sabato 27 luglio 2013

chiuso

Era mezzogiorno e faceva caldissimo.
Ritornavamo dal parco giochi, io e lei.
Lei aveva fame ed era stanca ma io le ho detto porta pazienza, ci mettiamo cinque minuti ad andare e cinque minuti a tornare indietro.
Ma ad andare dove, mamma?
Ad andare in un posto. In un posto chiuso. Devo solo vedere. Vedere e basta.
E così siamo arrivate. E io mi sono fermata davanti a quelle due vetrine buie. E ho guardato dentro e ho visto che davvero non c'era più niente. Avevano portato via tutto e io lo sapevo. Ho avvicinato il viso al vetro, le mani a farmi da scudo contro il sole. Ho guardato meglio e ho visto me e tua madre due mesi fa, che parliamo. Ho sentito la mia voce dirle guarda che lui è qui, ci sarà sempre.
Ho sentito lei rispondermi no, Fra, ti sbagli. Non c'è più e tutto questo senza di lui è sbagliato. Non ha più senso.

Andiamo, ho detto a mia figlia. 
Ci siamo incamminate verso l'auto. Sotto il sole. Caldo. Ma io dovevo vedere. E alla fine ho capito, sai.
Ho capito che era stupido e infantile pretendere di averti ancora qui. Non aveva senso illudersi di rivederti vivo, mentre sei impegnato nel lavoro che tanto amavi, dietro a quelle due vetrine.
Non ci sarai più tu sotto al portico che vai di fretta e mi saluti col tuo sorriso bello.
Non ci sarò più io che ti cingo il collo e ti do due baci, uno per guancia.
Non ci sarai più tu seduto al tavolino del bar di fronte alla tua via, che mi fai un cenno con la mano per richiamare la mia attenzione.
Ho capito che aveva ragione tua madre, perché quando si parla di figli le mamme non sbagliano mai.
Ho capito che non è più questo il mondo che ti appartiene.
Ho capito che è il ricordo, solo quello, che ti terrà qui con me. Ed è un ricordo bellissimo che galleggia fra le ore e non affonderà mai perché è troppo forte, e sa nuotare bene.
D'altronde memory is life e io te l'avevo promesso, che ti avrei stretto nei miei giorni per non farti morire mai davvero.
Ho capito che c'è un tempo per ogni cosa. E ora è davvero tempo di salutarti.
Pensavo questo mentre ritornavo alla macchina con lei per mano che beveva dalla bottiglietta acqua naturale e finalmente, dopo un anno e mezzo, ho iniziato a tirare su col naso e due lacrime sono scese. Che fatica, farle arrivare.
Finalmente quel dolore che mi aveva pietrificata è uscito.
Non ti cercherò più, perché ti arrabbieresti.
Non ti cercherò più, perché ci sei e basta. Ci sarai sempre.
Sì, hai ragione. Ora la smetto di tenerti stretto a me.
Vieni, apro la porta finestra qui. Ci sono i grilli che cantano e mi pare una serata perfetta, con questo bel cielo nero. La luna.
Ecco, vai.
Ti lascio andare, ora.

