martedì 24 dicembre 2013

è natale e...

È Natale e

1) odio fare acquisti e non mi piace affatto l'aspetto consumistico di questa festa, quindi il 2 di dicembre avevo acquistato il 95% dei regalini in una bancarella che devolveva il ricavato a progetti dedicati alle adozioni a distanza. Avevo impiegato un totale di quindici minuti e mi sentivo troppo figa al pensiero di essermi risparmiata tour di shopping nelle temutissime domeniche di dicembre. Mi era andata di lusso. Troppo di lusso. Infatti...

2) ieri mi chiama mia madre, specialista nel nascondere i regali acquistati così bene ma così bene che puntualmente accade che non riesce a trovarne qualcuno, per implorarmi di andare a comperare nuovamente quello di mia sorella. Bene. Siete mai stati il ventiquattro mattina in una profumeria? Ah sì? E siete ancora vivi? Avete fatto una vaccinazione? No perché io ne sono uscita molto, come dire, provata.

3) mi sono schivata il momento addobbi a casa mia perché Lui e la Bionda sono sempre così entusiasti ma così entusiasti quando si tratta di fare i piccoli folletti del natale che io quel pomeriggio avevo colto la palla al balzo andandomene in giro per i fatti miei e tornando a casa con albero e presepe e balle varie fatti, come una vera regina. Ancora una volta mi era andata di lusso, ma così di lusso che....

4) mi offro di aiutare mio nonno a fare l'albero, gli dico mi porto dietro la Bionda così lo facciamo tutti insieme magari. Sì certo tutti insieme come no. È finita che lui e mia figlia hanno passato il pomeriggio a raccontarsela, mentre mangiavano biscotti sul divano. Io, alle prese con 2,40 metri di albero e uno scatolone pieno di palle, mi sono divertita moltissimo. Ma proprio moltissimo, eh.

5) quest'anno ho messo sotto la Bionda coi biglietti di Natale, li ha disegnati e scritti tutti lei. Tipo venti. Al dodicesimo si era già rotta le palle ma d'altronde come biasimarla. Non oso immaginare la faccia di chi riceverà la versione alternativa da lei suggerita, ovvero "La Bionda augura Buon Natale".
 Io credo che nemmeno Montezemolo abbia inviato biglietti del genere, mancava solo la ceralacca per sigillarli e poi eravamo a posto.

6) ieri l'altro ho presenziato tipo alla decima festa di compleanno di un bambino nel giro di un anno. Di sabato 22 dicembre. Gonfiabili, truccabimbi, pop corn, urla , schiamazzi, baby dance. Serve aggiungere altro? No.

7) è arrivata la mia migliore amica, come sempre accade durante le feste, e solo quando so che lei è a 4 km da me sento che davvero è Natale.

8) solo il 24 di dicembre potevo pubblicare un post a punti. Ma il caos attorno a me regna sovrano ed è già un miracolo il fatto che io sia riuscita ad aggiornare il blog.


Buon natale, buon natale a tutti voi! 





venerdì 13 dicembre 2013

le ragazze e la pasta al forno

Io e le Ragazze abbiamo passato un indimenticabile fine settimana, non molto tempo fa, a casa di una di loro.
Abitiamo in città diverse, due di loro nella stessa a dire il vero, e quindi riunirsi è stato un evento. Soprattutto perché riuscire a vedersi proprio tutte insieme e parlarsi guardandosi negli occhi non era mai successo.
Una delle ragazze ci aveva detto ok io ci metto la casa, ho due divani letto e poi anche un letto a castello insomma ci stiamo però magari per la cena facciamo che ognuna porta qualcosa.
E così io avevo prontamente detto che avrei portato la pasta al forno con la zucca e lo speck, che la avrei fatta fare a mia nonna che in cucina è imbattibile.
Poi il pomeriggio prima di partire mi son detta che io, che in cucina non mi ci metto mai, in realtà se proprio proprio dovevo essere sincera sapevo benissimo farla, quella pasta al forno, oltre alla cheesecake seguendo la ricetta tradizionale americana. Solo due ricette ma fatte bene. Solo due ricette riservate alle grandi occasioni.
E se avevo preparato quella pasta per Charlie Brown e la sua fidanzata quando erano venuti a vedere la casa nuova per la prima volta, che aveva riscosso molto successo, cosa che mi aveva riempita di orgoglio perché Charlie Brown non è di certo uno che i complimenti li regala come se fossero caramelle, allora potevo anzi dovevo prepararla anche per Le Ragazze.
La ricetta è quella appunto della mia nonna ma io, come tutti i grandi chef che si rispettano, l'ho un poco modificata rendendola più light.
Facciamo finta che siete in quattro e allora prendere 400gr di maccheroni al pettine, 2 etti di speck tagliato sottile, della zucca cotta, un poco di burro, olio di semi e panna liquida.
Mettete sul fuoco una pirofila, aggiungete un poco di olio di semi di girasole e un poco di burro, tipo 40 gr non di più. Lasciatelo sciogliere e poi aggiungete lo speck e la zucca. Scolate la pasta al dente e mettetela nella pirofila, mescolate il tutto assieme a un mestolo pieno della sua acqua di cottura e, se volete, mettete della panna liquida. Terminate mettendo tanto parmigiano reggiano (non grana padano, vi prego!), coprite la pirofila con la carta di alluminio e mettete nel forno a 170° per mezz'ora.
E niente io volevo poi semplicemente aggiungere che quella sera di novembre di poco tempo fa mentre noi sedute sul tappeto di questa bella casa dai soffitti alti e dai divani bianchi ci mangiavamo la mia pasta al forno che aveva alcuni maccheroni proprio croccanti e per questo era ancora più speciale, mentre facevamo scivolare via i minuti che passavano veloci e ridevamo ridevamo come matte dopo aver sapientemente lasciato fuori dalla porta d'ingresso le corse e il lavoro e gli affanni quotidiani, mentre sapevo con certezza che quelle mura si stavano facendo un bel pieno di gioia per le sere di nebbia e stanchezza, io ho pensato che sono proprio una ragazza fortunata, ad avere nella mia vita Le Ragazze.

lunedì 9 dicembre 2013

cosa leggo #2

Ho letto per la prima volta un libro di Murakami e ne sono rimasta affascinata. Il suo stile mi piace moltissimo e di certo ne acquisterò altri. No ma io dico come ho potuto ignorarne il talento in tutti questi anni? Il problema è che uno dovrebbe leggere di professione, allora sì che potrebbe essere sempre aggiornato su tutto. Ecco un piccolo assaggio di Norwegian Wood: mi piace, mi piace moltissimo il modo in cui descrive i personaggi e le situazioni.

"La ricordavo con l'impermeabile giallo in quella mattina di pioggia, che puliva le gabbie e trasportava la busta col mangime. Ricordavo la sensazione delle lacrime di Naoko che mi bagnavano la camicia davanti alla torta semicrollata la notte del suo compleanno. Sì, anche quella notte pioveva. E ancora lei che camminava accanto a me d'inverno col suo cappotto di cammello. Aveva sempre il fermaglio nei capelli, quel fermaglio che non smetteva mai di toccare. I suoi occhi trasparenti che scrutavano sempre i miei. Lei seduta con le gambe sul divano nella sua camicia da notte azzurra, il mento appoggiato sulle ginocchia".


