mercoledì 11 settembre 2013

ci fu quell'attimo

Era l'estate di Boston.
Boston, un pezzo di Europa in America.
Boston, educata e per bene.
Boston, una città fatta per studiare.
Io e lei non eravamo mai state a New York.
Lei, New York, era a quattro ore di viaggio. La macchina, la macchina no, non ce l'avrebbero mai data a noleggio perché eravamo troppo piccole.
Prendiamo una specie di minibus, e partiamo. Era un sabato mattina. Era molto presto. Saremmo rientrate il giorno successivo, la sera tardi. Giusto in tempo per essere alla lezione del lunedì mattina.
Un piccolo zaino con l'essenziale per poco più di 24 ore.
Non ho fatto altro che pensare a lei, durante il viaggio. Abbiamo studiato la mappa, dato un'occhiata alla guida. Non vedevo l'ora di vederla. La Big Apple. Il sogno di tanti.
La stanza prenotata in un piccolo alberghetto in centro.
Un mondo di cose da vedere e non saremmo mai riuscite a fare tutto.
Arriviamo.
Vedo lo skyline davanti a me, quello visto milioni di volte in televisione e nelle cartoline.
Here we are,  dice l'autista.
Semplicemente, here we are.
Nemmeno un sorriso.
Quell'uomo aveva perso la meraviglia.
Quella meraviglia tipica dei bambini che in realtà non ci dovrebbe abbandonare mai perché è proprio la meraviglia dei bambini che ci colora la vita.
La meraviglia di quando salutiamo un amico, non importa se è la milionesima volta che lo facciamo.
La meraviglia di quando passano una bella canzone alla radio, non importa se è la milionesima volta che la ascoltiamo.
La meraviglia di quando arriviamo a NYC, non importa se è la milionesima volta che vediamo quei grattacieli.
Niente, lui l'aveva persa, quella meraviglia.
Era un agosto col sole che andava e veniva, indeciso.
Insolitamente non particolarmente caldo.
Non ricordo molto di tutto quello che abbiamo fatto e visto.
Ero ubriaca di luci, colori, odori, persone, gesti, parole, negozi. Il pranzo da Sbarro con quel piatto di spaghetti collosi che io trovai buonissimi. Mangiati con gli occhiali da sole appoggiati di fianco al vassoio, un tavolino attaccato alla vetrina per guardare i passanti.
I piedi nelle dr.Martens, i pantaloncini corti della Umbro, quelli da calciatore, e la maglietta grigia. La maglietta grigia Oxford University. Come al solito.
Lei mi ha travolta, e io mi sono lasciata travolgere.
La mia New York, quell'anno, è stata quella della mia prima notte, là.
L'albergo era assolutamente senza pretese, grande e pulcioso.
Una minuscola stanza per noi due, un letto a castello in ferro battuto marrone. Io avrei dormito sopra, lei sotto.
Una finestra con l'apertura difettosa, proprio attaccata al letto.
I vetri sporchi ma abbastanza puliti da farti vedere fuori i grattacieli.
Il bagno in fondo al corridoio con la moquette grigia.
E' sera, tardi. Io percorro il corridoio con gli anfibi slacciati ai piedi e il pigiamino estivo. L'asciugamano sulla spalla. Il beauty in mano. Il corridoio è deserto e in fondo vedo la luce del bagno.
Il bagno ha cinque o sei lavandini tutti in fila. Uno specchio lunghissimo. Una mensola lunghissima, in acciaio.
In acciaio come le porte dei singoli wc e delle docce.
Sembra il bagno di un carcere, asettico e anonimo.
Nel bagno c'è una ragazza nera, giovane, un po' sovrappeso. Si sta lavando i denti.
Mi sistemo nel lavandino accanto al suo.
Appoggio il beauty sulla mensola, tengo l'asciugamano sulla spalla.
Ci laviamo i denti e il viso quasi contemporaneamente, in silenzio. Si sente solo lo scrosciare ritmico dell'acqua.
Un fermo immagine.
La città che corre e noi immobili, con lo spazzolino in mano.
Ritorno in camera.
Lei, la mia compagna di avventure di tante estati, è già a letto.
Io salgo sul mio.
La camera è in penombra, lasciamo le tende aperte.
Chiacchieriamo, come sempre. Ridiamo, come sempre.
Buonanotte.
Buonanotte.
Ascolto il suo respiro che diventa leggero. Mi sporgo. Dorme.
Mi metto a pancia in giù, le mani sotto al mento.
Guardo fuori dalla finestra.
Ascolto la città che non dorme mai.
Sirene in lontananza. Qualche clacson.
Nell'albergo, silenzio.
In quell'istante, in quel preciso instante in cui mi sono messa a pancia in giù con le mani sotto al mento, ho avuto la certezza di essere nel posto giusto, al momento giusto.
Ognuno ha la sua New York, lo dicono tutti, ed è vero.
La mia, se mi guardo dentro, è stata quella di quella prima notte.
Quella prima notte in cui non ho dormito.
In cui ho visto l'alba.
In cui dal letto mi sono sporta per sbirciare fuori.
Non potevo, non volevo chiudere gli occhi. Io ero a New York e quella notte doveva essere tutta per noi.
Ci fu quell'attimo, verso le quattro, in cui sembrava quasi potesse addormentarsi.
Ci fu quell'attimo in cui le dissi hey ciao, come sei bella. Lo sapevo, che non mi avresti delusa. Ti ho sognata per così tanti anni.
Ci fu quell'attimo in cui ingenuamente provai a contare tutte le luci accese che riuscivo a vedere.
Ci fu quell'attimo in cui guardai il cielo. Nero. Guardai meglio. Nero. Con le stelle.
Quella notte, quella notte.
Quella notte che volevo non finisse mai.
Quella notte dal cielo nero e poi blu e poi azzurro e poi un poco rosa e poi ecco il sole che spunta.
Quella notte c'ero solo io, a New York.
Quella notte.
Quella notte ci siamo amate tantissimo.

Never forget 9/11





11 commenti:

  1. Piango. E ho i brividi dalla prima riga. Grazie. Ognuno ha la sua New York, hai ragione.

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    1. Grazie a te, Vale!
      Un bacio grande
      :-)

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  2. quanto vorrei incotrare la mia.. prima o poi ci incontreremo!

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  3. Ci sono stata 2 volte a NY, prima e dopo...due emozioni completamente diverse, due differenti modi di vederla. Prima maestosa e accecante, poi ferita e in lutto...

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    1. Hai ragione, sono due emozioni completamente diverse...

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  4. anch'io ho la mia New York. E' quella delle torri, quelle dei miei sedici anni, quella in cui sono arrivata spaventata e sola per un'avventura nuova, quella per cui ho alzato gli occhi al cielo e mentre chiamavo l'Italia da una cabina telefonica mi sono sentita piccola piccola, ma allo stesso tempo grande in un modo nuovo...

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  5. Sono stata assistente di volo, ho visto mezzo mondo. Ma non sono mai stata a NY. Perché mi conosco e temo che acquisterei un biglietto di sola andata. Ma prima o poi lo farò'

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  6. Io la mia NY ancora l'aspetto, grazie per la tua!

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    1. Là c'è un Amish Market che sono certa ti piacerebbe moltissimo :-)

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  7. Io sono arrivata a New York la prima volta un pomeriggio di maggio. "Wellcome in the Usa" ha detto il pilota quando abbiamo toccato terra ed è iniziata l'emozione. Ho vissuto 15 giorni esattamente con il tuo stesso stato d'animo e ancora lo ricordo perfettamente.

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