giovedì 22 agosto 2013

il suo vento sono io

Francia.
Le cicale che cantano.
Tanto verde intorno.
Una piscina. 
Teli bianchi sui lettini.
C'è un uomo che assomiglia a Toni Servillo. Seduto sul lettino, si infila lentamente le scarpe da ginnastica mentre parla con la moglie. Sono francesi. Lei è sdraiata, al sole. Una bella signora coi capelli corti e bianchi, un costume intero, nero. Lui si alza e se ne va, lei lo segue con lo sguardo per alcuni secondi, poi riprende a leggere il suo libro.
Una donna fuma una sigaretta, con gusto. Come se fosse l'ultima della sua vita. S'interrompe un attimo, la tiene fra le labbra e si dà frettolosamente lo smalto rosso, sulle unghie dei piedi.
Un'altra donna, con un costume a fiori rosa, legge sotto all'ombrellone un vecchio libro, di quelli che trovi spulciando fra le bancarelle dei mercatini. Napoléon et Joséphine, s'intitola.
Una giovane coppia, abbronzatissima. Lui e lei. Sdraiati, prendono il sole, senza mai parlarsi.
Un uomo molto grasso col costume blu, scalzo. Seduto sul lettino, si guarda intorno.
Un ragazzo italiano legge la Gazzetta dello Sport. Molto, molto concentrato.
Un papà e la sua bambina dormono l'uno accanto all'altra.
Silenzio.
Le cicale.
Il verde intorno. 
Grandi vasi, grandi piante dai fiori lilla. Ciclamini, forse. Non so. Non so mai niente quando si tratta di fiori.
Io sono seduta sul bordo della piscina, con i piedi nell'acqua. All'ombra.
Un bambino, avrà sei anni, è l'unico bagnante. Silenzioso.
Ha i braccioli di Winnie Pooh dei quali non va particolarmente fiero perché a sei anni non si è più tipi da Winnie Pooh secondo me ma probabilmente sua madre gli avrà detto l'importante è che ti tengano a galla non te li compero nuovi, di un qualche supereroe magari.
È in acqua con un enorme salvagente nero a forma di pneumatico. Ci si infila dentro, coi piedi all'aria. Prova a darsi una spinta ma non ci riesce.
Ci penso io, con la mano destra.
Lui si volta, mi sorride dicendomi merci.
Io gli sorrido e basta, perché il francese non lo conosco.
Arriva in fondo alla piscina e poi torna indietro. Si rimette in posizione accanto a me. Aspetta la mia spinta.
Lo sapevo.
I bambini sono come i cani, se crei un precedente è finita. La routine li rassicura.
Lo spingo di nuovo e lui di nuovo mi sorride dicendomi merci.
E io di nuovo gli sorrido e basta.
La signora dai capelli corti e bianchi e dal costume nero, è sempre sdraiata, che legge.
Quella assorta nel mondo di Napoléon e Joséphine, si è addormentata.
La donna, quella che fumava, se ne è andata.
Il ragazzo che leggeva la Gazzetta è arrivato all'ultima pagina e ora si guarda intorno.
Mi guarda, perplesso. Ho l'iPad sulle gambe, e digito frettolosamente. I piedi in acqua. La mano destra che ogni tanto spinge il bambino.
Merci.
Sorrido.
La bambina e il suo papà, dormono ancora.
Silenzio.
Cicale.
Teli bianchi sui lettini.
Il bambino se ne va, capitano coraggioso a bordo del suo vascello.
Il bambino torna.
Aspetta il suo vento.
Il suo vento sono io.
Merci.
Sorrido.
Sa che mi troverà, al suo ritorno.
Perché il suo vento sono io.
Silenzio. 
Cicale.
Merci.
Sorrido.
Vai, capitano coraggioso.

Il vento fa il suo giro e ogni cosa prima o poi ritorna (cit.)


