lunedì 30 luglio 2012

il mio viaggio per mammeacrobatexlemilia

Grandi donne lavoratrici, mamme e fondatrici di Mammeacrobate, luogo di scambio e informazione online, che dopo il terremoto in Emilia non sono certo rimaste sedute a guardare attraverso lo schermo di una tv, o le pagine di un quotidiano. Loro sono Laura, Manuela e Sabina e il mese scorso in quel di Milano hanno organizzato una lodevole iniziativa, #mammeacrobatexemilia, volta alla raccolta di  indumenti estivi e lenzuola in buono stato, lavati industrialmente ed igienizzati grazie al contributo di Electrolux Professional, oltre a intimo nuovo, creme solari, creme antizanzare, dopo punture e zampironi, zanzariere per lettini o carrozzine, salviette umidificate, porte per campi da calcio e beach volley, palloni. Quando mi hanno chiesto di collaborare con loro per testimoniarne la consegna, mi sono sentita onorata di rappresentarle nella mia Emilia.
E così eccomi in viaggio di nuovo, per un'altra parte di storiEmiliane. Speranza, solidarietà, fratellanza. Tante volte in questi mesi ho parlato con persone un pò restìe a donare denaro, perchè poi chissà che fine fa. Molto meglio contribuire concretamente. Un lenzuolo, una felpa. Vedere che finiscono davvero in buone mani, a chi ne ha bisogno.

domenica 22 luglio 2012

toh, un premio per me


Oggi volevo ringraziare Raffaella per avermi assegnato questo fighissimo premio non prima di avermi fatto un sacco di complimenti a dir poco graditissimi (poi ti faccio il bonifico con quello che ti spetta... ;-)). Ora, ovviamente per accettarlo è necessario rispettare alcune regole, ovvero:
- segnalare sul proprio sito 5 blog con meno di 200 lettori evidenziando i link
- lasciare un commento su questi blog per avvisarli del premio
- ringraziare chi ve lo ha assegnato
- condividere con i lettori 5 cose di se che le persone non sanno

Mi sembra una cosa carina, che ci permette anche di conoscere persone nuove. Io vi segnalo:

1) Alessia di http://firstimpressions86.blogspot.it che recensisce film e scrive di cinema in maniera deliziosa e pure professionale. E per me, accanita cinefila, è stata una fantastica scoperta.
2) Thesunmother di http://thesunmother.wordpress.com, che ho avuto il piacere di conoscere di persona ed è assolutamente pazza, easy e simpaticissima. Impossibile resisterle (come con le Morositas...)
3) Kike di http://quellodellamamma.com/, che coi suoi racconti deliziosi e poetici ti fa sentire un pò parte del suo mondo e di questo la ringrazio.
4) Alice di http://www.ottalovemuffin.com perchè ama Parigi, sempre, e New York in autunno. Perchè lei e il suo blog sono un sole.
5) La disoccupataperbene di http://diariodiunadisoccupataperbene.blogspot.it/, perchè ha appena aperto il blog e ha esordito parlando anche di temi e problematiche interessanti.

E poi, eccovi le 5 cose su di me (che sennò non ci dormite la notte, lo so)

1) non mangio carne
2) sono alta 177cm e nonostante tutto non rinuncio ai tacchi
3) ho un gatto di 21 anni che amo alla follia e considero il mio primo figlio
4) parlo alle mie scarpe
5) tagliatemi un dito senza anestesia, ma non fatemi vedere un ago.

Comunicazione di servizio: quasi un mese fa ho partecipato al giveaway di Donnaconfuso (www.donnaconfuso.com), blog che io adoro perchè parla di America e New York. Veniva chiesto in cosa ci considerassimo "bravi" e di linkare la scelta da noi fatta (una ricetta, un racconto, delle foto, qualsiasi cosa). Io ho inviato i miei racconti di storiEmiliane e se volete votarli (uno dei tre premi verrà assegnato a chi avrà raggiunto più like) potete andare al seguente link:
http://www.facebook.com/photo.php?fbid=339159109495921&set=a.326893387389160.73642.194843057260861&type=3&theater

La scadenza è il 31 luglio e io, sempre per il fatto che non sono brava a fare la PR di me stessa, arrivo un pò in ritardo nonostante si potesse votare già da un mese ormai. Però siete ancora in tempo quindi coraggio! Bastano due click! :-) Grazie!

lunedì 16 luglio 2012

vuoi giocare con me?


