lunedì 30 settembre 2013

parole

Ho deciso di partecipare a un progetto di scrittura collettiva promosso da Camilla.
Dieci puntate, dieci scritti in prosa o in versi della lunghezza massima di 900 battute spazi inclusi (sì se sono di meno, no se sono di più).
Camilla fornisce alcuni spunti per far lavorare la fantasia e voi siete liberi di produrre quello che vi pare.
I dettagli e le foto li trovate qui.
Non è una cosa deliziosa? Se vi va, partecipate anche voi! 
Ecco qui cosa mi è venuto in mente osservando gli indizi di Camilla. Credo sarà un ottimo esercizio per me che non ho certo il dono della sintesi. 900 battute sono pochissime :-)

"È il mattino di un inverno che inverno non è più e di una primavera che ancora primavera non è.
Il treno corre verso sud, lasciandosi alle spalle una timida nebbia. All’orizzonte cielo zuccherino e sole che scalda.
Lei entra frettolosamente nello scompartimento. Una gonna a palloncino gialla, una giacca a fiori sulla quale cade prepotente una cascata di capelli rossi. Un paio di sandali di corda intrecciata, come se fosse estate. In una mano stringe una piccola valigia di pelle consumata, nell’altra il biglietto del treno.
Milano, vero?
Chiede al ragazzo, quello seduto accanto al finestrino che non riesce a smettere di guardarla.
No, Roma.
Roma? L’ho perso. Ho perso quel lavoro.
Si lascia cadere stancamente sul sedile di fronte a lui.
Si guardano. Per un attimo, forse due.
Fanno una focaccia meravigliosa, a Campo de’ Fiori.
Il treno.
Corre.

Un biglietto stracciato con destinazione Milano".

mercoledì 25 settembre 2013

colore

Ci sono loro che stanno dipingendo una parete. 
Scalzi, con in mano pennelli, spugne e stracci. Scotch-carta.
Le finestre chiuse e l'aria condizionata accesa.
E' da due giorni che ci lavorano dalla mattina alla sera e so che Lui ci tiene molto. Ieri mi aveva fatto vedere alcune foto.
Sono in piedi dietro di loro, li osservo e si vede, che trovano conforto in quello che fanno. Si vede, che per loro è un rito. Una preghiera. Pazienza, silenzi, piccole frasi, piccoli gesti. Pause.
Ad un certo punto lui si gira e mi dice se vuoi puoi provare anche tu.
Io? Io no, grazie.
Guarda che non importa se non sei capace. Puoi fare quello che vuoi, quello che ti viene. Provi? Dài, mettici qualcosa di tuo.
No. E' che proprio fare queste cose così...così precise non mi piace. Non mi emoziona.
Ci è rimasto male. Dipinge di mestiere. E' come dire a uno scrittore non mi piace leggere. Chissà cosa ha pensato.
Ma Lui, che ha ascoltato il nostro scambio di battute e mi conosce bene, non si scompone.
Però.
Però mi preparo al volo dei finocchi lessati e una frittata e mi metto a mangiare vicino a loro.
E mangio e penso alla mia incapacità di prendermi cura delle cose, spesso.
Dipingere e disegnare richiedono dedizione e pazienza.
Come accudire delle piante.
O cucinare.
E sono tutte cose che io ho sempre odiato fare. Che non so fare.
Brucio il cibo che metto sul fuoco, perché me ne dimentico.
Le piante, mi muoiono.
Io sono un animale nel bene e nel male, come dice sempre mia madre. 
Leggo libri che mi piacciono da morire alla velocità della luce.
Divoro la torta al cioccolato di mia nonna.
Scrivo velocemente. Vomito parole, m'è scappato detto una volta. Ma ora che ci penso credo sia l'immagine giusta. Scrivo velocemente, perché sento che altrimenti i pensieri scapperebbero. Li vedo che corrono nella mia testa e io devo essere più veloce di loro per poterli prendere e fissare nel tempo. Un giorno, era il primo giorno dell'anno, ho scritto una storia in due ore. Ed era perfetta. E' perfetta, davvero. Non sarebbe stata così se mi fossi presa il mio tempo per pensarci su e scrivere e riscrivere e pensare.
E poi, poi ascolto la radio solo col volume alto, perché devo sentire la musica arrivarmi ovunque, anche nella punta dei capelli e nel fegato.
Una volta sono stata a una lezione di prova di yoga. Dopo cinque minuti avrei preso a testate il muro.
Ballo. E ballare così, senza senso, è sempre stata una delle cose che più amo fare.
E poi ci sono le persone. Le persone le fiuto, e quasi mai sbaglio. 
Se mi piacciono, vorrei fossero mie per sempre. Di loro, di loro amo prendermi cura. Le persone. Le persone che amo sono le mie piante sul davanzale.
E non lo so.
Vedere tutta quella calma, in loro, davanti a quella parete, mi ha fatto pensare a quanto siamo diversi ma belli allo stesso modo.
A come tutto sia in fondo poesia.
Quello fatto con calma, e passione.
Quello fatto con irruenza, e passione.
Perché io sono quella che mangia lettere stampate e fa scorrere veloci le dita sulla tastiera.
Quella che non rilegge perché non ce n'è bisogno il pensiero è quello.
Quella che prepara la valigia in dieci minuti senza seguire delle liste perché le liste mettono ansia, c'è poco da fare.
Quella che t'abbraccia forte fino a farti mancare il fiato perché gli abbracci ti riconciliano col mondo e o ci si abbraccia bene o non ci si abbraccia per niente.
Finito il pranzo, mi sono alzata e mi sono preparata per uscire di nuovo.
Li ho guardati, nel loro mondo di silenzi e pause e riflessioni.
Sono andata via. Un saluto veloce.
Sono scesa giù per le scale di corsa.
Ho messo gli occhiali da sole.
Sono entrata in macchina, la radio accesa.
Colore. Avrei lanciato contro alla parete del rosso e del blu e del grigio e del viola e del bianco e poi avrei mescolato tutto, solo con le mani. Mi sarei sporcata dalla testa ai piedi. Un quarto d'ora, non di più.
Questo, avrei fatto.






