mercoledì 22 maggio 2013

il mio amore per la matematica.

La professoressa P. m'insegnava matematica, alle scuole medie.
Aveva gli occhi azzurri e i capelli grigi, sempre raccolti in un elegante chignon. Le mani ben curate, un velo di smalto rosa confetto.
Camicette d'ogni gradazione di azzurro. Tailleur grigio rigorosamente gonna, mai pantalone. Era la sosia di Rita Levi Montalcini. Molto brava, molto esigente, molto temuta. Ma col cuore grande. Amava i suoi ragazzi e il suo lavoro.  
Io l'adoravo.
Io adoravo la matematica, e con lei avevo voti eccellenti.
Ero quella che alzava sempre la mano, con la risposta giusta pronta in tasca.
La mia tesina di matematica e scienze preparata per l'esame finale era perfetta, ancora la conservo gelosamente fra le cose che amo.
La scelta della scuola superiore fu per me scontata: liceo scientifico.
Non so cosa sia cambiato, poi.
Furono cinque anni tremendi.
Io avevo i miei tempi, che non erano quelli del professore evidentemente.
Le lezioni di matematica erano diventate una corsa ad ostacoli dove io rimanevo sempre indietro. Non ce la facevo.
Non capisci niente, mi diceva il professore.
Io ci ridevo sopra, ma in fondo mi sentivo una fallita.
Quei numeri che tanto avevo amato, che si muovevano fra le pagine del quaderno esattamente come volevo io, erano diventati mostri.
La soluzione esatta, sempre arrivata al primo tentativo, scappava via ogni volta.
Si vede che studia, diceva a mia madre ai colloqui. Evidentemente però non ci arriva.
Quell'uomo non ha mai saputo andare oltre un numero sul registro.
In fondo era una persona molto infelice, ma io ero troppo arrabbiata per capirlo.
Di cambiare indirizzo non ne volevo nemmeno sentire parlare. Io dovevo diplomarmi al liceo scientifico, cascasse il mondo.
Furono cinque anni di battaglie perse. Cinque anni di pianti. 
Mi sarebbe bastato un cinque. Era un quattro, quando andava bene.
Arrivò la sera prima dello scritto di matematica all'esame di maturità.
Notte di lacrime e preghiere, la matematica non sarà mai il mio mestiere.
Mangiai piselli in umido, una bistecca. Mezzo kg di gelato stracciatella e cioccolato. L'ultimo pasto di un condannato.
Avevo una paura fottuta. Il presidente della commissione, fra l'altro, era un professore di matematica.
Avrei voluto morire.
Durante quelle cinque ore scrissi tutto quello che sapevo, o meglio, che credevo di sapere. Non copiai. Non sapevo copiare. E poi ero una di quelle che si sarebbe fatta scoprire subito.
Quando mi chiamarono per la correzione, giorni dopo, già sapevo a cosa sarei andata incontro.
Avevo passato tanti, troppi anni a fare quello che potevo, che però non era mai abbastanza.
Avevo passato tanti, troppi anni con l'acqua alla gola ogni volta che vedevo quell'uomo spiegare alla lavagna come un pazzo.
Io me lo ricordo come se fosse ieri, quel mattino della correzione dello scritto.
Ricordo di essermi seduta davanti alla commissione. Ricordo il presidente, che mi mostra il mio lavoro e mi dice vedi, non hai fatto molto.
Lo so. Avevo risposto. Ero abituata a sentirmi dire certe cose. Ero abituata a sentirmi una perdente.
Però, quel poco che hai fatto è tutto giusto. Non ho corretto quasi niente. E a volte è meglio fare poco ma con la testa, piuttosto che finire un esercizio spinti dalla fretta. Io ti ho messo cinque e mezzo. Il tuo compito è quasi sufficiente. Per me va bene.
Avevo vinto.
Dopo cinque anni di battaglie perse, io avevo vinto la guerra.
Giorni dopo me ne andai nella casa di campagna col libro di matematica sottobraccio.
C'erano delle foglie secche che bruciavano in un piccolo falò, in un angolo.
Iniziai a strappare una pagina dopo l'altra. Ad accartocciarle. A buttarle nel fuoco.
Non mi bastava aver sconfitto il nemico. Io volevo bruciasse all'inferno. Volevo ridurlo in polvere per sempre.
Avevo troppa rabbia addosso.
Ero così felice che quella felicità me la ricordo ancora.