Ciao, mi chiamo C. e sono di Milano. Vuoi giocare con me?
La bionda l’ha guardata con attenzione, in silenzio. Non ha risposto, ma ha preso il suo secchiello e si è messa accanto a lei. Era un sì. La mia piccola donna molto diffidente, che seleziona accuratamente le sue amicizie, si è inaspettatamente lanciata in una piccola avventura con quest’altra piccola bionda sua coetanea.
E questa cosa mi ha fatto molto sorridere, perché ho pensato ancora una volta a quando ero piccina io. Non ho mai avuto amicizie estive degne di nota, al mare. Non ho mai avuto una compagnia. Semplicemente non me ne fregava niente. Giocavo molto con mio padre, stavo con immensa gioia con mia zia e il suo ragazzo. Mangiavamo biscotti Ringo seduti sui gradini di una delle tante viuzze del paese, andavamo a fare la spesa. Leggevo libri e giornalini. Rifiutavo categoricamente gli inviti a giocare dei compagni d’ombrellone. Li guardavo spesso malissimo, quei poverini. Chissà cosa pensavano di me, le altre madri. Non immaginavano neanche lontanamente quanto fossi felice col mio libro, coi mille mondi che mi costruivo ad ogni pagina letta. Per me gli amici erano quelli di scuola, e basta. Le lunghe estati in campagna le passavo a correre col mio cane per i prati, e ricordo come fosse ieri quanto me la spassassi. Un giorno facevo finta di essere Heidi, quello dopo Belle, col cane Sebastienne. Facevo capriole, verticali, ruote. Mi rotolavo giù per la collina. Figuriamoci se chiamavo la figlia della vicina di casa per giocare. Mi avrebbe rovinato l’incantesimo. La mia favola. Sporadicamente veniva la mia amichetta del cuore della materna, e i pomeriggi con lei li consideravo comunque un simpatico diversivo. Non la regola.
La voglia delle amicizie estive è arrivata un po’ più tardi, quando a nove anni per la prima volta me ne andai finalmente “da sola” in montagna, a frequentare un campo estivo di pallavolo. Lì, la svolta. Per mia scelta. Tanti amici e tanti giochi. Risate, barzellette, gelati nella gelateria del centro del paese. La voglia di non tornare più, la visita dei miei genitori dopo sette giorni, della quale avrei fatto molto volentieri a meno.
Ora è come vivere una seconda infanzia, assaporare per la prima volta certe esperienze a me sconosciute. Il bagno insieme in mare, le foto abbracciate, le confidenze, la pistola ad acqua, le corse fra le piccole onde.


Ci sono tanti modi per essere bambini felici. Anche quelli apparentemente arrabbiati, seduti sotto all’ombrellone a pensare ai fatti loro, lo sono. Molto probabilmente stanno vedendo una nave pirata all’orizzonte, sognando di essere parte dell’equipaggio e di partire per mille avventure.
Sorridere nel vedere alcuni uguali a noi, altri sorprendentemente diversissimi. Non crucciarci se non li capiamo. Stanno semplicemente vivendo.