venerdì 20 settembre 2013

lucciole sul maglione

Quando penso alla mia mamma la vedo in macchina che canta a squarciagola, mentre guida. Il volume alto. Il traffico fuori, quello delle sei. Il buio. Inverno.
Io seduta dietro, che la guardo.
Lei agita la testa e tira le marce. Prima. Seconda. Terza, un poco. Poi mette in folle mentre si avvicina alla macchina davanti, ferma al semaforo.
I New Trolls cantano Una miniera. Io il titolo di questa canzone l'ho imparato ieri.
Ieri ero in macchina, con mia figlia. Era buio, e c'era traffico. Non il traffico delle sei. Quello delle otto.
E improvvisamente, mentre cambiavo stazione, tu eri felice di rivedere le mie mani nere di fumo bianche d'amore.
Io non la ricordavo bene, è una di quelle canzoni un poco dimenticate ormai, ma il ritornello sì, e allora mi sono messa a cantarlo.
E allora eccola d'improvviso, la fotografia.
La fotografia di quel pomeriggio d'inverno col traffico delle sei, appunto.
Lei che agita la testa, e tira le marce. Prima. Seconda. Terza, un poco.
Lei canta.
Lei canta e io le dico dai mamma che gli altri ti guardano secondo me, tipo quelli di fianco a noi.
Lei canta e mi risponde e allora cosa c'è di male a cantare.
No non c'è niente di male però secondo me sei pure un poco stonata rispondo io.
Nessuno parlava solo il rumore di una pala che scava, che scava canta lei e cantano i New Trolls.
Guarda che quando ero ragazza...inizia lei.
Mia madre ragazza, che prepara la tesi con me accanto seduta sul seggiolone. Gioco con le matite, in silenzio. Così raccontano. penso io.
...quando ero ragazza, prima che tu nascessi precisa lei, e allora quasi mi sembra un'altra vita, perché io non ci sono, portavo i bimbi della parrocchia in montagna. E là cantavamo sempre insieme.
C'era anche quel bambino che prendeva le lucciole e se le schiacciava sul maglione così poi s'illuminava, vero? chiedo io.
Sì, le prendeva e se le spiaccicava sul maglione ma tu lo sai che non lo devi fare. Io l'ho sgridato tante volte, ma lui era davvero tremendo. 
Memory is life dice sempre la mia mamma e allora eccole là dentro a quella scatola di ferro bianca con quattro ruote e il volante, una giovane donna con la sua bambina seduta dietro. Sul lato opposto, così poteva guardarla. C'è il traffico delle sei, c'è la scatola di ferro bianca con quattro ruote e il volante che percorre un viale, accanto un parco, lungo e stretto e buio, gli alberi che sono ombre giganti, le persone spiriti confusi che s'affrettano apparentemente senza meta e la bambina che si sente sicura dentro a quella scatola, perché in quella scatola c'è la sua mamma che canta io non ritornavo e tu piangevi e non poteva il mio sorriso togliere pianto dal tuo bel viso.
E senti, senti la batteria dice ancora lei che batte gli indici sul volante e scuote la testa.
E io un poco mi vergogno, poi penso che c'è buio e allora forse non è vero che gli altri la possono vedere.
E poi è contenta, si vede che è contenta, e mi dico che se uno è contento che male c'è?
Allora comincio a cantare pure io, sottovoce, e a scuotere un pochino la testa, facendo attenzione a non farmi vedere.
Così ora c'è la mamma che canta, assieme alla sua bambina.
Il quadro è perfetto, con il traffico delle sei e il buio e tutto il resto.
Click.
Fotografia.
Siamo il risultato della nostra infanzia.
Ogni tanto mi chiedo che fine abbia fatto quel bambino che schiacciava le lucciole sul suo maglione, in quel paesino sull'Appennino.
Ci sono delle volte, delle volte in cui ancora mia madre batte gli indici sul volante, o sul cruscotto, se non è lei a guidare.
E ci sono delle volte in cui io ancora le dico dai mamma, che la gente ti vede.
Ma si capisce benissimo che lo dico solo così, per dire. Perché io quando sono in macchina faccio la stessa cosa.
Siamo il risultato della nostra infanzia.
E lei, la mia mamma, lei ancora risponde beh cosa c'è di male.
E continua a cantare e a shakerare la testa e a battere gli indici
E allora io rido, e lei ride.
Secondo me non è mica vero che sgridava il bambino delle lucciole.
Secondo me pure lei se ne andava in giro per i sentieri di montagna col maglione che brillava.
La mia mamma.
La mia mamma non ha mai smesso di  cantare, in macchina.
Click.
Fotografia.