All'università, c'era quel maledetto esame di storia contemporanea all'ultimo anno, che avevo tenuto in ballo fino all'ultimo.
Io in storia al liceo avevo cinque. E io la studiavo, eh. Mia madre m'interrogava ogni santo pomeriggio prima delle interrogazioni.
Non hai metodo, mi diceva l'insegnante.
E niente, lei si era messa in testa che dovevo essere un sette, a volte perfino sette e mezzo, in filosofia. Ma con la storia non c'era nulla da fare. Trovava sempre un modo per mettermi in difficoltà, per spedirmi nell'angolo del cinque. Io il sei non l'ho mai visto nemmeno col binocolo.
Quella donna non è mai riuscita ad andare oltre una data non ricordata.
Quella donna non ha mai smesso di pensare lei in storia è da cinque.
Quando lessi per la prima volta il programma di studi della mia facoltà, alla riga quinto anno - storia contemporanea, sussultai.
Dovevo prepararmi per un'altra guerra.
Il professore era molto, molto esigente. Molti ragazzi non riuscivano a laurearsi proprio per causa sua. Era diventato il terrore dei laureandi, il prof. F.
Umanamente parlando era un uomo impeccabile. Ma la storia la dovevi sapere in modo completo. A lui non bastavano le date, lui voleva che in te ci fossero spirito critico, oggettività nel riportare i fatti ma anche soggettività nell'interpretazione.
Ovviamente decisi di tenerlo come ultimo esame. Ero certa non l'avrei superato la prima volta, come era già successo a molti miei compagni di corso e volevo avere la mente solo per quei libri.
La sera prima dell'esame piansi, al telefono con mia madre. Piansi come raramente ho fatto nella mia vita da adulta.
Mi boccerà. E io non mi laureerò mai.
Ero disperata.
Guarda che questo è un professore con le palle. Non è quella testa di cazzo della tua professoressa del liceo.
Tu hai studiato. Andrà bene.
M'interrogarono al pomeriggio. Passai almeno sei ore nell'aula magna a ripassare, con l'ansia.
Ero terrorizzata. Ancora una volta.
Prima ci furono le domande dell'assistente. Poi, quelle del professore.
Quasi mezz'ora. Io parlavo, parlavo, parlavo.
Lui mi guardava negli occhi senza mai distogliere lo sguardo e io questo non lo dimenticherò mai.
Avevo il cuore a mille ma le parole erano più veloci.
Peccato per un paio d'imperfezioni, disse alla fine.
Le va bene un ventotto?
Ventotto. Avevo preso ventotto.
Io. Quella che non aveva metodo, avevo preso ventotto.
Io. Quella del cinque fisso, avevo preso ventotto.

Passai il viaggio di ritorno in metropolitana a fissare il voto scritto sul libretto.
Camminai verso casa, lungo i Navigli. Dio com'era bella Milano, quel pomeriggio. Il cielo minacciava pioggia ma Milano era così bella che io mi presi pure un gelato.
Ero così felice che anche quella felicità me la ricordo ancora. 
Avevo vinto. Di nuovo.
Mi sentivo migliore di chi migliore di me lo era stato per tanti anni, al liceo.
Questi pensieri sono per chi si sente un perdente. Per chi viene considerato nient'altro che un numero sul registro. Una matricola universitaria. Un numero su di un badge.
Non è vero.
Perdente è chi non è mai riuscito ad apprezzarvi.
Perdente è chi sfoga le proprie insicurezze sugli altri.
Perdente è chi non sa perdere.

Non ho fatto a pezzi e bruciato il libro di storia.
L'ho conservato, fra le cose che amo.
Anni dopo la maturità, avevo imparato a gestire la mia rabbia. Almeno un poco.
Non ho mai più incontrato qualcuno che mi facesse amare la matematica come fece la professoressa P., coi suoi occhi azzurri, i capelli grigi raccolti in un elegante chignon. Le mani ben curate, un velo di smalto rosa confetto.
Con le sue camicette d'ogni gradazione di azzurro. Il tailleur grigio rigorosamente gonna, mai pantalone.  
Mi capita d'incontrarla a volte, per le vie del centro. Si ricorda ancora il mio nome.
Un giorno si è fermata e mi ha detto Buongiorno, Francesca.
Io non ho mai avuto il coraggio di dirle che il mio amore per la matematica l'ho bruciato, un pomeriggio di luglio di quindici anni fa.