Da grande appassionata di Fitzgerald, non potevo non leggere "Lasciami l'ultimo valzer", l'unico libro scritto dalla moglie Zelda, in gran parte autobiografico. Il manoscritto originale è andato perduto e la versione ad oggi pubblicata è il risultato di diversi tagli e riscritture ad opera del marito Scott che si era auto nominato editor della moglie. Sì insomma pare lui non fosse molto contento che Zelda avesse messo nero su bianco gran parte della sua vita coniugale così lui ha pensato bene di metterci il becco.
Un libro triste come triste è stata la vita di Zelda, ma sicuramente imperdibile perché il ritratto della protagonista Alabama è allo stesso tempo tragico e incantevole.

" - Oh saremo così felici lontani da tutte quelle cose che ci avevano quasi adescato, ma che non ci sono riuscite perché noi siamo troppo furbi! -
 David afferrò la moglie per la vita e la trascinò oltre la soglia dell'ampia portafinestra sul pavimento in maiolica delle nuova casa. Alabama osservò il soffitto affrescato. Cupidi color pastello se la spassavano tra le campanule e le rose in ghirlande gonfie come arti gottosi o colpiti da qualche altro morbo maligno. 
- Credi che sarà tutto bello come sembra? - chiese scettica.



Ora veniamo a due libri che invece mi sento di non consigliarvi, altrimenti qua sembra che mi entusiasmi qualsiasi libro io legga e invece non è mica vero.
Incuriosita dall'ottima critica riservata a "L'imprevedibile viaggio di Harold Fry", ero convinta avrei trovato un racconto avvincente e ben scritto. L'immagine è sempre la stessa, ovvero il viaggio come occasione per meditare, migliorarsi e riscoprire se stessi. Ormai inflazionata certo, però se affrontata nel modo giusto può comunque considerarsi vincente. La storia di per sé è carina, il libro si legge bene ma pare che ad un certo punto l'autrice non sapesse come fare per andare avanti, per una certa parte del racconto ho avvertito una netta sensazione di stallo. Insomma, se avesse tagliato un centinaio di pagine (su 300) forse sarebbe stato meglio. Leggetelo in vacanza, col cervello semi spento. E non fidatevi mai ciecamente della critica.

"Harold seguiva strade e autostrade, stradine e sentieri. La bussola fremeva indicando il nord e lui prendeva quella direzione. Camminava di giorno e di notte, a seconda dell'umore, chilometro dopo chilometro dopo chilometro. Se le vesciche peggioravano, le bendava con il nastro isolante. Dormiva quando ne sentiva il bisogno, e poi si rimetteva in piedi e riprendeva il viaggio. Camminava sotto le stelle, e sotto la morbida luce della luna quando stava sospesa disegnando nel cielo una falce sottile e i tronchi degli alberi brillavano come ossa. Camminava con il vento e il brutto tempo, e sotto cieli sbiancati dal sole. Gli sembrava di aver aspettato una vita per mettersi a camminare".



Meglio di Harold Fry, ma dal titolo mi aspettavo di più. Forse troppo, ecco. Sto parlando di "L'America non esiste" di Antonio Monda. Una storia asciutta che non è riuscita a coinvolgermi emotivamente. Per tutto il tempo sono rimasta una semplice lettrice distaccata. Peccato. Io poi amo New York e speravo Monda con le sue parole mi avrebbe portata là. Un poco come Hemingway in Festa Mobile che ti trascina in giro per Parigi (ve ne parlerò). Pensavo che questa storia di due fratelli che lasciano un paesino del sud Italia per buttarsi nella Grande Mela avesse anche lei come protagonista indiscussa. Ecco se non siete amanti dell'America allora io dico che questo libro fa per voi.

"Com'era bella Manhattan, con la sua potenza, la sua frenesia, il suo deserto di milioni di persone. 
Continuava a piangere, ma non voleva reagire con rabbia. Si combatte ogni giorno, e ogni giorno si cade tante volte. Questo non ricordava chi glielo avesse detto, ma non era importante. Quando vide il sole che brillava sui tetti dei grattacieli pensò che non c'è nulla che scompaia per sempre".


Presto una terza parte su cosa leggere e cosa non leggere secondo me. Poi vi aggiungo anche la mia personale wish list così ecco date le feste imminenti se mi volete fare un regalo mica mi offendo. Eh.

lunedì 2 dicembre 2013

dread biondi e occhi scuri

Per andare a fare la spesa proseguivo per Corso di Porta Ticinese, una volta finito il lavoro. Avrei potuto fermarmi al Conad, quello grande di via Torino, ma perdevo troppo tempo e perdere tempo fra gli scaffali non mi è mai piaciuto.
Così svoltavo sulla destra imboccando una viuzza stretta e buia che mi portava a un piccolo supermercato.
Andavo una volta alla settimana, che è più che sufficiente quando sei a pranzo fuori tutti i giorni e convivi con altre due ragazze.
Là trovavo tutto, ma proprio tutto quello di cui avevo bisogno. Spesso prendevo gli gnocchi alla romana nel banco frigo appena entrati sulla sinistra. 
C'erano delle volte in cui io e la Paola, la mia coinquilina storica, cenavamo solo con quelli, che erano proprio una delizia ora che ci penso.
La cassiera era una morettina molto simpatica. La prima volta che mi sono ritrovata faccia a faccia con lei mentre appoggiavo le mie cose sul nastro le ho chiesto una borsa, perché da me si chiama proprio così, borsa. E lei mi ha guardata con fare interrogativo rispondendomi come scusa? Si chiama sacchetto. 
Con la e aperta. Ora che ci penso ora lo chiamo sempre così, sacchetto, anche se a Milano non ci vivo più.
Fuori, vicino all'ingresso, c'erano sempre dei ragazzi un po' malconci che si passavano il tempo a fumare, accarezzando i loro cani. Non chiedevano l'elemosina, non chiedevano niente. Fumavano, accarezzavano i cani. Osservavano.
Fu una sera d'inverno che attraversando la viuzza stretta e buia la vidi per la prima volta, sulla destra.
Se ne stava seduta in un angolo, appoggiata a un vecchio cartone. Accanto a lei dormiva un cane, uno spinone nero. Si guardava intorno senza dire niente, coi suoi dread biondi e gli occhi scuri. Aveva davanti a sé un bicchiere di carta vuoto ma nessun biglietto di quelli che di solito si mettono. Tipo ho fame per piacere una moneta grazie.
Niente, solo questo bicchiere di carta vuoto.
Le sono passata proprio accanto senza dire niente, senza fare niente. Perché è così no che ti capita di fare. Hai fretta e passi oltre e quasi non ci pensi. Svoltando a sinistra verso casa mi sono guardata indietro e lei era sempre là immobile, coi suoi dread biondi e gli occhi scuri e il suo spinone nero che le dormiva accanto.
La sera ho ripensato a lei appoggiata a quel cartone, mentre io cenavo tranquilla seduta sul divano, al caldo.
Mi sono chiesta se quei ragazzi là davanti al supermercato erano suoi amici, perché se ne stava lì da sola. 
Mi sono chiesta se avesse cenato.
Mi sono chiesta se il suo cane avesse mangiato qualcosa.
La settimana dopo mi sono fatta fare un panino al banco gastronomia, e ho comperato una scatoletta di cibo per cani.
Ho pensato che se le avessi dato della moneta si sarebbe comperata del fumo e non avrebbe mangiato. Magari si sarebbe lasciata andare, e avrebbe avuto più freddo a pancia vuota.
Mi sono fermata davanti a lei, che aveva sempre il suo bicchiere di carta davanti a sé, i dread biondi e gli occhi scuri. Il suo spinone che le dormiva accanto.
Ho appoggiato il sacchetto e la scatoletta a terra.
Ci siamo guardate per un secondo, in silenzio.
Nessuna delle due ha parlato.
Ho proseguito verso casa coi miei sacchetti di zucchine, gnocchi alla romana e detersivo da piatti.
Era diventato un piccolo rito, ormai.
Una volta alla settimana le lasciavo la cena, per lei e il suo cane.
Ormai avevo capito, che lei mi aspettava.
Ci guardavamo per un attimo, mentre appoggiavo a terra sacchetto e scatoletta.
A volte nel tragitto verso il supermercato la trovavo addormentata ma quando ritornavo indietro era sempre, sempre sveglia.
Mi aspettava, in silenzio.
Dopo quasi un anno ho traslocato e non l'ho mai più rivista.
Ogni volta che vedo una ragazza che chiede l'elemosina con un cane accanto non posso non pensare a quei dread biondi, a quegli occhi scuri, a quello spinone nero che dormiva.
Credo ci sia rimasta male, quando non mi ha più vista camminare con passo svelto in quella via stretta e buia.
Spero, spero che nel caos di una città che corre come Milano ci sia qualcuno, da qualche parte, che abbia deciso di prendersi cura di quei dread biondi e di quegli occhi scuri. Di quello spinone nero che sono certa non ha mai smesso di dormire lì accanto, fedele.
Perché tutti abbiamo bisogno di qualcuno che si prenda cura di noi.
Anche solo per una volta alla settimana.
Con un panino e una scatoletta.
Perché tutti abbiamo, in fondo, dread biondi e occhi scuri.

