lunghi sulle spalle e un inglese scolastico ma quasi perfetto nella sua semplicità, dicono gli ricordi la sua unica nipote che una volta veniva a trovarlo, ogni tanto. Solo lei, pareva ricordarsi della sua esistenza. 
Un giorno andò a vivere in un altro paese al di là del mare, nessuno ha mai capito quale fosse il paese, e quale il mare, ma non venne mai più.
Ogni sera, alle ventuno, la ragazza raccoglie i capelli in una coda di cavallo, toglie il cartellino col suo nome dalla giacca, lo ripone nel primo cassetto sotto al computer e indossa un paio di scarpe da ginnastica.
Il treno delle ventuno e venticinque per andare a casa l'aspetta.
Sono solo venti minuti di viaggio ma non può permettersi di perderlo perché non ce ne saranno altri.
A domani, dice l'uomo.
A domani, dice la ragazza.
Vai nella tua casa, in un altro paese al di là del mare, vero? Tornerai, domani?
Lei sorride assecondandolo e sì, vado nella mia casa, in un altro paese al di là del mare e tornerò, domani.
Ogni sera, qualche minuto dopo le ventuno l'uomo se ne sta in piedi davanti alla porta dell'albergo, e segue con lo sguardo questa piccola ragazza che cammina veloce. 
Rimane lì, fino a quando la sua figura non viene inghiottita dalla notte.
Rimane lì, pregando che quel paese e quel mare nella sua testa sempre così lontani e minacciosi e veri non gliela portino mai via.







martedì 24 giugno 2014

désir

È ritornato il tempo,
dei giorni nella casa di campagna, quei suoi occhi grandi e scuri che sono le persiane hanno aspettato per mesi in silenzio e con pazienza.
È ritornato il tempo,
di sentirla ridere piano, quando ci sente arrivare chiassosi e si stiracchia, e sbadiglia pensando eccovi. Io lo so, che col sole di maggio arrivate.
Di sentirsi in vacanza anche se in vacanza ancora non si è
piccoli e grandi piedi nudi che corrono e camminano nel prato
albicocche da raccogliere un attimo prima che gli storni le notino e decidano di beccarle
amici che arrivano anche senza preavviso, per due patatine uno spritz e una partita di calcio, e lo spritz e le patatine non mancano mai, nemmeno qualche pezzo di pizza al taglio nel freezer
il campanello sopra alla cassetta della posta che mai, mai nessuno riesce a trovare e allora c'è chi ti chiama a gran voce per farsi aprire, o magari ti telefona
feste, perché non esiste la casa di campagna senza le feste e
piatti bicchieri posate in plastica sempre in gran quantità, nel mobile della sala
bambine che gridano di gioia mentre giocano a fare la signora e a esplorare il bosco e qui, qui non hai bisogno di controllarle, perché la casa dai tanti occhi scuri che ha visto crescere quattro generazioni di donne le segue e le controlla, vigile
un piccolo tavolo bianco in ferro battuto con tre piccole sedioline, una tovaglia verde come il prato sotto ai loro piedi e tre piatti tre bicchieri tre forchette, una cena improvvisata fra piccole amiche con piccoli discorsi segreti sussurrati all'orecchio.
i due cipressi che ogni giorno, quando il giorno non è più giorno e la notte ancora notte non è, vedono arrivare il lupo e la bambina, basta volerlo e loro arrivano, arrivano davvero, la bambina che non ha mai amato molto giocare con gli altri cuccioli di uomo troppo spesso troppo spaventati da quel grande lupo nero, che per questo veniva lasciato dentro alla casa a guardarli giocare attraverso il vetro, con gli occhi attenti e le orecchie diritte e il dispiacere nel cuore
una trapunta leggera piegata sul divano, che userai per coprirti quando arriverà la notte e tu vorrai tenere aperte le finestre, per sentire i grilli
le cose che abitano la casa, sempre uguali e sempre le stesse, un po' démodé ma non importa, perché il ricordo conforta e fa guardare avanti
la cena con il tg in sottofondo, quello delle 20, e anche quello delle 20.30 perché i nonni hanno quello e il quotidiano, che leggono in divano dopo pranzo, bevendo il caffè
la collina, perché è sopra una piccola collina che la casa vive col suo pozzo e il suo portico e il suo roseto e tutte le cose che se chiudi gli occhi puoi trovare in tutte le favole ma qui le hai davvero
e le corse con la bici giù, per quella collina, le mani ben salde sul manubrio e le gambe diritte verso il cielo alle quali nessun bambino ha mai saputo resistere
la pace, perché è qui che si viene per trovarla, dove tutto viaggia sui binari giusti, anche i tuoi pensieri
E poi,
poi c'è un quadro appeso in cucina.
Quando mia madre me lo fece vedere per la prima volta, 
mi chiese cosa vedi?
E io risposi un paesaggio e un cielo con le stelle
Lei allora me lo indicò bene dicendomi non avere fretta, guarda meglio.
Désir.
Alcune stelle formavano la parola désir, desiderio.
È ritornato il tempo,
di fare colazione ogni mattina davanti a un cielo pieno di promesse, e di esprimere desideri.