lunedì 9 luglio 2012

estate

Ormai è storico l’aneddoto che ha come protagonista la sottoscritta al mare, in questo mare dove sono io ora, che all’età di tre anni colta da un raptus di follia mentre era seduta al tavolo di un ristorante inforcò la bistecca per poi lanciarla tipo disco volante sotto al tavolo di quelli di fianco. E io me le immagino, quelle due pischelle ventenni di mia madre e mia zia. Rosse per la vergogna. Io, rossa di rabbia. Pare il mare mi agitasse parecchio e che le poverelle cercassero di sedarmi con litri di camomilla per poter respirare anche solo dieci minuti.
In effetti, a me il mare non è mai piaciuto un gran che, d’estate. Insomma, tutto questo sole e la mania della tintarella (perché, poi? Perché il nero sfina?), e spalmami la crema e mezz’ora a pancia in su e mezz’ora a pancia in giù. Mia nonna la chiamava la cura del sole. Si ungeva come un maiale da fare arrosto e stava sotto al sole per ore, con la pelle bagnata un po’ per l’olio abbronzante e un po’ per il sudore. Io alcune volte ho provato ad accontentarla, a mettermi nel lettino accanto a lei. Ma dopo dieci minuti diventavo insofferente, avevo caldo. E sete. E il sole bruciava. E la crema era appiccicaticcia. E poi diventavo rossa rossa per poi tornare bianca come prima. Tanta fatica per niente. Così migravo sotto all’ombrellone, con un libro. E il cappello. E gli occhiali da sole. Come una pensionata. Questo accadeva quando ero piccina. Di fare il bagno, poi, non ne parliamo. Per alcuni anni frequentai la scuola di nuoto, d’estate. Ogni volta che mi recavo alla lezione pregavo affinchè ci fosse qualche contrattempo e venisse rimandata. A me di saper nuotare non è mai importato niente, figuriamoci dei diplomi da delfino, squalo e balle varie. Però se mi butti in mezzo al mare a riva ci torno, eh, e questa non è mica una cosa da poco.
Comunque. Io il mare lo guardo ancora un po’ con diffidenza, anche se devo ammettere che nei libri di Baricco l’ho amato molto. Perché non è possibile leggere Baricco e non amare il mare. Io leggevo e pensavo wow, questo è il mare. Forse avevo bisogno di qualcuno che me lo raccontasse così. Quindi ecco, diciamo che le cose rispetto a quando guardavo attonita mia nonna ferma come una salma con 35 gradi all'ombra forse sono un pò cambiate. Anche se io rimango sempre principalmente sotto all’ombrellone, con gli occhiali da sole, il cappellino e il libro in mano. D’altronde ve l’ho già detto, no, che sono una tipa strana?
Il primo anno al mare con la bionda coi boccoli fu un mezzo incubo. Cioè, io praticamente l’anno prima ero a Formentera col mojito in mano e l’ipod nelle orecchie (sempre sotto all’ombellone, of course) e ora mi ritrovavo con passeggino e bagnetto e giochini e balle varie. Passeggino sulla sabbia, con 32 gradi e il sole di mezzogiorno a picco sulla testa, avete idea? Un accidente dietro l’altro. Giuro che sognavo il mio divano con l’aria condizionata a mina, sparata direttamente all’altezza della gola. Il secondo anno invece non fu un mezzo incubo. Fu un incubo e basta. Perché lei aveva il terrore della sabbia quindi la dovevo sempre trasportare da un posto all’altro in braccio. Aveva quasi due anni e pesava 13kg. Poi uno si domanda come mai io abbia un’ernia discale alla mia età.
Poi, la svolta. Lei che si fa più grande e non ha più bisogno del passeggino. Lei che si spalma la crema solare. Lei che passeggia sulla battigia e rincorre le onde. Lei che chiama il mare, e quando lui arriva scappa via, ridendo. Lei che gioca con la bimba vicina di ombrellone che miracolosamente le va a genio (la bionda è molto selettiva con le amicizie) mentre io finalmente leggo, di nuovo (dio c’è). L’anno scorso, sarei rimasta qui al mare per tutta l’estate. Perché mi sono riposata. Con una bambina. Sì! È possibile, gente. Fidatevi. Certo ogni tanto sclera con qualche capriccio ma cosa vogliamo pretendere, dài.

Lei che ama il mare e chiede di poter fare il bagno. Lei che raccoglie le conchiglie per me. Lei che corre facendo lo slalom fra i bagnanti. Lei che quando rientriamo chiede quand’è che torneremo. Lei che si arrabbia se calpesti la sua ombra.




Io rimango sempre quella che si spalma la crema protezione 50, e passeggia con la maglietta addosso. Però io e lui, il mare d’estate, abbiamo fatto un po’ pace. Guardarlo, nella quiete del tardo pomeriggio, col sole rotondo come una mela che va a dormire, le piccole onde che quasi ti solleticano i piedi, il vento fresco che arriva dalle alpi. Le vele che partono, all'avventura. Guardarlo, così. È bello. E penso sempre di vedere in lontananza quell’uomo dagli alti stivali e giacca da pescatore, un piccolo pennello fra le dita, davanti a lui un cavalletto e, sopra, una tela.