giovedì 28 novembre 2013

è buono il mare d'inverno

È buono il mare d’inverno, quando scende la sera e il cielo promette stelle.
Rimane seduto sulla sabbia umida a guardare le piccole onde che corrono timide verso di lui, gli sfiorano le sneakers e si ritraggono, quasi rassegnate. Chissà che fine fanno, poi. Muoiono, come dice Anna? O indietreggiano per prendere la rincorsa e tornare più forti?
Due bambini giocano a calcio con un pallone. Una donna dice loro attenti, ché se cade nel mare poi non lo rivedete mai più, ve lo porterà via.
Il pallone vola  alto nel cielo e per un attimo quasi pare la luna che tarda ad arrivare.
Ricade sul bagnasciuga e si lascia trascinare verso il largo. Le onde che corrono timide se lo sono preso. Lo cullano per qualche minuto, allontanandolo sempre più dalla riva.
Tornano, le onde. Tornano più forti e lanciano il pallone ai piedi dell’uomo.

No, non muoiono, le onde. Deve ricordarsi di dirlo ad Anna.



Con queste novecento battute partecipo al progetto Wor(l)ds di Camilla.
E magari non rimarranno per sempre novecento. Chissà.


venerdì 15 novembre 2013

parole #7

Il piccolo corso di scrittura creativa organizzato da Camilla è giunto al suo settimo appuntamento e io sono davvero felice di partecipare perché sto imparando ad essere sintetica quando serve, qualità che un poco mi manca. E poi grazie a questo percorso sono stata in treno, a New York, a Milano, in Marocco, al parco in bicicletta, a Parigi. Insomma, mi sono fatta dei gran viaggi con la testa, cosa che faccio quotidianamente in realtà ma non sempre ho il tempo di metterli tutti nero su bianco.
Questa settimana le indicazioni erano ben precise: provare a lavorare su un sentimento o situazione diversa da quella amorosa propriamente detta e chiedersi quale fosse un'altra questione umana in grado di scuoterci spingendoci a scrivere, che non necessariamente deve essere "grande" e "importante". 

Ecco il kit (la foto è di Camilla)


Ecco cosa mi è venuto in mente, guardandolo.

Mancano poche ore alla partenza. Ho preso tutto, forse. La mappa non mi servirà. Preferisco perdermi col naso all’insù, chiedere ai passanti. Speriamo il volo non sia in ritardo altrimenti perdo la coincidenza e una notte in aeroporto proprio non la voglio passare. Passaporto, carta d’imbarco. La signora che mi affitta una stanza della sua casa mi ha detto che mi passerà a prendere. Mi aspetterà con un cartello in mano con scritto il mio nome, come si vede nei film. Devo ricordarmi di dare le chiavi di casa a mia madre, ogni tanto verrà a ritirare la posta, a controllare che sia tutto a posto. Le solite cose. Chiudo la valigia. Mi metto la giacca. Va bene, prendo anche il cappello perché so farà freddo. Chiudo la porta con le tre mandate. Non so quando la riaprirò. Parto, parto per una terra ricca di contrasti, come me. Dove il sole non sorge mai per mesi. Poi, d’improvviso, decide di non andare mai a dormire. Partire è un po’ come morire, dicono. Ho voglia di piangere e non so il perché.

giovedì 7 novembre 2013

è tornata

Lei accompagna la nipote a danza, la osserva correre dentro alla sala e le urla prima di uscire rimettiti la felpa mi raccomando sennò prendi freddo ché sudi sempre come una matta.
Ha dei pantaloni di cotone marroni con la piega nel mezzo, un maglione rosso di lana e un foulard attorno al collo. La giacca in mano, assieme alla borsetta. La osservo con la coda dell'occhio mentre leggo con la musica nelle orecchie, seduta su una seggiola in legno.
Ci sono molte sedie libere ma lei decide di sedersi proprio accanto a me, appoggiando borsetta e giacca sulle gambe. Ha le mani grandi, con le dita nodose, la fede. Sono mani di chi è abituato a tirare a mano la sfoglia dei tortellini, a dare delle sculacciate al nipote disobbediente, a lavare i piatti senza guanti. Sono mani vive e vissute che mi raccontano un poco la sua storia. Ad un certo punto si mettono a frugare nella borsa ed estraggono una caramella. La scartano e la portano alla bocca. Per un attimo chiude gli occhi per gustarsela meglio.
D'improvviso si volta verso di me: mi dice qualcosa all'orecchio ma non riesco a sentirla così tolgo un auricolare e le dico mi scusi può ripetere e lei volevo sapere cosa leggi. Le mostro la copertina e brava brava leggi, leggi. Continua a leggere che ti fa bene.
Ha un tono deciso, la voce squillante. Sembrava quasi un ordine, il suo brava brava leggi, leggi. Si vede che è una donna tosta, che ha tutto sotto controllo e no, non le sfugge nulla: casa, figli, marito, nipoti, spesa, compleanni, amiche, bollette, regali.
Se ne sta lì accanto a me a guardare le persone che passano, le mani, quelle mani vive e vissute e grandi e dalle dita nodose stringono sempre la borsetta e non la lasciano nemmeno per un attimo.
Io riprendo ad ascoltare la musica e a leggere. Siamo rimaste così per quasi un'ora.
La mia nonna se ne è andata cinque anni fa per ritornare oggi pomeriggio e farmi compagnia coi suoi silenzi, mentre seduta su una seggiola in legno di una palestra leggevo Festa Mobile.