mercoledì 18 settembre 2013

#tiguardonelcuore





Oggi è un giorno speciale, perché è il compleanno di Lucia Annibali.
Oggi è il primo compleanno della sua nuova vita, della sua rinascita.
Camilla ha organizzato questa festa virtuale tutta per lei e io non potevo non partecipare.
Tanti auguri a te Lucia, che hai un nome meraviglioso. Significa luminoso, splendente.
Questo è il mio regalo per te.
Il Piccolo Principe, guerriero fra le stelle col suo mantello e la sua spada.
Che possa essere la tua guida, se ti perderai.
Che possa essere la tua luce, se avrai paura del buio.
Che possa essere un amico fedele, sempre al tuo fianco.


mercoledì 11 settembre 2013

ci fu quell'attimo

Era l'estate di Boston.
Boston, un pezzo di Europa in America.
Boston, educata e per bene.
Boston, una città fatta per studiare.
Io e lei non eravamo mai state a New York.
Lei, New York, era a quattro ore di viaggio. La macchina, la macchina no, non ce l'avrebbero mai data a noleggio perché eravamo troppo piccole.
Prendiamo una specie di minibus, e partiamo. Era un sabato mattina. Era molto presto. Saremmo rientrate il giorno successivo, la sera tardi. Giusto in tempo per essere alla lezione del lunedì mattina.
Un piccolo zaino con l'essenziale per poco più di 24 ore.
Non ho fatto altro che pensare a lei, durante il viaggio. Abbiamo studiato la mappa, dato un'occhiata alla guida. Non vedevo l'ora di vederla. La Big Apple. Il sogno di tanti.
La stanza prenotata in un piccolo alberghetto in centro.
Un mondo di cose da vedere e non saremmo mai riuscite a fare tutto.
Arriviamo.
Vedo lo skyline davanti a me, quello visto milioni di volte in televisione e nelle cartoline.
Here we are,  dice l'autista.
Semplicemente, here we are.
Nemmeno un sorriso.
Quell'uomo aveva perso la meraviglia.
Quella meraviglia tipica dei bambini che in realtà non ci dovrebbe abbandonare mai perché è proprio la meraviglia dei bambini che ci colora la vita.
La meraviglia di quando salutiamo un amico, non importa se è la milionesima volta che lo facciamo.
La meraviglia di quando passano una bella canzone alla radio, non importa se è la milionesima volta che la ascoltiamo.
La meraviglia di quando arriviamo a NYC, non importa se è la milionesima volta che vediamo quei grattacieli.
Niente, lui l'aveva persa, quella meraviglia.
Era un agosto col sole che andava e veniva, indeciso.
Insolitamente non particolarmente caldo.
Non ricordo molto di tutto quello che abbiamo fatto e visto.
Ero ubriaca di luci, colori, odori, persone, gesti, parole, negozi. Il pranzo da Sbarro con quel piatto di spaghetti collosi che io trovai buonissimi. Mangiati con gli occhiali da sole appoggiati di fianco al vassoio, un tavolino attaccato alla vetrina per guardare i passanti.
I piedi nelle dr.Martens, i pantaloncini corti della Umbro, quelli da calciatore, e la maglietta grigia. La maglietta grigia Oxford University. Come al solito.
Lei mi ha travolta, e io mi sono lasciata travolgere.
