martedì 28 maggio 2013

due colori

Questo non è un film bensì un quadro, dai mille colori.
Un po' disturbanti, a volte.
Rassicuranti, altre.
Io ne voglio ricordare due.

C'è Giorgio, che è amico delle principesse.
E allora porta sempre con sé una valigetta all'interno della quale custodisce gelosamente delle chiavi d'oro.
Sono le chiavi che aprono i giardini dei palazzi di Roma.
E lui sì che può aprirli perché è amico delle principesse, appunto.
Una sera accompagna Toni, e Sabrina, a scoprire queste meraviglie nascoste.
E ci sono le principesse, anziane signore che giocano a carte raccolte attorno a un tavolo. In uno dei giardini segreti.
E' notte ormai, Sabrina ha un cappotto blu scuro, dal collo importante. Sembra la matrigna di Biancaneve ed è bellissima.
Camminano tutti e tre fra statue e siepi curate e piante fiorite. Verde ovunque. Silenzio. Frasi sussurrate, quasi.
C'è pace, e Roma ti parla. In lontananza, la vista della cupola di San Pietro illuminata toglie il fiato.

Toni è uno scrittore che ha pubblicato un libro di successo anni fa, troppi ormai.
Vive Roma senza viverla davvero, schiacciato dagli eccessi che la città quasi gli impone.
Non scrive, non riesce più. 
Vorrebbe riaverla con sé, ma non sa come.
Poi, un giorno, eccola.
L'immagine di quello che fu il suo primo amore. Una ragazza di vent'anni, un'estate al mare di cinquant'anni fa ormai. Così viva nella sua mente che pare reale. Il viso pulito, i capelli lunghi e biondi. La pelle bianca come il latte. 
Capisce che è finalmente ritornato il momento di scrivere.
Perché è proprio lì davanti ai suoi occhi che lo fissa, bellissima.
Oh sì, è proprio tornata.
La Grande Bellezza.

mercoledì 22 maggio 2013

il mio amore per la matematica.

