martedì 24 dicembre 2013

è natale e...

È Natale e

1) odio fare acquisti e non mi piace affatto l'aspetto consumistico di questa festa, quindi il 2 di dicembre avevo acquistato il 95% dei regalini in una bancarella che devolveva il ricavato a progetti dedicati alle adozioni a distanza. Avevo impiegato un totale di quindici minuti e mi sentivo troppo figa al pensiero di essermi risparmiata tour di shopping nelle temutissime domeniche di dicembre. Mi era andata di lusso. Troppo di lusso. Infatti...

2) ieri mi chiama mia madre, specialista nel nascondere i regali acquistati così bene ma così bene che puntualmente accade che non riesce a trovarne qualcuno, per implorarmi di andare a comperare nuovamente quello di mia sorella. Bene. Siete mai stati il ventiquattro mattina in una profumeria? Ah sì? E siete ancora vivi? Avete fatto una vaccinazione? No perché io ne sono uscita molto, come dire, provata.

3) mi sono schivata il momento addobbi a casa mia perché Lui e la Bionda sono sempre così entusiasti ma così entusiasti quando si tratta di fare i piccoli folletti del natale che io quel pomeriggio avevo colto la palla al balzo andandomene in giro per i fatti miei e tornando a casa con albero e presepe e balle varie fatti, come una vera regina. Ancora una volta mi era andata di lusso, ma così di lusso che....

4) mi offro di aiutare mio nonno a fare l'albero, gli dico mi porto dietro la Bionda così lo facciamo tutti insieme magari. Sì certo tutti insieme come no. È finita che lui e mia figlia hanno passato il pomeriggio a raccontarsela, mentre mangiavano biscotti sul divano. Io, alle prese con 2,40 metri di albero e uno scatolone pieno di palle, mi sono divertita moltissimo. Ma proprio moltissimo, eh.

5) quest'anno ho messo sotto la Bionda coi biglietti di Natale, li ha disegnati e scritti tutti lei. Tipo venti. Al dodicesimo si era già rotta le palle ma d'altronde come biasimarla. Non oso immaginare la faccia di chi riceverà la versione alternativa da lei suggerita, ovvero "La Bionda augura Buon Natale".
 Io credo che nemmeno Montezemolo abbia inviato biglietti del genere, mancava solo la ceralacca per sigillarli e poi eravamo a posto.

6) ieri l'altro ho presenziato tipo alla decima festa di compleanno di un bambino nel giro di un anno. Di sabato 22 dicembre. Gonfiabili, truccabimbi, pop corn, urla , schiamazzi, baby dance. Serve aggiungere altro? No.

7) è arrivata la mia migliore amica, come sempre accade durante le feste, e solo quando so che lei è a 4 km da me sento che davvero è Natale.

8) solo il 24 di dicembre potevo pubblicare un post a punti. Ma il caos attorno a me regna sovrano ed è già un miracolo il fatto che io sia riuscita ad aggiornare il blog.


Buon natale, buon natale a tutti voi! 