venerdì 19 luglio 2013

autoscatto

Era un piovoso pomeriggio d'inverno di una Milano di dodici anni fa.
L'appuntamento era in piazza Duomo, all'angolo con via Torino.
Io avevo le puma marroni, i jeans e un piumino che mi arrivava a metà coscia.
Lei, delle ballerine nere. I jeans e un piumino che le arriva al ginocchio.
"Ciao! Piacere, Paola".
"Ciao! Piacere, Francesca".
Abbiamo preso il tram numero due, verso piazza XXIV Maggio.
Su quel tram abbiamo parlato del più e del meno.
Dove studi, di dove sei, ti piace Milano. 
Era bella e accogliente Milano con la sua pioggia, che guardava due ragazze correre verso una casa dalle persiane verdi.
Le colonne di San Lorenzo.
Scendiamo.
Dai apro io l'ombrello, è piccolo ma ci stiamo.
Entriamo in un portone. Quarto piano. Eccola, la casa dalle persiane verdi. Vuota. Fatta eccezione per una piccola cucina abitabile. Arancione, dell'Ikea.
Lei mi mostra una camera, la prima sulla sinistra salendo le scale.
Ecco, te l'avevo detto che era piccina. Però puoi arredartela come ti pare. Anche io sono appena arrivata a Milano. La mia camera è quella, proprio di fronte.
Solo un piccolo armadio a muro. Tre mensole in muratura.
Il resto era tutto da scrivere. E da vivere.
Quella fu la prima e unica casa che vidi.
Senza pensarci, sorrisi e le dissi è perfetta. Per me va bene.
Anche per me va bene, rispose lei.
E in quel momento, io avevo scelto lei, e lei aveva scelto me.
Io avevo scelto un paio di ballerine nere, lei un paio di puma marroni.
Ordinai un letto, un comodino e una cassettiera. Una scrivania.
Il giorno in cui arrivò il corriere ero sola, in quella casa. 
Montai tutto da sola, senza aspettare aiuti, finendo a notte fonda.
Quella notte, in quel letto bianco e nuovo di zecca, con gli scatoloni ammassati fuori dalla porta, la casa vuota fatta eccezione per la cucina Ikea e il letto di Paola, mi sentii davvero a casa.
Mi voleva bene, Milano. E io ne volevo a lei.
Per quasi un anno visse con noi un tizio un po' singolare, che mangiava riso basmati nelle ore più improbabili. Passeggiava per casa avvolto da una coperta rossa. Dormiva su un tatami singolo. Fotografava frutta tagliata a pezzi e appendeva le foto in camera sua. Metteva candele profumate sul bordo della vasca e si concedeva bagni interminabili. Si lamentava del fatto che non ci fosse un tappetino ai piedi della vasca.
Non ne ha mai comperato uno.
Aveva tv e videoregistratore, nella sua camera. Era così geloso delle sue cose che quando usciva chiudeva a chiave la porta, lasciando però la chiave nella toppa.
Un pomeriggio io e Paola ci siamo guardate Il Meraviglioso mondo di Amélie stando sdraiate sul suo tatami e ridendo come pazze pensando alla possibilità di dover scappare nel caso in cui lui fosse improvvisamente ritornato.
Passavamo i mercoledì sera sul divano rosa sbiadito che Paola aveva recuperato da una parente, davanti alla tv che trasmetteva il nostro telefilm preferito.
Al primo stacco pubblicitario scendevo al volo col pigiama e le silver a piedi, per prendere due crêpes alla nutella nella creperia sotto casa.
C'erano i ragazzi pronti per una serata sui Navigli, e poi c'ero io col pigiama e le silver ai piedi. 
Da una finestrella della casa si vedeva la Madonnina. Solo quella. Nei giorni di nebbia e quando scendeva la notte sembrava volasse, la Madonnina.