mercoledì 14 agosto 2013

libero

Quando ero piccola amavo moltissimo stare con la mia nonna dai capelli biondi e dagli occhi azzurri.
Molto spesso si andava in giro per la città a sbrigare commissioni, a bordo della sua Fiesta rossa.
Io ero una bambina abbastanza pensierosa e riflessiva, che facilmente si perdeva a studiare gli altri. Sguardi, movenze, abbigliamento, tono della voce. Incameravo tutto.
Certe conoscenze di mia nonna soddisfacevano particolarmente la mia curiosità, perché mi davano la possibilità di allenare la mia fantasia.
Erano personaggi davvero singolari, che oggi come oggi si potrebbero trovare in un film di Tim Burton.
Sì, ecco. Erano personaggi proprio alla Tim Burton.
C'era la vecchia zia Anna, che abitava nello stesso stabile dei miei nonni.
Con la nonna si prendeva l'ascensore e si scendeva di 3 o 4 piani, non ricordo esattamente.
La zia Anna era vecchissima, aveva i capelli bianchi, la pelle così sottile che sembrava aria e lasciava intravvedere piccole vene blu e viola. Gli occhi chiari. Le mancavano le gambe dal ginocchio in giù perché aveva seri problemi di circolazione. Stava sempre seduta nel suo piccolo salotto su una poltrona in fondo, sulla sinistra. Una coperta, di quelle formate da quadrati colorati di lana poi cuciti l'uno all'altro, copriva quello che rimaneva delle sue gambe.
Quando entravamo in casa lei mi faceva un cenno della mano e io mi avvicinavo, per salutarla. Le davo un bacio sulla guancia ma poi mantenevo una certa distanza. Un po' per rispetto, un po' perché, ecco, vedere quel vuoto sotto alle sue ginocchia non era poi cosa così comune. Parlava pianissimo, e molto lentamente. Io facevo altrettanto, anche perché avevo paura di romperla, la zia Anna. Come se fosse un bicchiere di cristallo.
Una sera era ora di cena e noi eravamo lì con lei.
C'era odore di pastina in brodo e ricordo che la nonna si era precipitata in cucina perché aveva paura bruciasse.
La zia Anna allora mi aveva chiamata vicino a lei. Mi aveva preso la mano e me l'aveva stretta forte, tenendola sulla sua coscia destra. 
Ricordo di aver pregato lei non la muovesse mai perché lì sotto, sotto al ginocchio, non c'era nulla e a me questa cosa dava proprio un po' da fare.
Ricordo però di esser stata felice, perché così vicina alla zia Anna per così tanto tempo io non ero mai stata, e lei mi aveva fatto un piccolo sorriso.
Poi c'era la cugina Gilda, che era signorina, come diceva mia nonna.
Quando la nonna diceva andiamo a trovare la Gilda io ero particolarmente soddisfatta, perché la Gilda era una tipa molto singolare.
Io non ho mai capito che età avesse la Gilda a quei tempi, so solo che era vecchia e con la nonna le portavamo le uova fresche perché le fanno bene.
Aspettava sempre il nostro arrivo appoggiata allo stipite della porta d'ingresso. I capelli biondi raccolti in uno chignon, la voce tremante, gli occhi sporgenti.
Noi si stava nella cucina, dove la nonna appoggiava le uova e la piccola televisione accesa faceva da sottofondo alle loro chiacchiere.
Io mi perdevo a viaggiare con lo sguardo per le altre stanze, che erano perennemente in penombra e sembrava proprio che la Gilda vivesse solo in quel cucinotto così vivo. Vedevo bambole di porcellana ovunque. Centrini ricamati in ogni angolo. Sentivo odore di naftalina.