venerdì 13 dicembre 2013

le ragazze e la pasta al forno

Io e le Ragazze abbiamo passato un indimenticabile fine settimana, non molto tempo fa, a casa di una di loro.
Abitiamo in città diverse, due di loro nella stessa a dire il vero, e quindi riunirsi è stato un evento. Soprattutto perché riuscire a vedersi proprio tutte insieme e parlarsi guardandosi negli occhi non era mai successo.
Una delle ragazze ci aveva detto ok io ci metto la casa, ho due divani letto e poi anche un letto a castello insomma ci stiamo però magari per la cena facciamo che ognuna porta qualcosa.
E così io avevo prontamente detto che avrei portato la pasta al forno con la zucca e lo speck, che la avrei fatta fare a mia nonna che in cucina è imbattibile.
Poi il pomeriggio prima di partire mi son detta che io, che in cucina non mi ci metto mai, in realtà se proprio proprio dovevo essere sincera sapevo benissimo farla, quella pasta al forno, oltre alla cheesecake seguendo la ricetta tradizionale americana. Solo due ricette ma fatte bene. Solo due ricette riservate alle grandi occasioni.
E se avevo preparato quella pasta per Charlie Brown e la sua fidanzata quando erano venuti a vedere la casa nuova per la prima volta, che aveva riscosso molto successo, cosa che mi aveva riempita di orgoglio perché Charlie Brown non è di certo uno che i complimenti li regala come se fossero caramelle, allora potevo anzi dovevo prepararla anche per Le Ragazze.
La ricetta è quella appunto della mia nonna ma io, come tutti i grandi chef che si rispettano, l'ho un poco modificata rendendola più light.
Facciamo finta che siete in quattro e allora prendere 400gr di maccheroni al pettine, 2 etti di speck tagliato sottile, della zucca cotta, un poco di burro, olio di semi e panna liquida.
Mettete sul fuoco una pirofila, aggiungete un poco di olio di semi di girasole e un poco di burro, tipo 40 gr non di più. Lasciatelo sciogliere e poi aggiungete lo speck e la zucca. Scolate la pasta al dente e mettetela nella pirofila, mescolate il tutto assieme a un mestolo pieno della sua acqua di cottura e, se volete, mettete della panna liquida. Terminate mettendo tanto parmigiano reggiano (non grana padano, vi prego!), coprite la pirofila con la carta di alluminio e mettete nel forno a 170° per mezz'ora.
E niente io volevo poi semplicemente aggiungere che quella sera di novembre di poco tempo fa mentre noi sedute sul tappeto di questa bella casa dai soffitti alti e dai divani bianchi ci mangiavamo la mia pasta al forno che aveva alcuni maccheroni proprio croccanti e per questo era ancora più speciale, mentre facevamo scivolare via i minuti che passavano veloci e ridevamo ridevamo come matte dopo aver sapientemente lasciato fuori dalla porta d'ingresso le corse e il lavoro e gli affanni quotidiani, mentre sapevo con certezza che quelle mura si stavano facendo un bel pieno di gioia per le sere di nebbia e stanchezza, io ho pensato che sono proprio una ragazza fortunata, ad avere nella mia vita Le Ragazze.

lunedì 9 dicembre 2013

cosa leggo #2

Ho letto per la prima volta un libro di Murakami e ne sono rimasta affascinata. Il suo stile mi piace moltissimo e di certo ne acquisterò altri. No ma io dico come ho potuto ignorarne il talento in tutti questi anni? Il problema è che uno dovrebbe leggere di professione, allora sì che potrebbe essere sempre aggiornato su tutto. Ecco un piccolo assaggio di Norwegian Wood: mi piace, mi piace moltissimo il modo in cui descrive i personaggi e le situazioni.

"La ricordavo con l'impermeabile giallo in quella mattina di pioggia, che puliva le gabbie e trasportava la busta col mangime. Ricordavo la sensazione delle lacrime di Naoko che mi bagnavano la camicia davanti alla torta semicrollata la notte del suo compleanno. Sì, anche quella notte pioveva. E ancora lei che camminava accanto a me d'inverno col suo cappotto di cammello. Aveva sempre il fermaglio nei capelli, quel fermaglio che non smetteva mai di toccare. I suoi occhi trasparenti che scrutavano sempre i miei. Lei seduta con le gambe sul divano nella sua camicia da notte azzurra, il mento appoggiato sulle ginocchia".


Da grande appassionata di Fitzgerald, non potevo non leggere "Lasciami l'ultimo valzer", l'unico libro scritto dalla moglie Zelda, in gran parte autobiografico. Il manoscritto originale è andato perduto e la versione ad oggi pubblicata è il risultato di diversi tagli e riscritture ad opera del marito Scott che si era auto nominato editor della moglie. Sì insomma pare lui non fosse molto contento che Zelda avesse messo nero su bianco gran parte della sua vita coniugale così lui ha pensato bene di metterci il becco.
Un libro triste come triste è stata la vita di Zelda, ma sicuramente imperdibile perché il ritratto della protagonista Alabama è allo stesso tempo tragico e incantevole.

" - Oh saremo così felici lontani da tutte quelle cose che ci avevano quasi adescato, ma che non ci sono riuscite perché noi siamo troppo furbi! -
 David afferrò la moglie per la vita e la trascinò oltre la soglia dell'ampia portafinestra sul pavimento in maiolica delle nuova casa. Alabama osservò il soffitto affrescato. Cupidi color pastello se la spassavano tra le campanule e le rose in ghirlande gonfie come arti gottosi o colpiti da qualche altro morbo maligno. 
- Credi che sarà tutto bello come sembra? - chiese scettica.