giovedì 12 giugno 2014

invincibili

Vedi l'ostacolo, da lontano.
Conti i tempi di galoppo, sarà almeno la millesima volta che lo fai, ormai hai occhio.
Sono cinque.
Ti avvicini e pensi oddio quando ho fatto la ricognizione del campo non era così alto, eppure, eccolo qui.
Tu e lui, il tuo cavallo, siete una squadra. 
I tempi di galoppo sono cinque, dunque, e inizi a contare,
quattro,
tre,
due,
stringi forte le gambe, lui corre convinto, ma ha bisogno di sapere che ci sei.
Potrebbe rifiutarsi, o inchiodare,
o tu potresti aver sbagliato a contare, come quella volta in cui sei rimasta indietro per poi volare in avanti oltre lui,
lui che salta senza di te e poi inchioda così forte da cadere ma era troppa la sua paura di schiacciarti, e te li ricordi i suoi zoccoli a venti centimetri dalla tua schiena, il tuo braccio rotto,
e per un attimo questi pensieri ti passano per la testa, e sono pensieri che portano la paura.
Ma tu la mandi via perché sei più forte, certo che lo sei e allora guardi oltre, oltre l'ostacolo, perché è così che l'istruttore ti ha sempre insegnato, a lezione.
Se guardi oltre il cavallo lo sentirà, siete una cosa sola voi due, e lui ha bisogno anche del tuo coraggio.
Non puoi indugiare, o lui si sentirà abbandonato.
Uno,
manca un solo tempo e
dovete volare, insieme.
Stringi le gambe con tutta la forza che hai, ti metti sull'inforcatura, allenti le redini, sei vicina al suo collo, così vicina che praticamente lo abbracci e senti il suo odore, 
l'odore delle lezioni sotto il sole d'agosto e nella nebbia di novembre,
delle carote sgranocchiate insieme nel suo box, 
delle sue musate contro la tua schiena per farti capire che ti vuole bene, 
del prato d'inverno, una giacca verde imbottita per te e una coperta blu per lui, una passeggiata in silenzio e quanto amavi quei silenzi,
della pomata per quella sua fastidiosa flebite, ora solo un brutto ricordo, 
della sua presenza dietro di te, ti segue lungo il corridoio della scuderia come un cane fedele. 
Senti l'odore della fatica e poi del riposo,
di un vivere quasi in simbiosi,
e,
ora, volate.
E lassù, sospesi nell'aria,
invincibili,
proprio invincibili,
siete bellissimi.