La professoressa P. m'insegnava matematica, alle scuole medie.
Aveva gli occhi azzurri e i capelli grigi, sempre raccolti in un elegante chignon. Le mani ben curate, un velo di smalto rosa confetto.
Camicette d'ogni gradazione di azzurro. Tailleur grigio rigorosamente gonna, mai pantalone. Era la sosia di Rita Levi Montalcini. Molto brava, molto esigente, molto temuta. Ma col cuore grande. Amava i suoi ragazzi e il suo lavoro.  
Io l'adoravo.
Io adoravo la matematica, e con lei avevo voti eccellenti.
Ero quella che alzava sempre la mano, con la risposta giusta pronta in tasca.
La mia tesina di matematica e scienze preparata per l'esame finale era perfetta, ancora la conservo gelosamente fra le cose che amo.
La scelta della scuola superiore fu per me scontata: liceo scientifico.
Non so cosa sia cambiato, poi.
Furono cinque anni tremendi.
Io avevo i miei tempi, che non erano quelli del professore evidentemente.
Le lezioni di matematica erano diventate una corsa ad ostacoli dove io rimanevo sempre indietro. Non ce la facevo.
Non capisci niente, mi diceva il professore.
Io ci ridevo sopra, ma in fondo mi sentivo una fallita.
Quei numeri che tanto avevo amato, che si muovevano fra le pagine del quaderno esattamente come volevo io, erano diventati mostri.
La soluzione esatta, sempre arrivata al primo tentativo, scappava via ogni volta.
Si vede che studia, diceva a mia madre ai colloqui. Evidentemente però non ci arriva.
Quell'uomo non ha mai saputo andare oltre un numero sul registro.
In fondo era una persona molto infelice, ma io ero troppo arrabbiata per capirlo.
Di cambiare indirizzo non ne volevo nemmeno sentire parlare. Io dovevo diplomarmi al liceo scientifico, cascasse il mondo.
Furono cinque anni di battaglie perse. Cinque anni di pianti. 
Mi sarebbe bastato un cinque. Era un quattro, quando andava bene.
Arrivò la sera prima dello scritto di matematica all'esame di maturità.
Notte di lacrime e preghiere, la matematica non sarà mai il mio mestiere.
Mangiai piselli in umido, una bistecca. Mezzo kg di gelato stracciatella e cioccolato. L'ultimo pasto di un condannato.
Avevo una paura fottuta. Il presidente della commissione, fra l'altro, era un professore di matematica.
Avrei voluto morire.
Durante quelle cinque ore scrissi tutto quello che sapevo, o meglio, che credevo di sapere. Non copiai. Non sapevo copiare. E poi ero una di quelle che si sarebbe fatta scoprire subito.
Quando mi chiamarono per la correzione, giorni dopo, già sapevo a cosa sarei andata incontro.
Avevo passato tanti, troppi anni a fare quello che potevo, che però non era mai abbastanza.
Avevo passato tanti, troppi anni con l'acqua alla gola ogni volta che vedevo quell'uomo spiegare alla lavagna come un pazzo.
Io me lo ricordo come se fosse ieri, quel mattino della correzione dello scritto.
Ricordo di essermi seduta davanti alla commissione. Ricordo il presidente, che mi mostra il mio lavoro e mi dice vedi, non hai fatto molto.
Lo so. Avevo risposto. Ero abituata a sentirmi dire certe cose. Ero abituata a sentirmi una perdente.
Però, quel poco che hai fatto è tutto giusto. Non ho corretto quasi niente. E a volte è meglio fare poco ma con la testa, piuttosto che finire un esercizio spinti dalla fretta. Io ti ho messo cinque e mezzo. Il tuo compito è quasi sufficiente. Per me va bene.
Avevo vinto.
Dopo cinque anni di battaglie perse, io avevo vinto la guerra.
Giorni dopo me ne andai nella casa di campagna col libro di matematica sottobraccio.
C'erano delle foglie secche che bruciavano in un piccolo falò, in un angolo.
Iniziai a strappare una pagina dopo l'altra. Ad accartocciarle. A buttarle nel fuoco.
Non mi bastava aver sconfitto il nemico. Io volevo bruciasse all'inferno. Volevo ridurlo in polvere per sempre.
Avevo troppa rabbia addosso.
Ero così felice che quella felicità me la ricordo ancora.

All'università, c'era quel maledetto esame di storia contemporanea all'ultimo anno, che avevo tenuto in ballo fino all'ultimo.
Io in storia al liceo avevo cinque. E io la studiavo, eh. Mia madre m'interrogava ogni santo pomeriggio prima delle interrogazioni.
Non hai metodo, mi diceva l'insegnante.
E niente, lei si era messa in testa che dovevo essere un sette, a volte perfino sette e mezzo, in filosofia. Ma con la storia non c'era nulla da fare. Trovava sempre un modo per mettermi in difficoltà, per spedirmi nell'angolo del cinque. Io il sei non l'ho mai visto nemmeno col binocolo.
Quella donna non è mai riuscita ad andare oltre una data non ricordata.
Quella donna non ha mai smesso di pensare lei in storia è da cinque.
Quando lessi per la prima volta il programma di studi della mia facoltà, alla riga quinto anno - storia contemporanea, sussultai.
Dovevo prepararmi per un'altra guerra.
Il professore era molto, molto esigente. Molti ragazzi non riuscivano a laurearsi proprio per causa sua. Era diventato il terrore dei laureandi, il prof. F.
Umanamente parlando era un uomo impeccabile. Ma la storia la dovevi sapere in modo completo. A lui non bastavano le date, lui voleva che in te ci fossero spirito critico, oggettività nel riportare i fatti ma anche soggettività nell'interpretazione.
Ovviamente decisi di tenerlo come ultimo esame. Ero certa non l'avrei superato la prima volta, come era già successo a molti miei compagni di corso e volevo avere la mente solo per quei libri.
La sera prima dell'esame piansi, al telefono con mia madre. Piansi come raramente ho fatto nella mia vita da adulta.
Mi boccerà. E io non mi laureerò mai.
Ero disperata.
Guarda che questo è un professore con le palle. Non è quella testa di cazzo della tua professoressa del liceo.
Tu hai studiato. Andrà bene.
M'interrogarono al pomeriggio. Passai almeno sei ore nell'aula magna a ripassare, con l'ansia.
Ero terrorizzata. Ancora una volta.
Prima ci furono le domande dell'assistente. Poi, quelle del professore.
Quasi mezz'ora. Io parlavo, parlavo, parlavo.
Lui mi guardava negli occhi senza mai distogliere lo sguardo e io questo non lo dimenticherò mai.
Avevo il cuore a mille ma le parole erano più veloci.
Peccato per un paio d'imperfezioni, disse alla fine.
Le va bene un ventotto?
Ventotto. Avevo preso ventotto.
Io. Quella che non aveva metodo, avevo preso ventotto.
Io. Quella del cinque fisso, avevo preso ventotto.