12 commenti:

  1. Meraviglioso.. non mi vengono altre parole...
    io mi trovo dall'altra parte ora e non sai quante paranoie si può fare un docente (io almeno me ne faccio a secchi!)

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    1. Tu te le fai perché sei una persona intelligente. Purtroppo sei quasi un'eccezione. Il problema e' che moltissimi professori non ricordano più quanto sia difficile essere studenti...

      Un bacio!

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  2. Mi evoca la professoressa di matematica di mio figlio alle scuole medie che quando ha saputo che lui intendeva iscriversi allo scientifico, mi ha detto: Guardi che per lui lo scientifico sarebbe un incubo se proprio voleva proseguire negli studi , al massimo poteva iscriversi ad una scuola professionale.
    Diversi anni sono poi passati, ho incontrato nuovamente la professoressa che riconoscendomi mi ha chiesto: Suo figlio ha poi terminato il liceo?
    E con mia grandissima soddisfazione ho potuto rispondere: Si, ha terminato pure l'università e poi ha conseguito con ottimi risultati un dottorato di ricerca europeo in scienze matematiche!

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    1. Ma che meravigliosa soddisfazione!!!
      Complimenti a tuo figlio. Che ha vinto.

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  3. Ah, i professori che con la loro passione ti fanno amare una materia sono ormai pochi.
    Anche io mi sono sentita una perdente il primo anno di politecnico, ma alla lunga ho vinto, ed è stata una grande soddisfazione, che forse se avessi vinto da subito non avrei saputo apprezzare ;)

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    1. E' vero, quando perdi, perdi, e ancora perdi, e poi vinci, la vittoria ha tutto un altro sapore e te la godi un sacco :-)

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  4. Anonimo4:43 PM

    Da tutto quello che scrivi, si capisce che sei una bella persona. Io penso che coloro che non hanno mai perso nella propria vita (sempre che sia possibile cio') siano persone terribilmente noiose e infelici. Certo, le gratificazioni aiutano e tanto. Ma e' dagli errori, dalle piccole sconfitte che si impara. E il ruolo degli insegnanti in questo e' fondamentale. Ho avuto una maestra anziana, un tipo un po' simile a come descrivi la professoressa P., ma forse piu' dolce. Questa donna mi ha forgiata, mi ha reso quella che sono forse piu' dei miei genitori: mi ha regalato la fiducia nel futuro, la fiducia negli altri e in se stessi. Mi ha insegnato l'amore per lo studio, ad essere curiosa, attenta a cio' che mi circonda, a interessarmi. Poi ho incontrato tanti altri dopo di lei, ma per me lei rimane un piccolo punto fermo nella mia vita.
    Grazie come sempre per quello che scrivi qui.

    Francesca

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    1. I (rari) professori capaci di farsi amare davvero rimangono nel nostro cuore e nei nostri pensieri davvero per sempre!

      Grazie a te per il tuo bel commento, Francesca

      :-)

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  5. Mi piace molto il tuo blog allora ho voluto premiarti ;)
    http://makawrites.blogspot.it/2013/05/liebster-award.html
    Un bacione!

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  6. Grazie, grazie mille!!!

    Un bacio a te.

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  7. Anch'io ho vissuto una storia simile, infatti ho fatto la scelta di studiare lingue ma poi faccio in lavoro mooolto matematico :-)

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  8. Al Iskandr12:18 PM

    Io ho sempre avuto la sensazione di non arrivarci, in Matematica, ma ironicamente ero il primo della classe e prendevo voti alti anche in Matematica. Mi sono diplomato anche con un voto molto alto.
    Adesso? Studio Chimica Industriale e la Matematica (l'ultimo esame di Matematica della mia vita, Analisi 2) mi impedisce di non laurearmi fuoricorso... pensa te... io invece di nascondermi e andare a studiare qualcosa che non mi avrebbe coinvolto per niente (=materie umanistiche, l'unica possibilità che hai se tutti quei simboli e quei numeri ti fanno stare male) ho scelto di uscire fuori e affrontare il nemico... un nemico che ogni volta ha più armi di me.
    Purtroppo non sempre si incontrano professori che insegnano in un modo congeniale al proprio stile di apprendimento. Bisogna essere fortunati. Non sono kai stato fortunato e ora ne pago le conseguenze, non avendo mai imparato a fare la vera matematica. Perciò adesso mi sono trovato un tutor e sembra andare tutto meglio.

    A ciascuno la sua croce.

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