Ora veniamo a due libri che invece mi sento di non consigliarvi, altrimenti qua sembra che mi entusiasmi qualsiasi libro io legga e invece non è mica vero.
Incuriosita dall'ottima critica riservata a "L'imprevedibile viaggio di Harold Fry", ero convinta avrei trovato un racconto avvincente e ben scritto. L'immagine è sempre la stessa, ovvero il viaggio come occasione per meditare, migliorarsi e riscoprire se stessi. Ormai inflazionata certo, però se affrontata nel modo giusto può comunque considerarsi vincente. La storia di per sé è carina, il libro si legge bene ma pare che ad un certo punto l'autrice non sapesse come fare per andare avanti, per una certa parte del racconto ho avvertito una netta sensazione di stallo. Insomma, se avesse tagliato un centinaio di pagine (su 300) forse sarebbe stato meglio. Leggetelo in vacanza, col cervello semi spento. E non fidatevi mai ciecamente della critica.

"Harold seguiva strade e autostrade, stradine e sentieri. La bussola fremeva indicando il nord e lui prendeva quella direzione. Camminava di giorno e di notte, a seconda dell'umore, chilometro dopo chilometro dopo chilometro. Se le vesciche peggioravano, le bendava con il nastro isolante. Dormiva quando ne sentiva il bisogno, e poi si rimetteva in piedi e riprendeva il viaggio. Camminava sotto le stelle, e sotto la morbida luce della luna quando stava sospesa disegnando nel cielo una falce sottile e i tronchi degli alberi brillavano come ossa. Camminava con il vento e il brutto tempo, e sotto cieli sbiancati dal sole. Gli sembrava di aver aspettato una vita per mettersi a camminare".



Meglio di Harold Fry, ma dal titolo mi aspettavo di più. Forse troppo, ecco. Sto parlando di "L'America non esiste" di Antonio Monda. Una storia asciutta che non è riuscita a coinvolgermi emotivamente. Per tutto il tempo sono rimasta una semplice lettrice distaccata. Peccato. Io poi amo New York e speravo Monda con le sue parole mi avrebbe portata là. Un poco come Hemingway in Festa Mobile che ti trascina in giro per Parigi (ve ne parlerò). Pensavo che questa storia di due fratelli che lasciano un paesino del sud Italia per buttarsi nella Grande Mela avesse anche lei come protagonista indiscussa. Ecco se non siete amanti dell'America allora io dico che questo libro fa per voi.

"Com'era bella Manhattan, con la sua potenza, la sua frenesia, il suo deserto di milioni di persone. 
Continuava a piangere, ma non voleva reagire con rabbia. Si combatte ogni giorno, e ogni giorno si cade tante volte. Questo non ricordava chi glielo avesse detto, ma non era importante. Quando vide il sole che brillava sui tetti dei grattacieli pensò che non c'è nulla che scompaia per sempre".


Presto una terza parte su cosa leggere e cosa non leggere secondo me. Poi vi aggiungo anche la mia personale wish list così ecco date le feste imminenti se mi volete fare un regalo mica mi offendo. Eh.