mercoledì 4 giugno 2014

la forma di un ricordo


C'è sempre stato un che di assoluto, maestoso e teatrale nel suo modo di essere.
Prendeva la vita con irruenza, lei, quella dei grandi drammi e dei grandi amori,
delle grandi sfuriate e dei grandi baci che ti toglievano il fiato.
L'ho imparato con gli anni, che bisognava semplicemente lasciarla senza provare a domarla, ché sarebbe stato impossibile. 
Sedersi e aspettare, aspettare che la tempesta se ne andasse dai suoi occhi azzurri per far posto alla quiete.
Lei, donna pratica che non amava perdersi in quisquilie, aveva un rapporto molto fisico perfino con la religione. 
Mai e poi mai avrebbe recitato il rosario nella penombra della camera da letto, magari in ginocchio e con gli occhi chiusi.
L'ho ancora qui, davanti agli occhi, e dice a voce alta un padre nostro in cucina mentre asciuga le pentole del pranzo e le ripone nella mensola, padre nostro che sei nei cieli *che dio ti fulmini, maledetto* rivolgendosi a un coperchio che le era accidentalmente caduto a terra - sia santificato il tuo nome.
Per non parlare dei miei pasti, che dovevo per forza finire sennò la madonna piange.
E così io non lasciavo mai nulla per la paura di vedere la poverella in un angolo a versare lacrime amare per colpa mia.
Ci fu un periodo piuttosto lungo in cui prima di Natale organizzava con alcune inquiline il Rosario dell'Avvento, termine che non ho mai capito se davvero esistesse o fosse frutto del suo fervore religioso.
Una volta alla settimana si riunivano tutte in preghiera prima di cena, nell'androne del palazzo.
Io amavo molto quei momenti per due motivi che a dire il vero nulla avevano a che fare con i santi e il paradiso.
Il primo, era di carattere culinario. Perché, dopo le preghiere, la nonna ed io preparavamo le cotolette di tacchino, che a me facevano impazzire.
Il secondo, era di carattere sociologico: mi perdevo a studiare le altre donne. La mia bocca recitava come un piccolo automa le preghiere, un rosario in plastica rosa fra le dita, le gambe che ondeggiavano sulla sedia, gli occhi e la testa che immaginavano altre storie, altre cucine, altre televisioni accese, altre famiglie.
Le signore, tutte rigorosamente dai 60 anni in su, scendevano con le pantofole, le calze contenitive, il grembiule, uno scialle sulle spalle, portandosi dietro nuovi profumi di case e io, come un cane in una pasticceria, attivavo i sensi e davo libero sfogo alla fantasia. 
Le pie donne seguivano tutte la nonna che era, manco a dirlo, il Gran Cerimoniere. Dettava il ritmo, e la sua voce sovrastava quella di tutte le altre.
Io ero molto fiera, della mia nonna.
Perché era indiscutibilmente il Capo.
Il Salve Regina, che si diceva alla fine, era sempre il mio punto debole, un piccolo mistero che non ho mai imparato.
E poi, le cotolette erano vicine, io avevo già osservato tutto nei minimi dettagli. Il mio lavoro era finito.
Una volta arrivate su in casa, la nonna mi mandava a prendere la sua cuffia da doccia, quella bella in plastica bianca coi fiorellini che metteva sempre quando doveva friggere, così non mi puzzano i capelli di fritto, diceva. E ricordo, come correvo nel corridoio, felice di rendermi utile per un fine così nobile: le cotolette.
C'era una padella grande grande, piena di olio.
C'erano le mie manine che mettevano la fetta di carne prima nelle uova e poi nel pan grattato.
E poi c'era lei, che le metteva a cuocere.
Ancora, dopo tanti anni, sento quel senso d'infinito e d'immortale che si respirava nelle sere d'inverno con lei accanto che mi diceva non stare così vicina al fuoco, che ti bruci.
Ma io con quella donna che montava in sella alla vita, tenendola ben salda con le redini e spronandola col solo uso della voce
che se la mangiava a colazione assieme al caffè espresso, per sentirla scorrere calda nelle vene
che la stendeva sulle unghie, e aveva il colore rosso del suo smalto
e brillava anche nei giorni di pioggia assieme alle sue risate che sfrigolavano nell'aria,
e aveva il colore del mese di giugno e delle sue rose del suo roseto, 
e l'odore del borotalco che mi dava dopo avermi lavata dalla testa ai piedi con fin troppo entusiasmo, perché ero sporca come una zingara, dove sei stata col cane, che hai la terra anche dentro alle orecchie
e la forma di un ricordo che si appiccica alla mente e l'unica cosa che puoi fare è trasformarlo in parole per non farlo andare via mai
io con quella donna accanto
non ho mai avuto paura di bruciarmi.