Passai il viaggio di ritorno in metropolitana a fissare il voto scritto sul libretto.
Camminai verso casa, lungo i Navigli. Dio com'era bella Milano, quel pomeriggio. Il cielo minacciava pioggia ma Milano era così bella che io mi presi pure un gelato.
Ero così felice che anche quella felicità me la ricordo ancora. 
Avevo vinto. Di nuovo.
Mi sentivo migliore di chi migliore di me lo era stato per tanti anni, al liceo.
Questi pensieri sono per chi si sente un perdente. Per chi viene considerato nient'altro che un numero sul registro. Una matricola universitaria. Un numero su di un badge.
Non è vero.
Perdente è chi non è mai riuscito ad apprezzarvi.
Perdente è chi sfoga le proprie insicurezze sugli altri.
Perdente è chi non sa perdere.

Non ho fatto a pezzi e bruciato il libro di storia.
L'ho conservato, fra le cose che amo.
Anni dopo la maturità, avevo imparato a gestire la mia rabbia. Almeno un poco.
Non ho mai più incontrato qualcuno che mi facesse amare la matematica come fece la professoressa P., coi suoi occhi azzurri, i capelli grigi raccolti in un elegante chignon. Le mani ben curate, un velo di smalto rosa confetto.
Con le sue camicette d'ogni gradazione di azzurro. Il tailleur grigio rigorosamente gonna, mai pantalone.  
Mi capita d'incontrarla a volte, per le vie del centro. Si ricorda ancora il mio nome.
Un giorno si è fermata e mi ha detto Buongiorno, Francesca.
Io non ho mai avuto il coraggio di dirle che il mio amore per la matematica l'ho bruciato, un pomeriggio di luglio di quindici anni fa.