mercoledì 6 novembre 2013

cosa leggo #1

Finalmente trovo il tempo per scrivere un post sui libri che ho letto ultimamente.
Una mia amica mi ha chiesto come faccio a leggere così tanto, ché lei quando si mette a letto dopo nemmeno due pagine crolla. Semplice: io non leggo mai a letto. Leggere a letto sarebbe la morte civile per una narcolettica come me che quando si mette sdraiata, la sera, fa a malapena in tempo a coprirsi prima di partire per la tangente.
Io leggo in divano. Seduta o semisdraiata tipo console romano che fa la pennichella, per intenderci.
Oppure mentre aspetto che la cena sia pronta. Il fatto che nove volte su dieci si bruci perché perdo la cognizione del tempo nonostante rimanga in piedi accanto ai fornelli col libro sotto al naso è un fatto assolutamente irrilevante e secondario.
Ma veniamo ai libri. Non ho intenzione di annoiarvi con lunghe recensioni, vi darò solo una breve opinione personale.
"Quando lei era buona" di Philip Roth. Inutile provare a definire Roth, lui è un grande. Ero molto incuriosita da questo libro perché qui per la prima e unica volta la protagonista è una donna. I ritratti dei suoi personaggi sono precisi, infallibili e spietati. Leggere Roth significa ritrovarsi direttamente dentro alla storia ed essere parte di essa fin dall'inizio, camminando accanto ai protagonisti.



"....allora dove? Tornare indietro non aveva alcun senso; non c'era un indietro. Ma correre dritta fra le braccia dei suoi nemici...in balia delle loro menzogne e slealtà! Girò su se stessa e imboccò di nuovo il vialetto da cui era sbucata;  svoltò da una parte, poi dall'altra, verso Broadway, via da Broadway, e di nuovo lungo la strada. Girava svelta gli angoli; stava rasente ai muri; sprofondava nei cumuli. La neve farinosa le incipriava la faccia. Premette la testa contro una grondaia inguainata dal ghiaccio. Cadde. Le bruciava la pelle. Una finestra si spalancò; corse via. La luce blu divenne grigia. Cominciò a imbattersi di nuovo nelle impronte che aveva lasciato nella neve appena qualche minuto prima".

Devo avere un problema con Alessandro Piperno. "Con le peggiori intenzioni" mi aveva lasciata abbastanza indifferente: avevo fatto molta fatica a finire di leggerlo. Così quando è uscito Inseparabili, fra l'altro Premio Strega 2012, ho pensato potesse essere una buona occasione per cambiare idea. Ecco. Non l'ho ancora fatto. Credo sia un libro indubbiamente ben scritto, che si legge bene, con una trama ben articolata che non fa una piega. Perfetta. Pure troppo. È più un compito in classe portato a termine da un allievo modello che ha imparato a memoria la lezione più che una storia scritta di pancia. Però se fra voi trovo qualcuno in grado di farmi cambiare idea, di farmi scoprire un Piperno diverso, io ne sarei indubbiamente molto felice.


"Quello è Filippo, cazzo. La sola persona al mondo con cui condividi ogni cosa. Gli stessi genitori, gli stessi ricordi, la stessa infanzia da fiaba, la stessa adolescenza di merda...È lui. È la persona più importante della tua vita. Ha fatto per te quello che tuo padre non ha saputo fare. Ha preso a cazzotti tutti quelli che ti prendevano in giro, ti ha sempre protetto...". Più me lo ripetevo, più la tua personalità si stravolgeva . Ti rendi conto che io so tutto quello che c'è da sapere sulla tua vita e tu non sai niente sulla mia?"

A proposito di fratelli (Inseparabili è la storia di due fratelli), confesso di essermi innamorata di "In mezzo scorre il fiume" di Norman Maclean. Dovete prendervi due ore per leggere queste centocinquanta pagine tutte d'un fiato. Io non so nulla di pesca in generale, figuriamoci di pesca a mosca. Eppure leggere questa storia raccontata con immensa poesia e grande trasporto mi ha fatto impazzire. Il giorno dopo averlo letto dovevo andare da Decathlon e ci credete se vi dico che mi sono persa nel reparto pesca a osservare curiosa canne, esche, abbigliamento e quant'altro, pensando ai protagonisti della storia e alla magia del Montana, dove è ambientata?



"I poeti parlano di istanti di eternità, ma in realtà è il pescatore a sperimentare l'eternità compressa in un attimo. Nessuno può dire cosa sia un istante di eternità fino a quando il mondo intero non diventa un pesce e il pesce sparisce. Lo ricorderò per sempre, quel figlio di buona donna".
"Eppure perfino nella solitudine del canyon sapevo che c'erano altri come me, altri ansiosi di aiutare un fratello che non capivano. Probabilmente siamo tutti guardiani di nostro fratello, come dice la Bibbia, dotati di uno dei più antichi e forse più inutili ma certamente più ossessivi istinti del mondo. Che non ci abbandona mai".

"Pomodori verdi fritti" di Fannie Flagg dovete leggerlo, se non l'avete ancora fatto.
Pomodori verdi fritti è una coccola, un sacchetto di marshmallow alla fragola da gustare lentamente che vorresti non finisse mai. Leggerlo significa rimanere con un sorriso stampato in faccia dalla prima all'ultima pagina. Se lo avete letto e vorreste vedere il film, potreste rimanerne delusi: la magia che ho percepito fra le righe del romanzo non sono riuscita a trovarla nel film.


"Bertha Vick ha riferito che venerdì notte, intorno alle due del mattino, è stata morsa nel bagno da una pantegana che è emersa dal water dopo avere risalito i tubi di scarico. Lei si è precipitata da Harold, che non ha voluto crederle, ma è andato di persona a verificare e ha visto la pantegana nuotare nel water. La mia dolce metà sostiene che la colpa è tutta delle inondazioni. A Bertha non importa sapere per quale motivo la pantegana sia arrivata in casa sua, ma d'ora in poi controllerà sempre prima di sedersi su un qualunque water.
Harold sta facendo impagliare la pantegana".

Ecco qui, molto presto scriverò un secondo post perché i libri sono tanti e non voglio annoiarvi con un post-fiume (non state già dormendo, vero?)
Si accettano consigli per future letture, ovviamente. Io sono una lettrice molto esigente e pure rompiscatole quindi i consigli li prendo sempre con le pinze. Ma se mi darete le giuste dritte, e vi avviso che non è cosa semplice, entrerete automaticamente e immediatamente nelle mie grazie sappiatelo ;-)

lunedì 4 novembre 2013

parole #6

Loro sono poco meno di 900 battute, e lei è Milano.

