venerdì 19 luglio 2013

autoscatto

Era un piovoso pomeriggio d'inverno di una Milano di dodici anni fa.
L'appuntamento era in piazza Duomo, all'angolo con via Torino.
Io avevo le puma marroni, i jeans e un piumino che mi arrivava a metà coscia.
Lei, delle ballerine nere. I jeans e un piumino che le arriva al ginocchio.
"Ciao! Piacere, Paola".
"Ciao! Piacere, Francesca".
Abbiamo preso il tram numero due, verso piazza XXIV Maggio.
Su quel tram abbiamo parlato del più e del meno.
Dove studi, di dove sei, ti piace Milano. 
Era bella e accogliente Milano con la sua pioggia, che guardava due ragazze correre verso una casa dalle persiane verdi.
Le colonne di San Lorenzo.
Scendiamo.
Dai apro io l'ombrello, è piccolo ma ci stiamo.
Entriamo in un portone. Quarto piano. Eccola, la casa dalle persiane verdi. Vuota. Fatta eccezione per una piccola cucina abitabile. Arancione, dell'Ikea.
Lei mi mostra una camera, la prima sulla sinistra salendo le scale.
Ecco, te l'avevo detto che era piccina. Però puoi arredartela come ti pare. Anche io sono appena arrivata a Milano. La mia camera è quella, proprio di fronte.
Solo un piccolo armadio a muro. Tre mensole in muratura.
Il resto era tutto da scrivere. E da vivere.
Quella fu la prima e unica casa che vidi.
Senza pensarci, sorrisi e le dissi è perfetta. Per me va bene.
Anche per me va bene, rispose lei.
E in quel momento, io avevo scelto lei, e lei aveva scelto me.
Io avevo scelto un paio di ballerine nere, lei un paio di puma marroni.
Ordinai un letto, un comodino e una cassettiera. Una scrivania.
Il giorno in cui arrivò il corriere ero sola, in quella casa. 
Montai tutto da sola, senza aspettare aiuti, finendo a notte fonda.
Quella notte, in quel letto bianco e nuovo di zecca, con gli scatoloni ammassati fuori dalla porta, la casa vuota fatta eccezione per la cucina Ikea e il letto di Paola, mi sentii davvero a casa.
Mi voleva bene, Milano. E io ne volevo a lei.
Per quasi un anno visse con noi un tizio un po' singolare, che mangiava riso basmati nelle ore più improbabili. Passeggiava per casa avvolto da una coperta rossa. Dormiva su un tatami singolo. Fotografava frutta tagliata a pezzi e appendeva le foto in camera sua. Metteva candele profumate sul bordo della vasca e si concedeva bagni interminabili. Si lamentava del fatto che non ci fosse un tappetino ai piedi della vasca.
Non ne ha mai comperato uno.
Aveva tv e videoregistratore, nella sua camera. Era così geloso delle sue cose che quando usciva chiudeva a chiave la porta, lasciando però la chiave nella toppa.
Un pomeriggio io e Paola ci siamo guardate Il Meraviglioso mondo di Amélie stando sdraiate sul suo tatami e ridendo come pazze pensando alla possibilità di dover scappare nel caso in cui lui fosse improvvisamente ritornato.
Passavamo i mercoledì sera sul divano rosa sbiadito che Paola aveva recuperato da una parente, davanti alla tv che trasmetteva il nostro telefilm preferito.
Al primo stacco pubblicitario scendevo al volo col pigiama e le silver a piedi, per prendere due crêpes alla nutella nella creperia sotto casa.
C'erano i ragazzi pronti per una serata sui Navigli, e poi c'ero io col pigiama e le silver ai piedi. 
Da una finestrella della casa si vedeva la Madonnina. Solo quella. Nei giorni di nebbia e quando scendeva la notte sembrava volasse, la Madonnina.
Era proprio bello guardarla, da quella finestrella. Milano era proprio quella Madonnina tutta per me e chissà quante volte si è sentita spiata mentre mi fermavo a contemplarla, in silenzio.
La piccola cucina arancione Ikea aveva un piccolo frigorifero, arancione. 
Io ero quella delle zucchine e del parmigiano reggiano.
Paola era quella degli yogurt Müller.
Io studiavo la notte fino alle 4, e poi dalle quattro di pomeriggio in poi. 
Paola, spesso tutta la notte.
Io camminavo per le strade con naso all'insù e la testa fra le nuvole. Non ho mai imparato i nomi di moltissime vie e mi piaceva perdermi.
Paola era più pragmatica. Aveva la mappa della città stampata in fronte.
Ci bastava guardarci negli occhi per decidere di scendere giù in strada, qualsiasi tempo facesse, e lasciarci trascinare dalla gente, dalle luci e dai colori.
Milano era bellissima, d'inverno col buio e la pioggia. Gli ombrelli pieghevoli persi e ricomperati in Centrale chissà quante volte.
Un giorno arrivò Monse, che era messicana e studiava in Brera. Aveva lunghi capelli neri e ricci, che lasciava asciugare all'aria aperta anche a dicembre.
Aveva una risata contagiosa e potente.
Uno dei suoi intercalari preferiti era machecccazzodici e ci faceva ridere moltissimo. Con nostra grande gioia prese il posto del tizio strano, che mangiava riso basmati e fotografava frutta a pezzi.
Una sera siamo uscite a cena tutte e tre, vicino a casa.
Ci siamo fatte fare da un turista una bellissima foto davanti alle colonne di San Lorenzo.
Anche se quella che in assoluto preferisco ci ritrae sul divano rosa sbiadito, in tuta. Con la macchina fotografica posizionata sul tavolo. Tre sorrisi da fuori di testa. Autoscatto.
Finiti gli studi, Monse ripartì per il Messico. Quel pomeriggio, il pomeriggio della sua partenza, le promisi che sarei rincasata in tempo per vederla prendere il taxi per l'aeroporto. 
Aspettai volutamente nel bar dietro casa. Non ero pronta per quell'addio e lei questo non l'ha mai saputo.
Ho amato moltissimo Milano, che mi ha vista studentessa, laureata e lavoratrice.
Me ne sono andata, all'improvviso.
Un soffio prima del giorno in cui ero certa avrei iniziato ad odiarla, col suo di tutto e di più, ancora di più  e di più. Di più.
L'amo ancora, moltissimo.
Milano è due ragazze che chiacchierano per la prima volta sul tram numero due. Un paio di ballerine nere e un paio di puma marroni.
Milano è una casa dalle persiane verdi sulla strada per i Navigli. Vuota. Tutta da scrivere e da vivere.
Milano è Il meraviglioso mondo di Amélie guardato di nascosto in un buio pomeriggio d'inverno.
Milano è quella piccola cucina Ikea, zucchine e parmigiano reggiano in un ripiano del frigo, yogurt Müller nell'altro.
Milano è la Madonnina che vola nei giorni di nebbia, o quando scende la sera.
Milano è tre ragazze in tuta che sorridono a una macchina fotografica appoggiata su un tavolo. Autoscatto.
Sono qui, in spiaggia e seduta sulla sedia a sdraio. Accenti milanesi intorno a me. E penso che mi fa proprio bene al cuore, il ricordo di due ragazze che chiacchierano per la prima volta sul tram numero due. Zucchine e parmigiano reggiano. Yogurt Müller. Il Meraviglioso mondo di Amélie. Una casa dalle persiane verdi sulla strada per i Navigli. 
Quella casa, sarà per sempre di tre ragazze in tuta che sorridono a una macchina fotografica appoggiata su un tavolo.
Autoscatto.