lunedì 20 maggio 2013

un anno fa

Un anno, oggi.
Ricordo come fosse ieri i secondi infiniti passati davanti al letto di mia figlia che dormiva beata, incurante di ciò che stava succedendo.
Erano le quattro di notte passate da poco.
Io e Lui eravamo appoggiati alla testata del suo letto, si faceva fatica perfino a rimanere in piedi.
Porcatroia. Porcatroia. Porcatroia.
Sussurravo io.
Col silenzio, rispondeva Lui.
E' finita, mi dice.
Torniamo a letto. Ci saranno altre scosse, d'assestamento. Ma stai tranquilla, l'edificio è antisismico.
Lui si è davvero rimesso a dormire.
Io ho provato a collegarmi al sito dell'ANSA. Niente.
Allora provo con gli americani. Loro sono sempre sul pezzo quando si tratta di tragedie.
Earthquake Hazards Program: ecco l'Italia, con un bollino rosso lampeggiante sul nord Italia. Attivo lo zoom. Emilia Romagna. Lo attivo ancora: Modena.
Siamo noi.
Tutto il resto è storia, purtroppo.
Ho scritto tanto per la mia terra. Sono nate delle collaborazioni bellissime.
Ho conosciuto gente speciale.
Ho dato voce ai protagonisti di piccole storie, per farle diventare un po' grandi. 
Non ho fatto gran ché, io, a dire il vero. Ho trascritto i loro pensieri e ho detto in giro hey, ci sono anche loro.
Non volevo i grazie, volevo che la gente leggesse, capisse, condividesse.
Alcuni pensieri li trovate nella sezione del blog storiEmiliane.
Alcuni sono nati per la mostra annuale di Shoot4Change, una organizzazione internazionale no profit che ha fatto tanto per l'Emilia, organizzata a Roma lo scorso dicembre.
Oggi voglio ringraziare l'ANPAS che in occasione del suo meeting nazionale che si terrà questo weekend  ricorderà noi emiliani con la sua bellissima iniziativa Si lavora qui per ingentilire i cuori. Mi hanno chiesto di scrivere per loro un ricordo, un ricordo che mi abbia ingentilito il cuore. Io avevo una piccola storia vera, che avevo buttato giù tempo fa. Era così bella che volevo fissarla bene fra i ricordi. L'ho ripresa in mano, e l'ho finita.
La trovate qui, pubblicata proprio oggi.
Non dimentichiamo.
Non dimentichiamo mai.







lunedì 13 maggio 2013

marcello e le sue piantine

Ero nel cortile dello studio di mio padre.
Arriva un ragazzino davanti al cancello, ha un sacchetto in mano, di quelli in plastica semi rigida.
Mi dice "puoi aprirmi? Vorrei vendere delle piantine grasse". Me le mostra, dentro al sacchetto.
Di solito non si apre per la pubblicità, figuriamoci per queste cose.
Gli dico "sì, ti apro. E' ora di pranzo, non sarai molto fortunato perché qui ci sono praticamente solo uffici".
Non gli presto molta attenzione, devo sbrigare un paio di faccende. Ho poco tempo. E poi a me le piante non piacciono.
Lo vedo scendere, dopo pochi minuti.
"Non sono stato molto fortunato. Non mi ha aperto nessuno" mi dice.
"Te l'avevo detto, l'orario non è dei migliori". Gli rispondo.
Fa per andarsene.
Lo guardo meglio. Ha un paio di scarpe da ginnastica, non di marca.
Una maglietta e un paio di pantaloncini, lindi e col segno del ferro da stiro. avrà quindici anni. E' un ragazzino della mia città, col mio stesso accento. Normalissimo, non un mendicante. Potrebbe essere il nipote della vicina di casa dei miei genitori, quello che sfrecciava con la bici fino a ieri e ancora non mi capacito di come abbia potuto passare l'esame di guida. Potrebbe essere Luca, il ragazzino al quale impartisco un'ora di lezione ogni mercoledì perché lui il sei in inglese ce l'ha ma quest'ora alla settimana è diventata la sua dose di coraggio e allora così sia. 
"Aspetta. Non vai a scuola?"
"Frequento la prima superiore, finché posso. Una mattina alla settimana aiuto i miei genitori. DEVO aiutarli. Il mio papà è stato licenziato da poco. La mia mamma è casalinga. Ho due fratelli più piccoli, uno di cinque anni e uno di nove, che va alle elementari. Faccio quello che posso: vendo piantine grasse. Le persone possono farmi un'offerta: io non chiedo l'elemosina! Io le vendo!". Mi parla guardandomi fisso negli occhi. E' diventato un po' rosso. "E' bello andare a scuola. Matematica non mi piace. Italiano sì, tantissimo".
"Come ti chiami?"
"Marcello"
"Fammi vedere le tue piantine, Marcello".
Io lo so, che non mente. Io lo so, che Marcello sta dicendo la verità.
"Dai, te ne prendo io qualcuna. Non me ne intendo sai, di piante? Però le tue sono davvero molto, molto belle secondo me". 
E' così felice, Marcello.
Mi dice "guarda, io questa la chiamo la pianta dell'amicizia, perché è sempre fiorita. Questa è una piccola agave. Quest'altra farà il fiore, presto. Quest'altra ha i fiori rosa, invece".
"Bene. Prendo proprio queste quattro." Gli porgo 20 euro.
"Grazie. Grazie. Grazie davvero" ha gli occhi che gli brillano. Non potete nemmeno immaginare quanto fosse felice.
"Grazie a te, Marcello".
Mentre ci salutiamo penso che sono stanca dei VORREI.
Io VOGLIO. VOGLIO che non ci siano più dei genitori costretti a chiedere aiuto ai figli di quindici anni perchè non riescono ad arrivare a fine mese. VOGLIO che non ci siano più dei Marcello che odiano la matematica ma amano l'italiano, che devono saltare un giorno di scuola per vendere per le vie del centro piantine grasse. VOGLIO che Marcello e i suoi quindici anni siano soprattutto spensieratezza. VOGLIO che la classe politica si spacchi il cervello in due per trovare una soluzione. VOGLIO che il mio paese si rialzi in piedi, subito. VOGLIO che ci sia la possibilità di lavorare per tutte le persone oneste che ci abitano. VOGLIO un lavoro per il papà di Marcello. VOGLIO che Marcello continui ad andare a scuola. VOGLIO che continui ad odiare la matematica, e amare l'italiano. VOGLIO. VOGLIO. VOGLIO.
"Ciao", mi dice.
"Ciao Marcello, buona fortuna".
Se ne va felice dalla testa ai piedi. Pare quasi stia volando, mentre svolta l'angolo.
E io sono qui, davanti al pc. Con le piantine di Marcello.
Per la prima volta nella mia vita, ho deciso che mi occuperò di loro. Che non le darò a mia madre.
Se loro vivranno, Marcello finirà la scuola. E il suo papà troverà lavoro.
Follia, forse?
No. Mi piace pensare sarà davvero così.