Un giorno mi scappava la pipì, e mi scappava così tanto che dovevo assolutamente andare in bagno. Nel bagno sono andata da sola, anche se con la coda dell'occhio controllavo che la nonna non si spostasse da lì, dalla porta della cucina.
Nel bagno della Gilda, che aveva i sanitari neri, ho trovato un centrino anche sull'asse del wc chiuso.
Quando mi sono seduta, ho alzato lo sguardo e ho visto una bambola di porcellana appoggiata sul mobile, che mi fissava.
Ho pensato che la Gilda doveva essere proprio una persona sola, perché aveva bisogno di compagnia anche quando era nel bagno.
Nello stesso stabile della Gilda abitava il sarto Zaniboni, che era il sarto della nonna.
Il sarto Zaniboni era un po' particolare, perché ha l'amico, diceva la nonna. Ma lo diceva con un candore e una naturalezza tali che per me era assolutamente normale, che il sarto Zaniboni avesse un amico e non una moglie. E io avevo capito benissimo cosa intendesse per amico.
Lui ci riceveva sempre in casa, dove aveva anche il suo piccolo laboratorio.
Indossava un completo grigio e si muoveva con passi felpati.
Aveva una esse incredibilmente sibilante e l'unghia del mignolo destro più lunga. Portava un parrucchino rossiccio, e se l'avevo capito io che di anni ne avrò avuti sei o forse sette, vuole dire che non era decisamente di ottima qualità, come parrucchino.
La sua casa aveva una piccola stanza con un bancone di legno e dietro una esplosione di tessuti e colori.
Lui prendeva in mano un campione e diceva ssssenta, sssignora, quesssssto è un cotone leggerissssssssimo e a me faceva ridere perché sembrava un serpente.
Quando la nonna doveva provare un abito, andava in un piccolo camerino e io rimanevo fuori, seduta su una sedia sistemata nel corridoio. Il sarto Zaniboni aspettava in piedi, accanto a me, con le mani dietro la schiena.
Mi guardava e mi faceva dei bellissimi sorrisi. Dei sorrisi timidi, tipici di chi non è abituato a stare con dei bambini.
Secondo me gli piaceva l'idea di avere una bambina per casa, lui che di bambini non ne aveva.
Un giorno con la nonna abbiamo suonato al suo campanello, e lui non ci ha aperto.
Abbiamo aspettato, ma niente.
Siamo tornate a casa e lei gli ha telefonato.
Lui era molto dispiaciuto per l'inconveniente: era uscito per fare la spesa e aveva trovato molto traffico.
Ricordo d'esser stata un poco triste perché mi piaceva passare del tempo a casa del sarto Zaniboni, che preparava una sedia nell'ingresso solo per me e mi faceva dei sorrisi timidi.
Poi c'era il signore che gestiva un piccolo negozio di casalinghi nel centro del paesello di campagna dove passavo, e tuttora passo, le estati.
Lo chiamavamo il gobbo, e non credo sia necessario spiegarne il motivo.
Il gobbo era il fornitore preferito da mia nonna di barattoli Bormioli, che le servivano per le sue marmellate e per la conserva di pomodoro.
Si andava da lui solo per acquistare quelli. Da sotto il bancone tirava fuori dei cassetti con centinaia di coperchi di tutte le dimensioni, mentre i barattoli erano disposti in file ordinate alle sue spalle.
Una volta a casa, in cucina, mentre lei trafficava ai fornelli, mi diceva passami un barattolo, di quelli del gobbo.
E io ho sempre pensato l'omino avesse quella gobba perché passava le notti nel retrobottega, a fabbricare barattoli e coperchi per la nonna.