Era proprio bello guardarla, da quella finestrella. Milano era proprio quella Madonnina tutta per me e chissà quante volte si è sentita spiata mentre mi fermavo a contemplarla, in silenzio.
La piccola cucina arancione Ikea aveva un piccolo frigorifero, arancione. 
Io ero quella delle zucchine e del parmigiano reggiano.
Paola era quella degli yogurt Müller.
Io studiavo la notte fino alle 4, e poi dalle quattro di pomeriggio in poi. 
Paola, spesso tutta la notte.
Io camminavo per le strade con naso all'insù e la testa fra le nuvole. Non ho mai imparato i nomi di moltissime vie e mi piaceva perdermi.
Paola era più pragmatica. Aveva la mappa della città stampata in fronte.
Ci bastava guardarci negli occhi per decidere di scendere giù in strada, qualsiasi tempo facesse, e lasciarci trascinare dalla gente, dalle luci e dai colori.
Milano era bellissima, d'inverno col buio e la pioggia. Gli ombrelli pieghevoli persi e ricomperati in Centrale chissà quante volte.
Un giorno arrivò Monse, che era messicana e studiava in Brera. Aveva lunghi capelli neri e ricci, che lasciava asciugare all'aria aperta anche a dicembre.
Aveva una risata contagiosa e potente.
Uno dei suoi intercalari preferiti era machecccazzodici e ci faceva ridere moltissimo. Con nostra grande gioia prese il posto del tizio strano, che mangiava riso basmati e fotografava frutta a pezzi.
Una sera siamo uscite a cena tutte e tre, vicino a casa.
Ci siamo fatte fare da un turista una bellissima foto davanti alle colonne di San Lorenzo.
Anche se quella che in assoluto preferisco ci ritrae sul divano rosa sbiadito, in tuta. Con la macchina fotografica posizionata sul tavolo. Tre sorrisi da fuori di testa. Autoscatto.
Finiti gli studi, Monse ripartì per il Messico. Quel pomeriggio, il pomeriggio della sua partenza, le promisi che sarei rincasata in tempo per vederla prendere il taxi per l'aeroporto. 
Aspettai volutamente nel bar dietro casa. Non ero pronta per quell'addio e lei questo non l'ha mai saputo.
Ho amato moltissimo Milano, che mi ha vista studentessa, laureata e lavoratrice.
Me ne sono andata, all'improvviso.
Un soffio prima del giorno in cui ero certa avrei iniziato ad odiarla, col suo di tutto e di più, ancora di più  e di più. Di più.
L'amo ancora, moltissimo.
Milano è due ragazze che chiacchierano per la prima volta sul tram numero due. Un paio di ballerine nere e un paio di puma marroni.
Milano è una casa dalle persiane verdi sulla strada per i Navigli. Vuota. Tutta da scrivere e da vivere.
Milano è Il meraviglioso mondo di Amélie guardato di nascosto in un buio pomeriggio d'inverno.
Milano è quella piccola cucina Ikea, zucchine e parmigiano reggiano in un ripiano del frigo, yogurt Müller nell'altro.
Milano è la Madonnina che vola nei giorni di nebbia, o quando scende la sera.
Milano è tre ragazze in tuta che sorridono a una macchina fotografica appoggiata su un tavolo. Autoscatto.
Sono qui, in spiaggia e seduta sulla sedia a sdraio. Accenti milanesi intorno a me. E penso che mi fa proprio bene al cuore, il ricordo di due ragazze che chiacchierano per la prima volta sul tram numero due. Zucchine e parmigiano reggiano. Yogurt Müller. Il Meraviglioso mondo di Amélie. Una casa dalle persiane verdi sulla strada per i Navigli. 
Quella casa, sarà per sempre di tre ragazze in tuta che sorridono a una macchina fotografica appoggiata su un tavolo.
Autoscatto.