giovedì 9 maggio 2013

pezzi di perfezione

L'altra sera ero sul divano con la tv sintonizzata sulle repliche di Masterchef (io non guardo praticamente mai la tv, ma ho un debole per questo programma. Lo ammetto). Lo tenevo in sottofondo e fra un DILUDENDO e un QUESTO E' SCHIFO AH  rispondevo a un Whatsapp di Charlie Brown in crisi esistenziale perché ha ritrovato il diario di quando avevamo 15 anni e improvvisamente si è sentito vecchio, e leggevo dall'iPad due post molto belli  della Vale e di Elena.
Parlavano di una nuova serie tv lanciata da Corriere Tv chiamata "Una mamma imperfetta" e di come anche loro si sentissero sempre in ritardo, sempre con la sensazione di non aver fatto tutto, o di averlo fatto male.
Leggevo e sorridevo, perchè mi sento esattamente come loro. 
Ora, diciamolo, il regista della serie non ha certo avuto l'idea del secolo. 
Il nome "mamma" accostato all'aggettivo "imperfetta" si sente da anni ormai, da prima che io rimanessi incinta della Bionda. Che noi mamme ci sentiamo sempre inadeguate come il Fantozzi di turno è ormai risaputo, così come è risaputo che vediamo le altre più organizzate, migliori e perfette da un punto di vista pratico e non solo. Il "sono una mamma imperfetta" ormai lo troviamo anche sull'etichetta dello Stira e Ammira (si chiama così? Boh).
Però voglio dire la mia, a modo mio.

Lucia frequenta la stessa classe della materna della Bionda, e sono insieme da quando di anni ne avevano due ed erano nella cosiddetta "Sezione Primavera". 
Lucia ha sei fratelli.
Conosco la sua mamma da tre anni ormai.
La incrocio quasi ogni mattina, all'ingresso dell'asilo.
E' sempre sorridente e rilassata, con i capelli a posto e un filo di trucco. Come se fosse appena uscita da una SPA. E' un piacere parlare con lei, perché è una donna solare e positiva.
Lucia ha sempre i capelli raccolti in due codini o due trecce, rigorosamente dello stesso colore della maglietta. 
Lucia ha sempre tutto stirato, perfino il tovagliolo e portatovagliolo.
La sua mamma lavora, part time. Quindi no, non è mamma e basta.
La sua mamma quando ci sono feste all'asilo porta sempre una torta fatta da lei, anch'essa perfetta, appoggiata su un tovagliolo in cotone ricamato e stirato e protetta da un porta torta.
La sua mamma pare avere ogni santo giorno tutto sotto controllo, e di figli ne ha sette. Lucia è la più piccola. Il più grande ne ha 18. Fra asilo, elementari, medie e superiori frequentano quasi tutti scuole diverse.