Questi ricordi sono per la mia nonna dai capelli biondi e dagli occhi azzurri che oggi compie gli anni e li festeggia su una stella perché è là che ora vive.
Lei mi manca molto, soprattutto ogni quattordici di agosto.
Così, ho deciso di liberare questi ricordi perché è in questi che lei vive e sono certa se la starà ridendo come una pazza, pensando ai nostri pomeriggi dalla zia Anna, dalla cugina Gilda, dal sarto Zaniboni. Ai nostri acquisti dal gobbo.
Li libero, perché sono proprio loro che mi legano a quella stella.




giovedì 8 agosto 2013

sotto a un cielo di un giorno

Febbraio. Stoccolma.
Era il nostro primo giorno là, in quel piccolo appartamento del centro preso in affitto. Tutto bianco, col parquet. Belle foto alle pareti. Grandi finestre che si affacciano su una strada poco trafficata.
Il frigorifero è vuoto e dico vado io a fare la spesa, voi rimanete pure qui.
Avevo bisogno di rimanere da sola con lei. Con Stoccolma.
Mi metto gli stivali. Il cappotto. Niente guanti. La sciarpa. Il cappello no. Odio i cappelli.
Scendo di corsa le due rampe di scale.
Esco.
E vedo la luce di un giorno che non è più giorno, e di una notte che ancora notte non è.
I miei passi sulla neve, quelli degli altri passanti. Le ruote delle auto che procedono lentamente.
La proprietaria del piccolo negozio di antiquariato proprio accanto alla porta d'ingresso del palazzo sta spegnendo le luci. La parrucchiera dall'altro lato della strada sta asciugando i lunghissimi capelli biondi di una ragazza.
Mi avvio con le mani in tasca. Freddo secco che punge, ma non fa male. Incrocio molte persone che camminano senza fretta col loro cane accanto. Io mi fermerei ad accarezzarli tutti. Ma mi limito a sorridere loro, come se davvero potessero capirmi.
Guardo il cielo. E' il cielo delle 17, di un giorno che non è più giorno, e di una notte che ancora notte non è.
Arrivo in Karlavagen. Una strada che ha una corsia per senso di marcia e in mezzo, a dividerle, un vero e proprio parco lungo e stretto che corre per tutta la sua lunghezza. Mi fermo un attimo e osservo gli alberi. Scuri e spogli. La neve, a terra. Le panchine. Gente che fa jogging. Gente che capisci è appena uscita dal lavoro e si affretta a tornare a casa. Bambini con la tuta da sci e il viso rosso per il freddo incorniciato dal passamontagna.
E arriva quella sensazione. Che un po' è emozione. E non la capisco molto.
E allora proseguo.
Pochi passi e arrivo al supermercato.
Entro.
Ci sono i pomodori pachino, come in Italia a luglio. Li prendo. Prendo anche del salmone. Le polpette. L'acqua. I tovaglioli di carta. 
Silenzio. 
Come se fosse un rito, gli svedesi fanno la spesa in silenzio.
Arrivo alla cassa, dove trovo un commesso giovanissimo e sorridente. Biondo, con gli occhi azzurri.
Inizia a parlarmi in svedese, io gli rispondo in inglese dicendogli che no, mi spiace, ma la sua lingua non la conosco.
Mi chiede se sono americana e gli dico no, italiana.
E lui fa un sorriso grande grande e mi dice Italia, Ferrari.
E io gli dico sì, Italia, Ferrari.
E sento ancora quella sensazione che un po' è emozione. E non la capisco molto.
La sento mentre metto nel sacchetto di plastica i pomodori pachino. Il salmone. Le polpette. L'acqua. I tovaglioli di carta. Provo a ignorarla.
Esco. Sono di nuovo in Karlavagen.
Attraverso la prima corsia, e sono nel parco. Una panchina mi aspetta e non posso ignorarla, decido di sedermi accanto a una donna molto anziana stretta in un cappotto grigio, con un grande cane nero al guinzaglio.
Appoggio il sacchetto del supermercato ai miei piedi. Io ho il sacchetto, lei ha il cane.
Inizio ad accarezzarlo un po'. Mi guardo intorno. Ci sono sempre gli alberi, scuri e spogli. Persone che fanno jogging e sembra volino, sulla neve che attutisce i loro passi. 
Guardo di nuovo il cielo. Il cielo di un giorno che non è più giorno, e di una notte che ancora notte non è.
E arriva di nuovo quella sensazione che un po' è emozione. E ancora no, non la capisco molto.
La sento mentre accarezzo quel grande cane nero e le luci delle case fanno capolino fra un ramo e l'altro.
La sento mentre mi alzo, afferro la mia spesa e mi avvio verso la piccola stradina che porta all'appartamento.
Mi giro un attimo, e rivedo Karlavagen che è meravigliosa, con la donna molto anziana stretta nel suo cappotto grigio, seduta su una panchina col grande cane nero al guinzaglio. E' meravigliosa.
Sì, meravigliosa.
Sento solo il rumore dei miei passi decisi sulla neve. Non incrocio nessuno.
Arrivo al bivio.
Sulla sinistra, riconosco l'insegna in ferro battuto del negozio d'antiquariato. Sulla destra, la parrucchiera.
La parrucchiera sta ancora asciugando i lunghissimi capelli di quella ragazza. Io non ci posso credere, penso sia assurdo perché sono passati almeno quaranta minuti. Un'ora no, ma quaranta minuti sì.
Sembrava il tempo si fosse congelato. Sembrava io non fossi mai uscita di casa.
Fermo immagine.
La spazzola che liscia i lunghi capelli. Esattamente come quando ero uscita.
Stoccolma mi aveva regalato tutti quegli attimi. Attimi solo per me, da vivere con lei.
E in quel momento, in quel preciso momento che mi ha vista immobile al bivio col sacchetto della spesa in mano abbracciata da quel cielo di un giorno che non è più giorno, e di una notte che ancora notte non è, ho sentito ancora una volta quella sensazione che un po' era emozione. 
E ho capito.
Era la stessa di quella sera di settembre a Bryant Park, seduta su una sedia col naso all'insù.
Era amore.
A quel bivio, c'è ancora la magia di un amore fra una donna e una capitale del nord.
La magia di un amore che come tutti gli amori ti travolge e arriva senza preavviso. Ti fa battere il cuore. Ti paralizza. E il tempo. Il tempo, stop. Si ferma.
In un tardo pomeriggio di febbraio, sotto a un cielo di un giorno che non è più giorno, e di una notte che ancora notte non è.