giovedì 8 agosto 2013

sotto a un cielo di un giorno

Febbraio. Stoccolma.
Era il nostro primo giorno là, in quel piccolo appartamento del centro preso in affitto. Tutto bianco, col parquet. Belle foto alle pareti. Grandi finestre che si affacciano su una strada poco trafficata.
Il frigorifero è vuoto e dico vado io a fare la spesa, voi rimanete pure qui.
Avevo bisogno di rimanere da sola con lei. Con Stoccolma.
Mi metto gli stivali. Il cappotto. Niente guanti. La sciarpa. Il cappello no. Odio i cappelli.
Scendo di corsa le due rampe di scale.
Esco.
E vedo la luce di un giorno che non è più giorno, e di una notte che ancora notte non è.
I miei passi sulla neve, quelli degli altri passanti. Le ruote delle auto che procedono lentamente.
La proprietaria del piccolo negozio di antiquariato proprio accanto alla porta d'ingresso del palazzo sta spegnendo le luci. La parrucchiera dall'altro lato della strada sta asciugando i lunghissimi capelli biondi di una ragazza.
Mi avvio con le mani in tasca. Freddo secco che punge, ma non fa male. Incrocio molte persone che camminano senza fretta col loro cane accanto. Io mi fermerei ad accarezzarli tutti. Ma mi limito a sorridere loro, come se davvero potessero capirmi.
Guardo il cielo. E' il cielo delle 17, di un giorno che non è più giorno, e di una notte che ancora notte non è.
Arrivo in Karlavagen. Una strada che ha una corsia per senso di marcia e in mezzo, a dividerle, un vero e proprio parco lungo e stretto che corre per tutta la sua lunghezza. Mi fermo un attimo e osservo gli alberi. Scuri e spogli. La neve, a terra. Le panchine. Gente che fa jogging. Gente che capisci è appena uscita dal lavoro e si affretta a tornare a casa. Bambini con la tuta da sci e il viso rosso per il freddo incorniciato dal passamontagna.
E arriva quella sensazione. Che un po' è emozione. E non la capisco molto.
E allora proseguo.
Pochi passi e arrivo al supermercato.
Entro.
Ci sono i pomodori pachino, come in Italia a luglio. Li prendo. Prendo anche del salmone. Le polpette. L'acqua. I tovaglioli di carta. 
Silenzio. 
Come se fosse un rito, gli svedesi fanno la spesa in silenzio.
Arrivo alla cassa, dove trovo un commesso giovanissimo e sorridente. Biondo, con gli occhi azzurri.
Inizia a parlarmi in svedese, io gli rispondo in inglese dicendogli che no, mi spiace, ma la sua lingua non la conosco.
Mi chiede se sono americana e gli dico no, italiana.
E lui fa un sorriso grande grande e mi dice Italia, Ferrari.
E io gli dico sì, Italia, Ferrari.
E sento ancora quella sensazione che un po' è emozione. E non la capisco molto.
La sento mentre metto nel sacchetto di plastica i pomodori pachino. Il salmone. Le polpette. L'acqua. I tovaglioli di carta. Provo a ignorarla.
Esco. Sono di nuovo in Karlavagen.
Attraverso la prima corsia, e sono nel parco. Una panchina mi aspetta e non posso ignorarla, decido di sedermi accanto a una donna molto anziana stretta in un cappotto grigio, con un grande cane nero al guinzaglio.
Appoggio il sacchetto del supermercato ai miei piedi. Io ho il sacchetto, lei ha il cane.
Inizio ad accarezzarlo un po'. Mi guardo intorno. Ci sono sempre gli alberi, scuri e spogli. Persone che fanno jogging e sembra volino, sulla neve che attutisce i loro passi. 
Guardo di nuovo il cielo. Il cielo di un giorno che non è più giorno, e di una notte che ancora notte non è.
E arriva di nuovo quella sensazione che un po' è emozione. E ancora no, non la capisco molto.
La sento mentre accarezzo quel grande cane nero e le luci delle case fanno capolino fra un ramo e l'altro.
La sento mentre mi alzo, afferro la mia spesa e mi avvio verso la piccola stradina che porta all'appartamento.
Mi giro un attimo, e rivedo Karlavagen che è meravigliosa, con la donna molto anziana stretta nel suo cappotto grigio, seduta su una panchina col grande cane nero al guinzaglio. E' meravigliosa.
Sì, meravigliosa.
Sento solo il rumore dei miei passi decisi sulla neve. Non incrocio nessuno.
Arrivo al bivio.
Sulla sinistra, riconosco l'insegna in ferro battuto del negozio d'antiquariato. Sulla destra, la parrucchiera.
La parrucchiera sta ancora asciugando i lunghissimi capelli di quella ragazza. Io non ci posso credere, penso sia assurdo perché sono passati almeno quaranta minuti. Un'ora no, ma quaranta minuti sì.
Sembrava il tempo si fosse congelato. Sembrava io non fossi mai uscita di casa.
Fermo immagine.
La spazzola che liscia i lunghi capelli. Esattamente come quando ero uscita.
Stoccolma mi aveva regalato tutti quegli attimi. Attimi solo per me, da vivere con lei.
E in quel momento, in quel preciso momento che mi ha vista immobile al bivio col sacchetto della spesa in mano abbracciata da quel cielo di un giorno che non è più giorno, e di una notte che ancora notte non è, ho sentito ancora una volta quella sensazione che un po' era emozione. 
E ho capito.
Era la stessa di quella sera di settembre a Bryant Park, seduta su una sedia col naso all'insù.
Era amore.
A quel bivio, c'è ancora la magia di un amore fra una donna e una capitale del nord.
La magia di un amore che come tutti gli amori ti travolge e arriva senza preavviso. Ti fa battere il cuore. Ti paralizza. E il tempo. Il tempo, stop. Si ferma.
In un tardo pomeriggio di febbraio, sotto a un cielo di un giorno che non è più giorno, e di una notte che ancora notte non è.




8 commenti:

  1. In una notte nella quale mi sono venuti in testa mille pensieri per il viaggio che sto per fare, questo post mi fa tanto bene. Grazie cara!

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    1. Buon viaggio amica mia, e te lo scrivo proprio ora che sei fra le nuvole verso un posto bellissimo.

      Bacio
      :-)

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  2. che sensazioni... che mi ricordi... io stoccolma col freddo non l'ho vista mai, solo con il tepore estivo che diventa fresco a tradimento. ed è stato subito amore, intenso e profondo. e d'altronde altro non potrebbe essere con qualcuno fatto appositamente per sedurti con grazia!

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    1. È vero, Stoccolma ti seduce con grazia. E anche in inverno ha un suo fascino imperdibile :-)

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  3. No....questo post mi arriva dritto al cuore...
    dopo il mese di luglio trascorso a Stoccolma...
    nell' appartamento dello scambio casa a Sodermalm...
    quell'emozione quella magia che appartiene a chi sa cogliere il snso delle città è unica e fa bene e fa male allo stesso tempo!
    Grazie per questa ondata che mi travolge ancora

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    1. Che bello passare il mese di luglio là! Sono felice di averti fatto ricordare dei bei momenti e grazie a te per il tuo pensiero :-)

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  4. Ho visto Stoccolma un aprile di parecchi anni fa quando ero assistente di volo: una città molto elegante, fiera, nobile. Una città che ti vien voglia di accarezzare, se mai si potesse fare...

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    1. Stoccolma è una signora elegante, fiera e nobile :-)

      Un bacio cara

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