venerdì 29 giugno 2012

il re nero

Corre il ragazzo nero e italiano, mentre canta l'Inno di Mameli con la maglietta azzurra numero nove dell'Italia, abbracciato ai suoi compagni bianchi. 
Genio acerbo che spesso non sa dosare la sua forza e la sua esuberanza. Voglia di fare. Di spaccare il mondo col suo talento. 
Corre, il ragazzo nero cresciuto in una famiglia di origini ebraiche. Corre in un campo di Varsavia, la città del ghetto, contro e incontro ai tedeschi, per farli suoi.
Un compagno gli passa la palla e lui corre e salta, salta su fino al cielo. Un colpo di testa, quella testa da matto, rasata e con una cresta biondiccia che spicca fra tutte le altre, bianche. E centra il pallone. Che centra la porta tedesca. 
Vola via, mentre esibisce orgoglioso la sua maglietta da italiano fra i tedeschi attoniti e per un attimo perdenti. Uno a zero. Uno per il ragazzo italiano nero, zero per i ragazzi tedeschi bianchi.
E ancora instancabilmente scappa, da metà campo. Vede un compagno, un altro, che gli passa la palla ed eccolo più veloce del vento, come se correre fosse la sua unica ragione di vita e forse lo è davvero. Semina gli avversari e non aspetta nemmeno una frazione di secondo, che in certe occasioni può essere determinante. Corre il genio acerbo con il pallone fra le gambe e tira col suo destro che spacca la porta proprio lì, nell'angolo. 
In poco più di mezz'ora si è mangiato undici ragazzi tedeschi. Aveva fame, il ragazzo nero. Fame di tedeschi. Fame di riempire quella porta cacciando via il suo sudore; via le volte in cui l'hanno chiamato negro, con disprezzo; via le occasioni mancate; via chi gli ha detto che aveva il culo nella nutella. Non è vero, disse la sua bocca un giorno. Non è vero, dissero poi i suoi occhi da combattente.
Corre il ragazzo nero dopo aver segnato, di nuovo, fra i tedeschi attoniti e ora sì, perdenti. Due a zero.
Corre per poi fermarsi in mezzo al campo, con lo sguardo fisso e fiero. Il petto nudo. Serio in volto si fa abbracciare dai compagni ed ecco, regala un sorriso ed è un sorriso bello e forse di più, perché lui non ride facilmente. A fine partita va dalla sua mamma bianca, perché i gol erano per lei e per un attimo torna bambino. Il bambino nero fra le braccia della mamma bianca di origini ebraiche, in un campo di Varsavia.
E così in una notte d'estate il ragazzo nero che correva contro undici tedeschi verso quella porta che sarebbe stata sua salvezza e liberazione, vinse.
E questa, questa è la storia di un ragazzo nero, che vinse e divenne Re di Varsavia per una notte e per tutte le altre notti del mondo che verranno. Perché qualsiasi cosa accada il ragazzo nero che di nome fa Mario sempre verrà ricordato come quello che si mangiò undici tedeschi in poco più di mezz'ora, in un campo della città di Varsavia, di cui divenne Re.

mercoledì 27 giugno 2012

vite


Questa è la storia di Achille, che di mestiere faceva il chimico farmaceutico, e abitava nella terra del Cristo a Sorbara. Questa è la storia di Achille, che viveva negli anni venti, gli anni di Walt Disney col suo Topolino, della nascita del jazz negli Stati Uniti, delle donne col taglio alla maschietta, dei primi programmi radiofonici. Achille aveva un sogno e come tutti i sogni lo tormentava. Perchè i sogni, se non li stai a sentire e cerchi di confinarli in un angolo dei tuoi pensieri ma soprattutto del tuo cuore, non ti danno tregua. Ricompaiono beffardi quando meno te l'aspetti per ricordarti che bisogna sempre seguire quella vocina dentro che ti dice provaci. E allora un giorno si disse perchè no, in questa terra di gente che ama godersi la vita e stare bene, soprattutto a tavola, facciamo il vino. Uno di quelli che non si dimenticano. Così costruì una piccola cantina, con all'interno alcune vasche. Attorno, quindici ettari di vigneto che con pazienza, cura, genio e tanta, tanta passione, avrebbero dato i loro primi frutti. Ed è sempre così che nascono grandi idee e grandi persone, dal coraggio di un sogno nel cassetto. Chissà che vita tormentata avrebbe avuto, se non avesse ascoltato quella voce. Achille, il chimico farmaceutico del paese. Che indossa il grembiule azzurro, un fazzoletto rosso in testa. Achille nella sua cantina, che coltiva il suo sogno. Only the brave. Solo i coraggiosi.


E poi c'era il piccolo Gianfranco, che correva fra i vigneti del papà. Che affacciandosi alla finestra di casa lo vedeva lavorare dal mattino alla sera, assecondando la natura coi suoi cicli. Gianfranco che guardava con ammirazione mani esperte al lavoro. Vedi, si fa così. Vieni che t'insegno. Gianfranco che ha visto i vigneti spogli in inverno, con la neve. In autunno, con quel tripudio di colori che spaziano dal rossiccio al giallo, marrone, oro. Sembrano oro, i vigneti in autunno. In primavera e in estate, quando tutto ritorna dopo mesi di letargo, con quella meraviglia di verde in tutte le sue tonalità.