Come sei bella Milano, stamattina.
Passo le colonne di San Lorenzo abitate da ragazzi che chiacchierano assonnati con un occhio al cellulare, l’altro all’interlocutore. La testa già alla festa di venerdì. Mi volto, e vedo il tram che corre verso piazza XXIV maggio ma ho deciso che no, non stamattina. Svolto a destra e sono al parco. Un tappeto di foglie sotto ai miei piedi.
Arancioni, rosse, marroni, gialle. Sono foglie croccanti come patatine cipster.
Il cielo, il cielo è azzurro e non è vero che un cielo così lo puoi vedere solo in montagna, mentre fa capolino fra le Dolomiti. Un aereo silenzioso lo taglia a metà. Una linea perfettamente obliqua, bianca, che lo ferisce.
Come sei bella Milano, stamattina.
Guardati, sei un quadro. Col tappeto di foglie, il tram che corre verso la piazza, il cielo malato che una nuvola guarirà.
Come sei bella Milano, stamattina. Lasciati accarezzare, piano.

mercoledì 30 ottobre 2013

parole #5

Poco meno di novecento battute per raccontare un attimo di NY, da un angolo che amo molto.



Lei è seduta su una panchina, e aspetta.
Una grossa sciarpa le avvolge il collo, coprendole anche il naso e le orecchie. Ogni tanto solleva la testa per far uscire la bocca. Soffia fuori aria che diventa prima una piccola nuvola e poi vapore che si confonde con la nebbia di novembre. È mattina presto, prestissimo. Due ragazze giapponesi si avvicinano alla scritta Imagine, proprio di fronte a lei. Posano una rosa, si fanno una foto, a turno.
Yellow cabs sfrecciano lungo Central Park West. Odore di hot dogs proveniente dal venditore ambulante proprio là, all’angolo, che ha già la fila.
Un uomo affacciato a una finestra del palazzo di fronte guarda il parco mentre beve da una tazza del caffè, probabilmente.
Lei è seduta su una panchina, e aspetta. In una mano ha il cellulare. Nell’altra un post it, con un numero di telefono.
“Se quella donna si fermerà per prendersi un hot dog, lo chiamo”.

lunedì 21 ottobre 2013

l'anello

Lui è moro, ama muoversi e ballare in modo sconclusionato e la guarda con occhi languidi ogni volta che la vede arrivare in classe.
Lei è bionda, si muove pacata facendo bene attenzione a dove mette i piedi, quasi come se avesse una pila di libri in bilico sulla testa. Le piace farsi desiderare e lo guarda altezzosa, con lo sguardo tipico di chi sa di averlo in pugno.
Un giorno, a scuola, lui le disse "domani ti porterò un anello con un brillante".
Lei una volta a casa raccontò alla sua mamma con disarmante disinvoltura questa promessa e la sua mamma, che alla sua età non aveva mai ricevuto nulla dal genere maschile eccezion fatta per qualche disegno, si sentì un poco emozionata perché ricevere un regalo del genere non è cosa comune. È uno di quegli eventi da segnare in agenda e ricordare per sempre per poterlo raccontare un giorno ai nipoti.
Il giorno seguente lui le consegnò un anello con non uno, bensì due brillanti. Uno di colore verde, l'altro rosa.
Lei guardò con attenzione il piccolo gioiello e disse "no, grazie. Non mi piace". Lui se ne andò, piccolo piccolo, con l'anello in tasca. Lo regalò deluso alla prima compagna di classe che gli si era presentata davanti, una di quelle che accettano tutto senza riserve.
Quando la di lei mamma venne a sapere dell'accaduto le si spezzò il cuore, pensando a lui e al suo anello con due brillantini, uno verde e l'altro rosa. Pensò che di sicuro non aveva trascorso una bella giornata e avrebbe voluto un poco abbracciarlo e dirgli "hey, non è niente".
Ma lui non era il tipo che facilmente si lasciava prendere dallo sconforto. Sapeva che c'era una seconda possibilità, chiamata festa di compleanno. Proprio il compleanno di lei, la biondina che gli aveva preso il cuore.
Fonti certe raccontano che lui abbia preso da parte sua madre dicendole "mamma, devi accompagnarmi a comperarle un anello con un brillante. Il brillante però deve proprio brillare, brillare tanto".
Fonti certe raccontano che sua madre si sia permessa di consigliarlo ma che no, lui aveva le idee molto chiare in merito alla scelta. Un anello con un brillante bianco. Questa volta non poteva sbagliare.
Il giorno della festa la mamma della sua bionda innamorata lo vide correre su per le scale con un pacchettino in mano. 
Vide lui cercare la sua bella e porgerle il dono, lei aprirlo e accennare un sorriso. Infilarsi l'anello all'anulare destro e dargli un bacio sulla guancia.
Lui divenne rosso, ma proprio rosso come un peperone, e rise e ballò e si divertì come un matto per tutta la festa, come se avesse vinto al superenalotto perché in fondo se ricevi un bacio dalla biondina che ti piace è proprio come vincerlo, il superenalotto.
La biondina si comportò come se nulla fosse, come se indossare un delizioso anello in plastica lilla con un brillantino bianco al centro fosse la cosa più naturale del mondo. 
La mamma della biondina ad un certo punto prese da parte lui, il moretto, s'inginocchio, gli mise una mano sulla spalla e gli disse "grazie, sai, per il bellissimo anello che hai regalato a mia figlia. Sei stato molto gentile".
La mamma della biondina d'un tratto si è sentita un poco stupida a fare una cosa del genere.
O forse, semplicemente, è una mamma che era bimba negli anni '80, quando anche solo ricevere un sorriso dal bambino che ti piaceva faceva battere forte il cuore.
Figuriamoci un anello con un brillante. Di quelli meravigliosi, in plastica, comperati all'edicola sotto casa.

lunedì 14 ottobre 2013

parole #3

Il mio terzo compitino per Worlds di CamillaHey ma voi partecipate? Bastano dieci minuti a settimana (giuro!) per realizzare un piccolo componimento lasciandovi guidare dai suoi indizi.