lunedì 2 dicembre 2013

dread biondi e occhi scuri

Per andare a fare la spesa proseguivo per Corso di Porta Ticinese, una volta finito il lavoro. Avrei potuto fermarmi al Conad, quello grande di via Torino, ma perdevo troppo tempo e perdere tempo fra gli scaffali non mi è mai piaciuto.
Così svoltavo sulla destra imboccando una viuzza stretta e buia che mi portava a un piccolo supermercato.
Andavo una volta alla settimana, che è più che sufficiente quando sei a pranzo fuori tutti i giorni e convivi con altre due ragazze.
Là trovavo tutto, ma proprio tutto quello di cui avevo bisogno. Spesso prendevo gli gnocchi alla romana nel banco frigo appena entrati sulla sinistra. 
C'erano delle volte in cui io e la Paola, la mia coinquilina storica, cenavamo solo con quelli, che erano proprio una delizia ora che ci penso.
La cassiera era una morettina molto simpatica. La prima volta che mi sono ritrovata faccia a faccia con lei mentre appoggiavo le mie cose sul nastro le ho chiesto una borsa, perché da me si chiama proprio così, borsa. E lei mi ha guardata con fare interrogativo rispondendomi come scusa? Si chiama sacchetto. 
Con la e aperta. Ora che ci penso ora lo chiamo sempre così, sacchetto, anche se a Milano non ci vivo più.
Fuori, vicino all'ingresso, c'erano sempre dei ragazzi un po' malconci che si passavano il tempo a fumare, accarezzando i loro cani. Non chiedevano l'elemosina, non chiedevano niente. Fumavano, accarezzavano i cani. Osservavano.
Fu una sera d'inverno che attraversando la viuzza stretta e buia la vidi per la prima volta, sulla destra.
Se ne stava seduta in un angolo, appoggiata a un vecchio cartone. Accanto a lei dormiva un cane, uno spinone nero. Si guardava intorno senza dire niente, coi suoi dread biondi e gli occhi scuri. Aveva davanti a sé un bicchiere di carta vuoto ma nessun biglietto di quelli che di solito si mettono. Tipo ho fame per piacere una moneta grazie.
Niente, solo questo bicchiere di carta vuoto.
Le sono passata proprio accanto senza dire niente, senza fare niente. Perché è così no che ti capita di fare. Hai fretta e passi oltre e quasi non ci pensi. Svoltando a sinistra verso casa mi sono guardata indietro e lei era sempre là immobile, coi suoi dread biondi e gli occhi scuri e il suo spinone nero che le dormiva accanto.
La sera ho ripensato a lei appoggiata a quel cartone, mentre io cenavo tranquilla seduta sul divano, al caldo.
Mi sono chiesta se quei ragazzi là davanti al supermercato erano suoi amici, perché se ne stava lì da sola. 
Mi sono chiesta se avesse cenato.
Mi sono chiesta se il suo cane avesse mangiato qualcosa.
La settimana dopo mi sono fatta fare un panino al banco gastronomia, e ho comperato una scatoletta di cibo per cani.
Ho pensato che se le avessi dato della moneta si sarebbe comperata del fumo e non avrebbe mangiato. Magari si sarebbe lasciata andare, e avrebbe avuto più freddo a pancia vuota.
Mi sono fermata davanti a lei, che aveva sempre il suo bicchiere di carta davanti a sé, i dread biondi e gli occhi scuri. Il suo spinone che le dormiva accanto.
Ho appoggiato il sacchetto e la scatoletta a terra.
Ci siamo guardate per un secondo, in silenzio.
Nessuna delle due ha parlato.
Ho proseguito verso casa coi miei sacchetti di zucchine, gnocchi alla romana e detersivo da piatti.
Era diventato un piccolo rito, ormai.
Una volta alla settimana le lasciavo la cena, per lei e il suo cane.
Ormai avevo capito, che lei mi aspettava.
Ci guardavamo per un attimo, mentre appoggiavo a terra sacchetto e scatoletta.
A volte nel tragitto verso il supermercato la trovavo addormentata ma quando ritornavo indietro era sempre, sempre sveglia.
Mi aspettava, in silenzio.
Dopo quasi un anno ho traslocato e non l'ho mai più rivista.
Ogni volta che vedo una ragazza che chiede l'elemosina con un cane accanto non posso non pensare a quei dread biondi, a quegli occhi scuri, a quello spinone nero che dormiva.
Credo ci sia rimasta male, quando non mi ha più vista camminare con passo svelto in quella via stretta e buia.
Spero, spero che nel caos di una città che corre come Milano ci sia qualcuno, da qualche parte, che abbia deciso di prendersi cura di quei dread biondi e di quegli occhi scuri. Di quello spinone nero che sono certa non ha mai smesso di dormire lì accanto, fedele.
Perché tutti abbiamo bisogno di qualcuno che si prenda cura di noi.
Anche solo per una volta alla settimana.
Con un panino e una scatoletta.
Perché tutti abbiamo, in fondo, dread biondi e occhi scuri.