9 commenti:

  1. Molto bello ciao e piacere di conoscerti da una mamma di gemelle!

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    1. Grazie, Debora!
      Benvenuta e piacere mio! :-)

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  2. Quando ho scoperto di essere in attesa della Princi era inverno, avevo appena compiuto 21 anni e in primavera mi sarei dovuta trasferire in una casa vuota, tutta da scrivere, per finire l'università in una grande città del nord. Non ho mai visto quella casa, se non in foto e ogni volta che ci penso, penso a tutto quello che mi sono persa. Compreso l'università lasciata a metà. Un po' mi prende male perchè è come se mi avessero derubato un pezzo di vita, ma poi mi dico che è andata come doveva andare, che è andata benissimo lo stesso, che sono felice. Mi ripeto che non ho rimpianti, ma in fondo in fondo, mento un po' a me stessa. Ma se continuo a rimpiangere il passato non godrò mai a pieno del futuro, allora non ci penso, anche se poi leggo queste storie o ascolto le mie amiche e non riesco a trattenere una lacrima. Ciao.

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    1. Ciao Marlene,
      la vita è sempre fatta di scelte, e quando ne fai una ti chiedi come sarebbe andata se invece ne avessi fatta un'altra. E' nella natura delle cose.
      Hai rinunciato a tanto, ma in cambio...beh in cambio....vuoi mettere? ;)
      Un abbraccio

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  3. La città in cui si va a vivere da studenti o da neo lavoratori resta sempre nel cuore, se poi si incontrano persone speciali ancora di più!
    Che bello leggere di quelle emozioni così leggere che ho provato anche io, sono stati periodi davvero unici!!
    Ti abbraccio
    Cate

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  4. Bellissimo racconto, come sempre fra. Proprio ieri con una conoscente ricordavo i tempi dell'universita' e mi e' preso il magone...

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    1. I tempi dell'Universitá sono meravigliosiiiii!!!:-)

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