Aveva dimenticato il lucchetto a casa, ma non importava. Pedalava veloce lungo la ciclabile che costeggiava il parco, verso il centro. Aveva passato troppi anni a pensare solo a se stesso, incapace di prendersi cura delle cose. Figuriamoci delle persone. E così, lei se ne era andata. Lui l’aveva aspettata, quell’inverno. Era perfino tornata la neve lì a Roma dopo tanti anni ma lei no, non era tornata. Quell’orchidea, l’unica traccia di lei in quella casa ora così vuota, era morta. Lui si era dimenticato di innaffiarla. Gli sembrava di sentire la sua voce, la voce di Margherita, che lo rimproverava. Sei un egoista. Aveva ragione. Si asciugò le lacrime con la manica della giacca. Arrivò davanti al negozio, appoggiò la bicicletta al muro ed entrò. Era l’unica cosa che poteva fare, per provare a mandare giù quel dolore fra la gola e il cuore.
“Salve. Vorrei una pianta di margherite”.

mercoledì 9 ottobre 2013

cinque

Cinque.
Tanti auguri a te,
che al mattino ti svegli sempre imbronciata e mastichi biscotti in religioso silenzio
che hai chiesto un comodino col cassetto per poterci mettere dentro il tuo profumo di Hello Kitty
che studi le persone, le loro frasi, il loro abbigliamento, le situazioni. In silenzio.
che mangi la pizza con coltello e forchetta e questa cosa mi sconvolge
che bevi solo acqua, perché le bibite fanno male, mamma
che sogni di essere Rapunzel, e Puffetta
che mi disegni con la corona in testa e mi dici sei bellissima
che sei buffa quando hai il singhiozzo, e mi fai ridere
che saltelli davanti a me, come una fatina del bosco
che mi dici no ridendo, e allora capisco che il tuo è un sì
che abbracci la tua amica del cuore, che si chiama proprio come me e come me ha la frangetta
che mi hai regalato un’emozione fortissima salendo in groppa a un cavallo bianco ma io l’ho capito che forse ancora non sei pronta e allora sai cosa facciamo? Ci andiamo insieme, come mi hai detto tu un giorno
che ti lasci amare incondizionatamente da una bionda a quattro zampe
che hai i tuoi tempi, e sono tempi lunghissimi, ma ho imparato ad aspettare (incredibile, vero?)
che sai chi non c’è più vive su una stella
e un giorno mi hai chiesto se potevamo andarci, su una stella
e io ti ho risposto che chissà magari un giorno su una stella ci si può andare davvero
e certo un po’ ho mentito ma i sogni dei bambini sono così belli che io vogliono vivano per sempre
che finalmente corri verso il mare fiduciosa, senza paura
che sei precisa e pignola e mi ricordi le cose da fare
che ogni notte del 9 ottobre all’1,34 mentre dormi ti lasci baciare e accarezzare in silenzio
mi siedo per terra a guardare i tuoi riccioli biondi e penso tu sia la creatura più bella del mondo
e questa è una piccola cosa mia e tua
una piccola cosa sciocca

una piccola cosa sciocca da innamorata
buon compleanno, bimba

martedì 8 ottobre 2013

parole #2

Una manciata di vitamine, un medaglione di giada che arriva dalla Cina, una pera gialla, il quadro di un pittore famoso (quello dei colli lunghi), la scatolina (vuota o piena?) dei macarons Ladurée e per finire "E' straordinario l'insieme di gioie minuscole e delicate che ritraggo tutta sola dalla vigile osservazione di uomini e cose; in realtà, soltanto sola con me stessa provo vera soddisfazione" (K.Mansfield).
Questo il kit per la seconda puntata di WOR(L)DS .
State partecipando? Ogni settimana Camilla preparerà un pdf con tutti i componimenti. Quelli della prima settimana li potete leggere qui (il mio è a pagina 13 :-))
Ecco quello che mi è passato per la testa, ieri.


I suoi piedi andavano veloci sotto la pioggia, in Rue du Louvre.

Un grande ombrello lilla. L’impermeabile ben allacciato e una sciarpa attorno al collo. Gli stivali di gomma che sembrano un prato. Verdi, con le margherite bianche.
La pioggia ticchettava regolare sull’ombrello, come un battito del cuore.
L’autunno, arrivato presto quell’anno a Parigi.
Entrò d’istinto nel cortile del museo e vide dei bambini che si rincorrevano, davanti alla piramide.
Guardò meglio. Lei e suo fratello bambini, un settembre di tanti anni prima.
Lei con la mantellina rossa, e lui con la mantellina gialla.
Correvano e ridevano sotto la pioggia con dei macarons in mano zuppi d’acqua, che gli coloravano le mani.
Era da tanto tempo che non lo rivedeva.
Le mancava, e quel divano letto nel suo bilocale era sempre troppo vuoto. Parigi era vicina, in fondo.
Frugò nella borsa, prese il telefono.

“Pronto, Oliver? Sono io”.



lunedì 30 settembre 2013

parole

Ho deciso di partecipare a un progetto di scrittura collettiva promosso da Camilla.
Dieci puntate, dieci scritti in prosa o in versi della lunghezza massima di 900 battute spazi inclusi (sì se sono di meno, no se sono di più).
Camilla fornisce alcuni spunti per far lavorare la fantasia e voi siete liberi di produrre quello che vi pare.
I dettagli e le foto li trovate qui.
Non è una cosa deliziosa? Se vi va, partecipate anche voi! 
Ecco qui cosa mi è venuto in mente osservando gli indizi di Camilla. Credo sarà un ottimo esercizio per me che non ho certo il dono della sintesi. 900 battute sono pochissime :-)

"È il mattino di un inverno che inverno non è più e di una primavera che ancora primavera non è.
Il treno corre verso sud, lasciandosi alle spalle una timida nebbia. All’orizzonte cielo zuccherino e sole che scalda.
Lei entra frettolosamente nello scompartimento. Una gonna a palloncino gialla, una giacca a fiori sulla quale cade prepotente una cascata di capelli rossi. Un paio di sandali di corda intrecciata, come se fosse estate. In una mano stringe una piccola valigia di pelle consumata, nell’altra il biglietto del treno.
Milano, vero?
Chiede al ragazzo, quello seduto accanto al finestrino che non riesce a smettere di guardarla.
No, Roma.
Roma? L’ho perso. Ho perso quel lavoro.
Si lascia cadere stancamente sul sedile di fronte a lui.
Si guardano. Per un attimo, forse due.
Fanno una focaccia meravigliosa, a Campo de’ Fiori.
Il treno.
Corre.

Un biglietto stracciato con destinazione Milano".