"Senza spiegare nulla, senza dirti dove, ci sarà sempre un mare, che ti chiamerà".


 
"Perché è così che ti frega, la vita. ti piglia quando hai ancora l’anima addormentata e ti semina dentro un’immagine, o un odore, o un suono che poi non te lo togli più. E quella lì era la felicità".

martedì 3 luglio 2012

l'uomo del cioccolato

C’era una volta un uomo.
C’era una volta un uomo che aveva fatto del cioccolato il suo lavoro, e la sua vita.
Sei maggio.



C’era una volta l’uomo del cioccolato, che partiva. Lui partiva per andare lontano come spesso facevano solo gli uomini, tanti anni fa, e lasciava la sua donna in una casa molto grande e molto ordinata. Ordinata, forse per nascondere il caos che lei aveva dentro, quando lui se ne andava.
Gli inverni erano lunghi e freddi e umidi e nebbiosi. E la casa grande e ordinata era spesso molto buia. Dall’ingresso, si vedeva una piccola luce in fondo, sulla sinistra. Era la luce del tinello dove passava le giornate la donna. Coi suoi due nipoti, un maschio e una femmina. Loro giocavano spesso con la pista delle macchinine, e bevevano il thè col limone e tantissimo zucchero. E mangiavano biscotti col cioccolato. La donna amava raccontare loro la storia di Pollicino, prendeva una piccola casetta di porcellana bianca e blu, riposta sopra alla televisione, e muoveva nell’aria le sue mani perfette, con le unghie laccate di rosso che ogni tanto ticchettava proprio su quella casa. La casa di Pollicino. 
I bambini lo pensavano, l’uomo del cioccolato. Guardavano fuori dalla grande finestra della sala, in silenzio, il buio dietro e davanti a loro. Lui non arrivava. Lui era partito e no, non arrivava. Ancora no. La poltrona dell’uomo del cioccolato era vuota, ma si sentiva la sua presenza. Si sentiva l’odore del suo sigaro. Si vedeva il cuscino stropicciato, appoggiato allo schienale. Si percepiva il suo sguardo un po’ severo, che ti studiava.
Quando tornava era una piccola festa per i due bambini, che ricevevano cioccolato sotto ogni forma: barrette, tavolette, uova piccole e grandi e grandissime, pulcini. Li portava nel suo studio dalle grandi pareti in legno. Lì, mostrava loro con orgoglio le sue ricette segrete, per fare il cioccolato perfetto. Giusti ingredienti e giuste dosi, pazienza, amore, dedizione. Sembrava di sentirli, i profumi della fabbrica di cioccolato. Gli uomini al lavoro, i macchinari in movimento, le carte colorate. Era una favola meravigliosamente vera, che ascoltavano rapiti. Nessuno fa più il cioccolato, come lo faceva lui. 
Sei maggio.
Lui, che prima di metterne in bocca un pezzo, chiudeva gli occhi e lo annusava, a lungo. Un rito speciale e irrinunciabile. Lui, che aveva insegnato a tutti a mangiarlo quasi con qualsiasi cosa.
L’uomo del cioccolato aveva una barca, che amava come un figlio. Sulla sua barca, nel suo mare che gli era amico e mai l’aveva tradito, si sentiva in pace col mondo. Si bagnava i capelli, il viso, le spalle, con l’acqua di mare. La pelle, color cioccolato. Guidava con la sicurezza di chi sa di andare incontro alla vita, col sigaro in bocca,
tenetevi stretti che si parte. Quella barca, nessuno l’ha più guidata come la guidava lui. Nessuno l’ha più amata, come l’amava lui. 
Sei maggio.
Un giorno di primavera, la donna ha riposto in soffitta tutti i suoi vestiti. Non torna più. Lo so, che non torna più. 
Quel giorno, i due bambini che bambini un po' non erano più e un po' lo erano ancora, hanno capito che d’ora in poi sarebbe stato inutile aspettarlo, che avrebbero solo potuto sedersi sulla sua poltrona con gli occhi chiusi, due personcine in un posto solo, strette fra loro, con le macchinine in mano, ubriache del suo profumo. Illusione di riaverlo lì.
Sei maggio. 
C’era una volta l’uomo del cioccolato. Mangiarne un pezzo e pensare ogni volta chissà, se gli sarebbe piaciuto.