La mia New York, quell'anno, è stata quella della mia prima notte, là.
L'albergo era assolutamente senza pretese, grande e pulcioso.
Una minuscola stanza per noi due, un letto a castello in ferro battuto marrone. Io avrei dormito sopra, lei sotto.
Una finestra con l'apertura difettosa, proprio attaccata al letto.
I vetri sporchi ma abbastanza puliti da farti vedere fuori i grattacieli.
Il bagno in fondo al corridoio con la moquette grigia.
E' sera, tardi. Io percorro il corridoio con gli anfibi slacciati ai piedi e il pigiamino estivo. L'asciugamano sulla spalla. Il beauty in mano. Il corridoio è deserto e in fondo vedo la luce del bagno.
Il bagno ha cinque o sei lavandini tutti in fila. Uno specchio lunghissimo. Una mensola lunghissima, in acciaio.
In acciaio come le porte dei singoli wc e delle docce.
Sembra il bagno di un carcere, asettico e anonimo.
Nel bagno c'è una ragazza nera, giovane, un po' sovrappeso. Si sta lavando i denti.
Mi sistemo nel lavandino accanto al suo.
Appoggio il beauty sulla mensola, tengo l'asciugamano sulla spalla.
Ci laviamo i denti e il viso quasi contemporaneamente, in silenzio. Si sente solo lo scrosciare ritmico dell'acqua.
Un fermo immagine.
La città che corre e noi immobili, con lo spazzolino in mano.
Ritorno in camera.
Lei, la mia compagna di avventure di tante estati, è già a letto.
Io salgo sul mio.
La camera è in penombra, lasciamo le tende aperte.
Chiacchieriamo, come sempre. Ridiamo, come sempre.
Buonanotte.
Buonanotte.
Ascolto il suo respiro che diventa leggero. Mi sporgo. Dorme.
Mi metto a pancia in giù, le mani sotto al mento.
Guardo fuori dalla finestra.
Ascolto la città che non dorme mai.
Sirene in lontananza. Qualche clacson.
Nell'albergo, silenzio.
In quell'istante, in quel preciso instante in cui mi sono messa a pancia in giù con le mani sotto al mento, ho avuto la certezza di essere nel posto giusto, al momento giusto.
Ognuno ha la sua New York, lo dicono tutti, ed è vero.
La mia, se mi guardo dentro, è stata quella di quella prima notte.
Quella prima notte in cui non ho dormito.
In cui ho visto l'alba.
In cui dal letto mi sono sporta per sbirciare fuori.
Non potevo, non volevo chiudere gli occhi. Io ero a New York e quella notte doveva essere tutta per noi.
Ci fu quell'attimo, verso le quattro, in cui sembrava quasi potesse addormentarsi.
Ci fu quell'attimo in cui le dissi hey ciao, come sei bella. Lo sapevo, che non mi avresti delusa. Ti ho sognata per così tanti anni.
Ci fu quell'attimo in cui ingenuamente provai a contare tutte le luci accese che riuscivo a vedere.
Ci fu quell'attimo in cui guardai il cielo. Nero. Guardai meglio. Nero. Con le stelle.
Quella notte, quella notte.
Quella notte che volevo non finisse mai.
Quella notte dal cielo nero e poi blu e poi azzurro e poi un poco rosa e poi ecco il sole che spunta.
Quella notte c'ero solo io, a New York.
Quella notte.
Quella notte ci siamo amate tantissimo.