mercoledì 25 settembre 2013

colore

Ci sono loro che stanno dipingendo una parete. 
Scalzi, con in mano pennelli, spugne e stracci. Scotch-carta.
Le finestre chiuse e l'aria condizionata accesa.
E' da due giorni che ci lavorano dalla mattina alla sera e so che Lui ci tiene molto. Ieri mi aveva fatto vedere alcune foto.
Sono in piedi dietro di loro, li osservo e si vede, che trovano conforto in quello che fanno. Si vede, che per loro è un rito. Una preghiera. Pazienza, silenzi, piccole frasi, piccoli gesti. Pause.
Ad un certo punto lui si gira e mi dice se vuoi puoi provare anche tu.
Io? Io no, grazie.
Guarda che non importa se non sei capace. Puoi fare quello che vuoi, quello che ti viene. Provi? Dài, mettici qualcosa di tuo.
No. E' che proprio fare queste cose così...così precise non mi piace. Non mi emoziona.
Ci è rimasto male. Dipinge di mestiere. E' come dire a uno scrittore non mi piace leggere. Chissà cosa ha pensato.
Ma Lui, che ha ascoltato il nostro scambio di battute e mi conosce bene, non si scompone.
Però.
Però mi preparo al volo dei finocchi lessati e una frittata e mi metto a mangiare vicino a loro.
E mangio e penso alla mia incapacità di prendermi cura delle cose, spesso.
Dipingere e disegnare richiedono dedizione e pazienza.
Come accudire delle piante.
O cucinare.
E sono tutte cose che io ho sempre odiato fare. Che non so fare.
Brucio il cibo che metto sul fuoco, perché me ne dimentico.
Le piante, mi muoiono.
Io sono un animale nel bene e nel male, come dice sempre mia madre. 
Leggo libri che mi piacciono da morire alla velocità della luce.
Divoro la torta al cioccolato di mia nonna.
Scrivo velocemente. Vomito parole, m'è scappato detto una volta. Ma ora che ci penso credo sia l'immagine giusta. Scrivo velocemente, perché sento che altrimenti i pensieri scapperebbero. Li vedo che corrono nella mia testa e io devo essere più veloce di loro per poterli prendere e fissare nel tempo. Un giorno, era il primo giorno dell'anno, ho scritto una storia in due ore. Ed era perfetta. E' perfetta, davvero. Non sarebbe stata così se mi fossi presa il mio tempo per pensarci su e scrivere e riscrivere e pensare.
E poi, poi ascolto la radio solo col volume alto, perché devo sentire la musica arrivarmi ovunque, anche nella punta dei capelli e nel fegato.
Una volta sono stata a una lezione di prova di yoga. Dopo cinque minuti avrei preso a testate il muro.
Ballo. E ballare così, senza senso, è sempre stata una delle cose che più amo fare.
E poi ci sono le persone. Le persone le fiuto, e quasi mai sbaglio. 
Se mi piacciono, vorrei fossero mie per sempre. Di loro, di loro amo prendermi cura. Le persone. Le persone che amo sono le mie piante sul davanzale.
E non lo so.
Vedere tutta quella calma, in loro, davanti a quella parete, mi ha fatto pensare a quanto siamo diversi ma belli allo stesso modo.
A come tutto sia in fondo poesia.
Quello fatto con calma, e passione.
Quello fatto con irruenza, e passione.
Perché io sono quella che mangia lettere stampate e fa scorrere veloci le dita sulla tastiera.
Quella che non rilegge perché non ce n'è bisogno il pensiero è quello.
Quella che prepara la valigia in dieci minuti senza seguire delle liste perché le liste mettono ansia, c'è poco da fare.
Quella che t'abbraccia forte fino a farti mancare il fiato perché gli abbracci ti riconciliano col mondo e o ci si abbraccia bene o non ci si abbraccia per niente.
Finito il pranzo, mi sono alzata e mi sono preparata per uscire di nuovo.
Li ho guardati, nel loro mondo di silenzi e pause e riflessioni.
Sono andata via. Un saluto veloce.
Sono scesa giù per le scale di corsa.
Ho messo gli occhiali da sole.
Sono entrata in macchina, la radio accesa.
Colore. Avrei lanciato contro alla parete del rosso e del blu e del grigio e del viola e del bianco e poi avrei mescolato tutto, solo con le mani. Mi sarei sporcata dalla testa ai piedi. Un quarto d'ora, non di più.
Questo, avrei fatto.






venerdì 20 settembre 2013

lucciole sul maglione

Quando penso alla mia mamma la vedo in macchina che canta a squarciagola, mentre guida. Il volume alto. Il traffico fuori, quello delle sei. Il buio. Inverno.
Io seduta dietro, che la guardo.
Lei agita la testa e tira le marce. Prima. Seconda. Terza, un poco. Poi mette in folle mentre si avvicina alla macchina davanti, ferma al semaforo.
I New Trolls cantano Una miniera. Io il titolo di questa canzone l'ho imparato ieri.
Ieri ero in macchina, con mia figlia. Era buio, e c'era traffico. Non il traffico delle sei. Quello delle otto.
E improvvisamente, mentre cambiavo stazione, tu eri felice di rivedere le mie mani nere di fumo bianche d'amore.
Io non la ricordavo bene, è una di quelle canzoni un poco dimenticate ormai, ma il ritornello sì, e allora mi sono messa a cantarlo.
E allora eccola d'improvviso, la fotografia.
La fotografia di quel pomeriggio d'inverno col traffico delle sei, appunto.
Lei che agita la testa, e tira le marce. Prima. Seconda. Terza, un poco.
Lei canta.
Lei canta e io le dico dai mamma che gli altri ti guardano secondo me, tipo quelli di fianco a noi.
Lei canta e mi risponde e allora cosa c'è di male a cantare.
No non c'è niente di male però secondo me sei pure un poco stonata rispondo io.
Nessuno parlava solo il rumore di una pala che scava, che scava canta lei e cantano i New Trolls.
Guarda che quando ero ragazza...inizia lei.
Mia madre ragazza, che prepara la tesi con me accanto seduta sul seggiolone. Gioco con le matite, in silenzio. Così raccontano. penso io.
...quando ero ragazza, prima che tu nascessi precisa lei, e allora quasi mi sembra un'altra vita, perché io non ci sono, portavo i bimbi della parrocchia in montagna. E là cantavamo sempre insieme.
C'era anche quel bambino che prendeva le lucciole e se le schiacciava sul maglione così poi s'illuminava, vero? chiedo io.
Sì, le prendeva e se le spiaccicava sul maglione ma tu lo sai che non lo devi fare. Io l'ho sgridato tante volte, ma lui era davvero tremendo. 
Memory is life dice sempre la mia mamma e allora eccole là dentro a quella scatola di ferro bianca con quattro ruote e il volante, una giovane donna con la sua bambina seduta dietro. Sul lato opposto, così poteva guardarla. C'è il traffico delle sei, c'è la scatola di ferro bianca con quattro ruote e il volante che percorre un viale, accanto un parco, lungo e stretto e buio, gli alberi che sono ombre giganti, le persone spiriti confusi che s'affrettano apparentemente senza meta e la bambina che si sente sicura dentro a quella scatola, perché in quella scatola c'è la sua mamma che canta io non ritornavo e tu piangevi e non poteva il mio sorriso togliere pianto dal tuo bel viso.
E senti, senti la batteria dice ancora lei che batte gli indici sul volante e scuote la testa.
E io un poco mi vergogno, poi penso che c'è buio e allora forse non è vero che gli altri la possono vedere.
E poi è contenta, si vede che è contenta, e mi dico che se uno è contento che male c'è?
Allora comincio a cantare pure io, sottovoce, e a scuotere un pochino la testa, facendo attenzione a non farmi vedere.
Così ora c'è la mamma che canta, assieme alla sua bambina.
Il quadro è perfetto, con il traffico delle sei e il buio e tutto il resto.
Click.
Fotografia.
Siamo il risultato della nostra infanzia.
Ogni tanto mi chiedo che fine abbia fatto quel bambino che schiacciava le lucciole sul suo maglione, in quel paesino sull'Appennino.
Ci sono delle volte, delle volte in cui ancora mia madre batte gli indici sul volante, o sul cruscotto, se non è lei a guidare.
E ci sono delle volte in cui io ancora le dico dai mamma, che la gente ti vede.
Ma si capisce benissimo che lo dico solo così, per dire. Perché io quando sono in macchina faccio la stessa cosa.
Siamo il risultato della nostra infanzia.
E lei, la mia mamma, lei ancora risponde beh cosa c'è di male.
E continua a cantare e a shakerare la testa e a battere gli indici
E allora io rido, e lei ride.
Secondo me non è mica vero che sgridava il bambino delle lucciole.
Secondo me pure lei se ne andava in giro per i sentieri di montagna col maglione che brillava.
La mia mamma.
La mia mamma non ha mai smesso di  cantare, in macchina.
Click.
Fotografia.