venerdì 12 luglio 2013

il mare e le paure che volano via

C'era una volta una bambina che aveva il terrore della sabbia. E del mare.
La prima volta che vide sabbia e mare insieme non aveva nemmeno un anno. Forse troppo piccola per capire, stava seduta sul telo e guardava con aria indifferente quell'immensa distesa morbida. 
Non voleva toccarla, però. E di stare sul bagnasciuga a giocare con gli altri bambini non se ne parlava nemmeno.
Pazienza, pensarono i suoi genitori.
Il prossimo anno andrà decisamente meglio.
Ma si sbagliarono.
Per i due anni successivi, la bambina rimase aggrappata alla sua mamma. Ogni giorno. Per tutto il giorno. Un marsupio di 15 kg sempre addosso. Perfino farla rimanere sul passeggino era un'impresa ardua. Riuscire a farla stare almeno seduta su un telo a guardare gli altri giocare fu una grande conquista, grazie all'infinita pazienza della nonna.
Anche il mare era un suo grande nemico. A nulla valsero racconti fantastici di un mondo tutto magico da scoprire fra le onde, né la vista dei suoi coetanei che schiamazzavano felici. 
Così la sua mamma si avviava verso il mare con la sua bambina aggrappata a lei come un koala. S'immergeva fino alla pancia. Non di più. Con la bimba che sfiorava il pelo dell'acqua coi piedi. Rimanerci per dieci minuti era già un piccolo record.
Questo, era il suo bagno.
È solo un capriccio, dovresti lasciarla sulla sabbia a piangere. E immergerla in mare. Vedrai che prima o poi si abitua.
Si sentiva dire la sua mamma, che un giorno provò a metterla seduta sulla sabbia, per dieci secondi. Negli occhi di sua figlia vide disperazione.
E pensò che si deve avere rispetto per le paure degli altri.
Se la riprese in braccio. Com'è facile fare i genitori, coi figli degli altri.
L'anno dopo andò meglio: con la sabbia aveva fatto pace, complice una bellissima amicizia con la bambina dell'ombrellone accanto.
Le cose non accadono mai per caso. E il ciao, vuoi giocare con me? in un attimo spazzo' via i suoi timori.
Il mare non era più un estraneo cattivo. Ma un conoscente. Non ancora amico.
Quest'anno, una volta arrivata in spiaggia, una delle prime cose che la bambina ha fatto e' stata quella di corrergli incontro, al mare.
Il suo amico mare.
Ha corso fra le onde. Da sola. 
A volte i bambini hanno bisogno di strumenti per affrontare le loro paure, perché da soli non ci riescono.
Spesso, e' solo questione di tempo. 
Spesso, hanno semplicemente bisogno di gestire le loro emozioni in pace, senza venire giudicati. 
E il coraggio, presenza costante ma distratta, impegnata fra il litigio per una bambola e un giro di giostra, arriverá. Ore, giorni, mesi, perfino anni. Non importa quando. Loro sanno. Lo sanno, che arriva.
Tutti i grandi sono stati bambini una volta, ma pochi di essi se ne ricordano, scrive A. De Saint-Exupéry. La vita sarebbe molto più semplice, se ce ne ricordassimo più spesso.
A questo pensò la sua mamma, mentre la guardava ridere felice, fa le onde.
La paura, la paura cattiva, quella bambina bionda l'aveva fatta volare via per sempre. Quando, lo aveva  deciso lei.







domenica 7 luglio 2013

tutti al mare

Bene.
Siamo pronti per partire per il mare.
Ho già saltellato sulla valigia per vedere se si chiude e sì, anche se a fatica, come al solito ce l'ho fatta.
Non ho fatto liste di cose da prendere: non le faccio mai perché mi mettono ansia poi certo, sicuro dimentico qualcosa. Come sempre.
Quando siamo andati in Svezia tempo fa ho lasciato a casa i di Lui maglioni e meno male che era estate, anche se vi dirò che non è che ci sia rimasto molto bene quando aprendo la valigia ha realizzato che non c'erano.
"Te li avevo preparati sul letto..."
"Eh allora lì sono rimasti".
Per non parlare del pigiama della Bionda: per due viaggi consecutivi l'ho lasciato a casa.
Mia madre, invece, convinta di partire per una spedizione al Polo Nord ogni volta, ha TUTTO.
Ma tutto, eh.
Tipo un mini kit da cucito che non si sa mai perdo un bottone.
O un mini flaconcino di detersivo per il bucato giusto per le emergenze.
Io non ho mai con me i fazzoletti di carta, figuriamoci il kit da cucito. Che poi, vogliamo parlare delle salviettine umidificate quando la Bionda era piccola? O della bottiglietta d'acqua?
Manco a parlarne.
Però, ecco, una cosa non dimentico mai: i libri.
Ecco qui chi verrà con me in vacanza. Si accettano molto volentieri anche altri consigli!
:-)