martedì 27 maggio 2014

la solitudine di una madre

La solitudine di una madre.
Ti accoglie in un giorno di sole di maggio.
I bambini piccoli e biondi che giocano sotto al portico e si litigano dei giocattoli. 
Uno di loro è scalzo e un sandalo non si trova. Il moccolo al naso. Ridono sul prato felici di vederti.
La madre è nella cucina, la spesa ancora da disfare, l'acqua che bolle impaziente, alcune zucchine da tagliare e mettere in padella. I jeans, una maglietta pulita ma non stirata. La tovaglia da stendere sul tavolo. Della pasta, fusilli o maccheroni ancora non sa cosa buttare. Un occhio ai fornelli, uno al giardino speriamo siano buoni, che ho tanto da fare ancora, scusa sono in ritardo ma, ma 
ti guarda e tu capisci, non ha bisogno di andare avanti.
Non conosci la casa ma l'aiuti, in silenzio.
Tanto le cose nelle cucine stanno sempre tutte negli stessi posti.
La solitudine di una madre.
La trovi nel carrello del supermercato il sabato mattina, il bimbo addormentato caricato di peso dentro, sì proprio dentro, fra il Perlana le salviette umidificate le arance che fanno sempre bene le patate per fare il purè il pesce quello già pronto preso al banco. Una lista mentale, non scritta, per la lista scritta non c'è mai molto tempo e speriamo di non aver dimenticato nulla. Le borse con tutta la spesa della settimana caricate in macchina. Il bimbo, anche. Dorme ancora, meno male. 
La solitudine non aiuta, a portare le borse.
Nemmeno a riporre il carrello.
La solitudine di una madre.
Ride.
Quando la madre pensa non ce la farò mai, perché non sono capace.
Il bambino che non riesce ad attaccarsi bene al seno e Canale 5 che trasmette un film con Denzel Washington. Lei lo guarda, senza vederlo davvero.
La solitudine di una madre.
Si nasconde nei giocattoli sparpagliati sul pavimento.
La madre in ginocchio che prova a riordinarli. Quelli di plastica nella scatola rossa, quelli di legno nella scatola verde. Un ordine che durerà venti minuti, forse mezz'ora. Ma lei ne ha bisogno, per dare aria alla testa.
La solitudine di una madre.
S'infila nelle pieghe del cuscino, in una delle tante notti insonni e di pianti, pianti che vogliono solo la mamma per trovare la quiete. 
Il bambino cullato sempre nello stesso modo, lo stesso percorso fatto nella penombra del corridoio. Uno sguardo all'orologio, sono le quattro di mattina. Le quattro di mattina sapevano essere solo ossigeno, una volta. Una culla vuota, perché a questo punto meglio tenerlo nel letto, in mezzo.
Sdraiarlo con delicatezza facendo bene attenzione a non svegliarlo. L'ultima fatica prima di crollare.
La solitudine vede la madre, appoggiata sul fianco mentre guarda il bambino. Non ha nemmeno la forza di coprirsi. La testa riposa. Gli occhi, anche.
La solitudine di una madre.
Nelle braccia indolenzite delle sette di sera, dopo non si sa nemmeno quante ore, dodici o forse quindici chissà, ore passate ad accogliere, consolare, fare ridere e giocare. Braccia che salutano felici il papà che rientra dall'ufficio, da una vita vera fatta di persone adulte, frasi di senso compiuto, pausa caffè alla macchinetta con i colleghi. Braccia che ora possono finalmente riposarsi, riposarsi pulendo un bagno o preparando la cena, qualsiasi cosa purché non sia quel cullare ossessivo, la porta chiusa per provare a volare di nuovo.
La solitudine di una madre.
Se ne sta seduta sulla lavatrice e la guarda, mentre rimane sotto la doccia per quasi mezz'ora, gli occhi chiusi lo scroscio d'acqua calda sul viso, i muscoli che finalmente si rilassano. 
La guarda, mentre si siede sul piatto doccia e quasi si addormenta.
La testa va alla vacanza a Ibiza.
La testa si chiede se tornerà.
La solitudine di una madre.
L'accompagna nei gesti ripetitivi e quasi maniacali ma indispensabili di quei primi mesi.
Uno schema rigido da seguire perché gliel'hanno detto tutti, che la routine rassicura i bambini.
Pianto latte ruttino cambio del pannolone addormentamento.
La solitudine s'accorge che sta arrivando un temporale, che sta piovendo e che il sole poi finalmente è arrivato.
La madre invece non riesce a trovare il ciuccio, il bambino piange di un pianto inconsolabile forse sono le colichette ma chi lo sa, non parla, ed è da almeno venti minuti che le scappa la pipì.
E sono le tre. Ancora non ha pranzato. La lavatrice ha finito il ciclo da stamattina. O era ieri sera?
La solitudine di una madre.
Si nasconde dietro al sorriso di circostanza che la madre si disegna sulle labbra, quelle labbra che una volta erano dipinte di rosso e friggevano la vita.
La solitudine di una madre.
La scosti, quando entri in quella casa che sa di nursery e latte, portando normalità.
I suoi occhi, gli occhi della madre, hanno in fondo una luce che riconosci, la stessa che brillava forte il giorno della sua festa di compleanno a sorpresa. Gli anni erano venti e la vita pulsava fra i tavoli del locale e il deejay che aveva messo la loro musica preferita.
La solitudine di una madre.
La calci, quando dici prepari un biberon, il papà è bravo e lo sai. e io ti porto al cinema così prendiamo le caramelle gommose e ridiamo.
La solitudine di una madre.
C'è una scatola molto grande, nell'ultimo ripiano dell'armadio della cameretta.
La madre curiosa. Trova le tutine smesse. Uno scaldabiberon. Delle calzine così piccole da sembrare adatte solo a una bambola. Il tiralatte. Il sacco nanna, per tutte quelle notti d'inverno. Mai usato. Perché lui non dormiva mai. La giostrina, rimasta appesa sul lettino per tanto tempo. Le aveva regalato qualche breve telefonata a sua sorella, senza strilli e richieste di attenzione.
La madre guarda meglio.
Vede i suoi occhi stanchi le passeggiate al parco tante pappe sputate i pannoloni cambiati i bagnetti il borotalco le canzoncine sciocche che lo facevano tanto ridere.
In un sacchetto fra il primo body taglia 1 mese e un carillon a forma di angioletto, la riconosce. La solitudine di una madre. Se ne sta buona lì, lavata stirata e sapientemente piegata. Non è più tempo di avere paura, perché s'è fatta piccola.
La madre si alza. Ripone la scatola e chiude l'armadio.
Le labbra hanno ripreso a friggere la vita, e sono dipinte di rosso.