mercoledì 18 settembre 2013

#tiguardonelcuore





Oggi è un giorno speciale, perché è il compleanno di Lucia Annibali.
Oggi è il primo compleanno della sua nuova vita, della sua rinascita.
Camilla ha organizzato questa festa virtuale tutta per lei e io non potevo non partecipare.
Tanti auguri a te Lucia, che hai un nome meraviglioso. Significa luminoso, splendente.
Questo è il mio regalo per te.
Il Piccolo Principe, guerriero fra le stelle col suo mantello e la sua spada.
Che possa essere la tua guida, se ti perderai.
Che possa essere la tua luce, se avrai paura del buio.
Che possa essere un amico fedele, sempre al tuo fianco.


mercoledì 11 settembre 2013

ci fu quell'attimo

Era l'estate di Boston.
Boston, un pezzo di Europa in America.
Boston, educata e per bene.
Boston, una città fatta per studiare.
Io e lei non eravamo mai state a New York.
Lei, New York, era a quattro ore di viaggio. La macchina, la macchina no, non ce l'avrebbero mai data a noleggio perché eravamo troppo piccole.
Prendiamo una specie di minibus, e partiamo. Era un sabato mattina. Era molto presto. Saremmo rientrate il giorno successivo, la sera tardi. Giusto in tempo per essere alla lezione del lunedì mattina.
Un piccolo zaino con l'essenziale per poco più di 24 ore.
Non ho fatto altro che pensare a lei, durante il viaggio. Abbiamo studiato la mappa, dato un'occhiata alla guida. Non vedevo l'ora di vederla. La Big Apple. Il sogno di tanti.
La stanza prenotata in un piccolo alberghetto in centro.
Un mondo di cose da vedere e non saremmo mai riuscite a fare tutto.
Arriviamo.
Vedo lo skyline davanti a me, quello visto milioni di volte in televisione e nelle cartoline.
Here we are,  dice l'autista.
Semplicemente, here we are.
Nemmeno un sorriso.
Quell'uomo aveva perso la meraviglia.
Quella meraviglia tipica dei bambini che in realtà non ci dovrebbe abbandonare mai perché è proprio la meraviglia dei bambini che ci colora la vita.
La meraviglia di quando salutiamo un amico, non importa se è la milionesima volta che lo facciamo.
La meraviglia di quando passano una bella canzone alla radio, non importa se è la milionesima volta che la ascoltiamo.
La meraviglia di quando arriviamo a NYC, non importa se è la milionesima volta che vediamo quei grattacieli.
Niente, lui l'aveva persa, quella meraviglia.
Era un agosto col sole che andava e veniva, indeciso.
Insolitamente non particolarmente caldo.
Non ricordo molto di tutto quello che abbiamo fatto e visto.
Ero ubriaca di luci, colori, odori, persone, gesti, parole, negozi. Il pranzo da Sbarro con quel piatto di spaghetti collosi che io trovai buonissimi. Mangiati con gli occhiali da sole appoggiati di fianco al vassoio, un tavolino attaccato alla vetrina per guardare i passanti.
I piedi nelle dr.Martens, i pantaloncini corti della Umbro, quelli da calciatore, e la maglietta grigia. La maglietta grigia Oxford University. Come al solito.
Lei mi ha travolta, e io mi sono lasciata travolgere.
La mia New York, quell'anno, è stata quella della mia prima notte, là.
L'albergo era assolutamente senza pretese, grande e pulcioso.
Una minuscola stanza per noi due, un letto a castello in ferro battuto marrone. Io avrei dormito sopra, lei sotto.
Una finestra con l'apertura difettosa, proprio attaccata al letto.
I vetri sporchi ma abbastanza puliti da farti vedere fuori i grattacieli.
Il bagno in fondo al corridoio con la moquette grigia.
E' sera, tardi. Io percorro il corridoio con gli anfibi slacciati ai piedi e il pigiamino estivo. L'asciugamano sulla spalla. Il beauty in mano. Il corridoio è deserto e in fondo vedo la luce del bagno.
Il bagno ha cinque o sei lavandini tutti in fila. Uno specchio lunghissimo. Una mensola lunghissima, in acciaio.
In acciaio come le porte dei singoli wc e delle docce.
Sembra il bagno di un carcere, asettico e anonimo.
Nel bagno c'è una ragazza nera, giovane, un po' sovrappeso. Si sta lavando i denti.
Mi sistemo nel lavandino accanto al suo.
Appoggio il beauty sulla mensola, tengo l'asciugamano sulla spalla.
Ci laviamo i denti e il viso quasi contemporaneamente, in silenzio. Si sente solo lo scrosciare ritmico dell'acqua.
Un fermo immagine.
La città che corre e noi immobili, con lo spazzolino in mano.
Ritorno in camera.
Lei, la mia compagna di avventure di tante estati, è già a letto.
Io salgo sul mio.
La camera è in penombra, lasciamo le tende aperte.
Chiacchieriamo, come sempre. Ridiamo, come sempre.
Buonanotte.
Buonanotte.
Ascolto il suo respiro che diventa leggero. Mi sporgo. Dorme.
Mi metto a pancia in giù, le mani sotto al mento.
Guardo fuori dalla finestra.
Ascolto la città che non dorme mai.
Sirene in lontananza. Qualche clacson.
Nell'albergo, silenzio.
In quell'istante, in quel preciso instante in cui mi sono messa a pancia in giù con le mani sotto al mento, ho avuto la certezza di essere nel posto giusto, al momento giusto.
Ognuno ha la sua New York, lo dicono tutti, ed è vero.
La mia, se mi guardo dentro, è stata quella di quella prima notte.
Quella prima notte in cui non ho dormito.
In cui ho visto l'alba.
In cui dal letto mi sono sporta per sbirciare fuori.
Non potevo, non volevo chiudere gli occhi. Io ero a New York e quella notte doveva essere tutta per noi.
Ci fu quell'attimo, verso le quattro, in cui sembrava quasi potesse addormentarsi.
Ci fu quell'attimo in cui le dissi hey ciao, come sei bella. Lo sapevo, che non mi avresti delusa. Ti ho sognata per così tanti anni.
Ci fu quell'attimo in cui ingenuamente provai a contare tutte le luci accese che riuscivo a vedere.
Ci fu quell'attimo in cui guardai il cielo. Nero. Guardai meglio. Nero. Con le stelle.
Quella notte, quella notte.
Quella notte che volevo non finisse mai.
Quella notte dal cielo nero e poi blu e poi azzurro e poi un poco rosa e poi ecco il sole che spunta.
Quella notte c'ero solo io, a New York.
Quella notte.
Quella notte ci siamo amate tantissimo.

Never forget 9/11