Never forget 9/11





martedì 3 settembre 2013

capelli di pioggia

Dovevamo andare a una cena, e pioveva.
La chiamo e passo io a prenderti, alle otto sono sotto casa tua.
Lei mi risponde va bene ti aspetterò giù.
Arrivo e la vedo, coi leggings neri, una camicia di seta bianca a piccoli pois neri. La pancia abitata da Francesco, che sarebbe nato un mese dopo. I capelli biondi freschi di shampoo e il rossetto rosso.
Sale in macchina. 
I tergicristalli spazzano via il mondo confuso che la pioggia sul parabrezza regala.
Il rosso del semaforo che un attimo è una macchia e l'attimo dopo un cerchio chiaro e definito.
E poi una macchia. E poi di nuovo un cerchio.
La strada davanti a te che un attimo è un fiume con le sue onde e l'attimo dopo una lingua grigia e luminosa.
E poi un fiume con le sue onde. E poi di nuovo una lingua grigia e luminosa.
I lampioni che un attimo sono soli con piccoli raggi, e l'attimo dopo degli ovali ben definiti.
E poi soli con piccoli raggi. E poi di nuovo ovali ben definiti.
I tergicristalli che salgono e scendono. Risalgono, e scendono di nuovo.
Un mondo confuso che va e viene.
Io e lei parliamo e ridiamo, il tragitto è breve però piove e per questo avevo pensato no la macchina non gliela faccio mica prendere con quella pancia lì, di sera.
Arriviamo al ristorante e tutti i posti auto davanti all'entrata sono occupati così le dico se vuoi ti lascio qui e vado a cercare parcheggio e lei mi risponde ma no figurati rimango qui con te.
Finalmente troviamo, spengo la macchina e realizzo che non ho nemmeno un ombrello perché io non sopporto gli ombrelli e non li uso mai.
Sono molto dispiaciuta e nel bagagliaio ne trovo uno piccolo di Pippi Calzelunghe, le propongo di usare quello se vuole e lei mi risponde ma scherzi non c'è problema io l'ombrello non lo uso.
E questa è una piccola cosa forse stupida non so. Ma a me non era mai capitato di trovare qualcuno che mi capisse, con questa storia della pioggia.
C'è sempre questa urgenza di aprire gli ombrelli e ci sono sempre io che dico ok allora sto sotto con te, ti faccio compagnia e già che ci siamo allora riparami bene così non mi bagno sennò sarebbe pure ridicolo bagnarsi stando sotto a un ombrello, no?
Io sono sempre di fretta ma la pioggia, la pioggia che cade gentile regala pace.
Abbiamo camminato io e lei, l'una accanto all'altra. Con passo deciso ma non affrettato. Abbiamo continuato a chiacchierare e ridere a testa alta, come se la pioggia non ci fosse. Lei aveva un viso luminoso e pieno di grazia. Gli occhi che pulsavano. Un viso e degli occhi di vita che cresce, che solo la gravidanza può regalare a una donna. 
E tutt'intorno passanti che si affrettavano verso l'ingresso del locale. Si affrettavano anche se protetti dal loro ombrello perché si vede che questa cosa dell'acqua che cade dal cielo proprio non la digeriscono.
C'erano loro di fretta sotto agli ombrelli e poi c'eravamo noi. E c'era Francesco nella pancia, che si bagnava.
E in quel momento ho pensato che mica dovevo dimenticarmi di questo spicchio di vita, perché le cose belle vanno tenute in tasca.
Le cose belle che ti capitano per la prima volta, piccole o grandi che esse siano, meritano poi un posto d'onore. Magari attorcigliate al polso, in bella vista.
Io al polso sinistro ho quella camminata di risate sotto alla pioggia. Io, lei e Francesco.
Siamo entrate nel ristorante e abbiamo raggiunto le altre al tavolo. Eravamo le ultime.
Ci siamo sedute l'una accanto all'altra.
Abbiamo preso il menù e scelto la pizza.
Piccole bollicine di acqua sui vestiti.
I capelli di pioggia.