Io arrivo ogni mattina di corsa, prevalentemente vestita come se fossi appena uscita dalla palestra. Mi pettino con le mani, in macchina. La Bionda spesso è senza portatovagliolo, figuriamoci se è stirato. Il tovagliolo però me lo ricordo e di questo vado molto fiera, sappiatelo. Il sacco nanna a volte no, quindi c'è pure il caso che io debba ritornare indietro alla velocità della luce per riprenderlo. Do un colpo di spazzola alla Bionda mentre lei si mette le scarpe. Capita io le spazzoli le guance, per la fretta. Le calze antiscivolo per la psicomotricità dovrebbero essere da qualche parte: nell'armadietto, dai nonni, forse in realtà devono ancora essere lavate. Se fa molto freddo e parcheggio nel garage è un dramma, perché perdo tre minuti e tre minuti alle 8.54 quando sai che alle 9.05 chiudono i cancelli della scuola sono vita. Quando ci sono feste all'asilo, porto una torta fatta da mia nonna. Quando mi ricordo di chiederle di farla. Altrimenti prendo una crostata pronta al forno. Mi sento sempre come il Bianconiglio di Alice, che corre dicendo è tardi è tardi è tardi.
Sì insomma, rispetto alla mamma di Lucia dovrei proprio sentirmi una sfigata.
Però.
C'è un però.
Pochi mesi fa all'uscita dell'asilo trovo la mamma di Lucia, che si asciuga le lacrime.
Mi dice "Lucia questa mattina non aveva voglia di venire all'asilo, l'ho lasciata ora alla tata. Piangeva. E io non riesco ad andare via sapendo che lei non è felice di stare qui. Come faccio?"
Le rispondo "Stai tranquilla, anche la Bionda a volte fa così, per capriccio. Lo sai che alla fine si divertono un sacco, che passerà. Sono sicura che starà già giocando con i suoi amici"
"Quindi tu, quando faceva i capricci, andavi via?"
"Certo. Sai che io quando ho iniziato l'asilo per sei mesi ho pianto ogni santo giorno aggrappata a mia madre? Eppure, sono ancora qui. Far capricci è spesso il passatempo preferito dei bambini. Su andiamo, ti accompagno alla macchina"
"Sì"
All'uscita, la ritrovo.
Mi dice "grazie, sai. Avevi ragione. Ha smesso subito di piangere, poi non ha mai chiesto di me".
Ho sorriso.
Perché ho pensato che io, che sono sempre in ritardo e mi sento tremendamente imperfetta e mai all'altezza, avevo aiutato lei, che avevo visto fino a quel giorno come un esempio da imitare, la perfezione assoluta. E la mattina mentre le parlavo deve aver pensato fra una lacrima e l'altra che avrebbe voluto avere più forza, come me, in certe situazioni. Deve aver pensato che io ero proprio perfetta, perché me ne andavo spavalda nonostante le lacrime di mia figlia. Io che ho un figlio solo e non sette e quindi dovrei pure essere meno pronta ad affrontare certe cose.
E così non importa mica se siamo genitori o no.
Siamo comunque tutti esseri imperfetti, così perfetti nelle nostre imperfezioni.
Siamo tutti esseri imperfetti, con tanti pezzi di perfezione nel cuore, pronta a donarla a chi ne ha bisogno.
Io quella mattina l'ho regalata alla mamma di Lucia.
Ed è stato molto bello.