venerdì 23 maggio 2014

dentro al cuore

Ha un incedere calmo ma deciso, di chi sa di essere in perfetto orario con la tabella di marcia delle visite ma al contempo non vuole dormire sugli allori.
Una stretta di mano ferma e vigorosa, la sua mano abbraccia la mia. Mi piace.
Un umorismo sveglio e pungente, ma mai fuori luogo.
Mi fa delle domande, quelle tipiche, di circostanza, fatte per farti sentire a tuo agio davanti a un camice bianco e un lettino e un ecografo. Io lo so, e quindi non è che lo sia molto, a mio agio.
Quella borsa, quella lì che hai tu. La fanno con le ruote dei camion vero? A me pare un prezzo esagerato, per un pezzo di gomma di uno Scania. Ma sono le mode. Le mode terribili di voi giovani, io lo so.
Mi dice sdraiati su un fianco, il fianco sinistro. 
Guardo il muro che ospita un quadro ma non mi interessa, il quadro. Fisso la firma in basso a sinistra che è illeggibile, piccola e stretta e svogliata, davvero.
E un poco mi perdo a guardare quel tratto, quasi dimenticandomi dove sono.
Lui rimane in silenzio ed è un pensiero comune io lo so, quello di voler essere fra i pensieri dei dottori, quando ti visitano e non dicono nulla.
Ad un tratto c'è un scusami, devo premere forte l'ecografo sulle costole, devo sentire e vedere bene il cuore.
E d'improvviso lo sento, il mio cuore che fa bum.
Non è come quello dei feti, un cavallo che galoppa come un pazzo.
Il mio fa proprio un bel bum secco e deciso.
E poi, hai un cuore di bambina.
Dice proprio così, cuore di bambina. E girati, guarda, hai un residuo embrionale. Lo sai cosa vuole dire? Vuole dire che ti sei portata dietro un pezzo di tua madre, quando sei nata, e rimarrà per sempre lì.
E non c'è rigore scientifico nel suo tono, che pare quello di un nonno che racconta una favola, e i suoi occhi fissano quel fagiolo bianco sul monitor nero, e brillano contenti e io sorrido.
Chissà a cosa pensano, suoi occhi che brillano contenti. 
A una piccola magia, mi piace credere.
Così, mentre in sella alla mia bici filavo via veloce come il vento, ho capito.
Ho finalmente capito perché da quando ho memoria in qualsiasi posto del mondo io mi trovi,
qualsiasi casa io abiti
letto mi accolga 
lingua mi parli, conosciuta o no,
aereo mi culli a destinazione,
io mi senta sempre a casa,
protetta e al sicuro,
ogni cosa all'apparenza nuova eppure già così familiare e rassicurante.
Perché non si tratta solo di sensazioni o sentimenti, bensì anche di scienza, pezzi che non se ne sono mai andati.
Perché in tutti i miei giorni di mare calmo di pace o burrascoso di tempesta
io ho mia madre dentro al cuore.