Gianfranco che ha visto cosa è il vero sacrificio, amato la terra che per lui era solo buona perchè portatrice di vita, maestra di attese e meritate ricompense. Gianfranco che cresce, e un giorno come quasi sempre avveniva in passato prende il posto di Achille, indossando il suo grembiule azzurro, e il fazzoletto rosso. Gianfranco che vinifica le uve prodotte dai vigneti, come gli aveva insegnato suo padre. Gianfranco che lavora col cuore, quel cuore che puoi avere solo quando hai la fortuna e la responsabilità di portare avanti il sogno di chi ti ha dato la vita. E alla piccola, vecchia cantina, si aggiunge una parte nuova, con vasche moderne e nuovi macchinari. L'una accanto all'altra. Come padre e figlio.





E poi c'era Alberto, che in quella casa dalle grandi finestre che guardano i campi era a sua volta cresciuto, fra i sacrifici del papà Gianfranco e del nonno Achille. Quanti bambini ha visto crescere quella casa dalle grandi finestre, che non a caso nella parte superiore, vicino al tetto, ha un motivo che si ripete per tutto il suo perimetro. Un piccolo albero. Una vite. Già. Vite.


ALF, primo brevetto italiano di un bicchiere da lambrusco, ricavato proprio dal fondo di una bottiglia del famoso vino

ALF personalizzato

Alberto, che studia per diventare agronomo. Alberto che una volta terminati gli studi ha camminato al fianco del suo papà, così come il suo papà aveva fatto col nonno. Questa è la meraviglia delle aziende a conduzione familiare. Stessi gesti che si ripetono di generazione in generazione, nuove scoperte che migliorano il prodotto finale. Ma la passione, quella sana passione che ti fa sentire le farfalle nello stomaco, non cambia mai. Alberto che continua il viaggio, col grembiule azzurro e il fazzoletto rosso.
Questa è la storia di Alberto, che vive in un tempo chiamato duemiladodici con la moglie Barbara e  i loro tre figli, nella casa dalle grandi finestre, la casa della vite. Questa è la storia di Achille e Gianfranco che non sono più di questa vita, ma vivono ugualmente in ogni acino, ettare, bottiglia, attesa, successo, di Alberto. Questa è la storia del mese di maggio duemiladodici, che non si dimenticherà mai. Questa è la storia della mattina del ventinove maggio duemiladodici quando Alberto, Barbara e la fedele assistente Fabrizia sono tutti e tre insieme al lavoro. Questa è la storia delle ore 9, quando hanno sentito la terra urlare come nove giorni prima. La terra urlava, mentre i contadini si aggrappavano terrorizzati ai vigneti, nei campi, perchè non si riusciva a stare in piedi. La terra urlava, mentre le macchine parcheggiate nel cortile si spostavano, come in un videogioco. La terra urlava, mentre le vasche slittavano in avanti come se fossero animate. La terra urlava, mentre Alberto scappava fuori con Barbara e Fabrizia. La terra urlava, mentre Alberto pensava è la fine. La fine del sogno del nonno.
E invece. Invece. Tutto si è salvato. La casa della vite, bellissima, è ancora lì. Vite. La cantina vecchia e quella nuova in piedi, con solo qualche crepa. Padre e figlio. Quel padre e quel figlio che hanno tenuto tutto unito, ancora una volta. C'era un tavolo accanto alle vasche, proprio quelle che si muovevano come fossero marionette di un teatrino, pieno di bottiglie piene, che non sono cadute. La terra urlava rabbia e distruzione, ma le bottiglie col vino di Sorbara non sono cadute. Le bottiglie chiuse ancora a mano con lo spago, come una volta.
Achille, che con Gianfranco li ha abbracciati tutti, con tutta la forza che aveva. Achille, che con Gianfranco ha abbracciato la sua casa con la vite disegnata, la sua cantina vecchia e quella nuova. I suoi ragazzi. La sua terra che urlava, ma era pur sempre la sua terra. Dài, dài che teniamo botta. Achille, che con Gianfranco ha compiuto un miracolo. Ancora una volta. Only the brave.





Ho parlato di:
*Soc.Agr.Paltrinieri Gianfranco s.s. Via Cristo, 49 - Sorbara (Mo). www.cantinapaltrinieri.it
*ALF, creazione di Fabrizio Loschi, artista, scrittore e designer sassolese. Prende il nome dal suo bisnonno Alfonso. www.fabrizioloschi.it. Sua è anche la lodevole iniziativa IO NON TREMO (avete acquistato vero la maglietta? :-))

Un grazie speciale a Fabrizia, che mi ha concesso il privilegio di conoscere la storia e i successi di questa famiglia, grande in tutti i sensi.

venerdì 22 giugno 2012

dell'inferno ne faremo il paradiso

La campagna di San Possidonio, con tutto ciò che prima era e ora non è più. E forse non sarà mai più. Le case semidistrutte, con i loro proprietari nel giardino accanto, sistemati un pò come possono con tende e camper. Non le abbandonano, non le abbandoneranno mai. Le accarezzano con lo sguardo, uno sguardo che dice qualsiasi cosa succeda, di nuovo, io sono qui con te. Andrà tutto bene, comunque. Tremiano, e tremiamo insieme. Fa caldo, fa un caldo infernale nella pianura padana. E' mattina presto e già la macchina segna 30 gradi. La vita di queste persone ruota attorno a cumuli di macerie. Una donna mi aiuta fornendomi alcune indicazioni perchè come al solito mi sono persa. Sta raccogliendo alcuni mattoni, sotto al sole. Non so, forse spera di ricostruirsela da sola, la sua casa. Che ha il nastro bianco e rosso tutt'attorno, sorretto da alcune sedie di fortuna. Una piccola tenda a pochi metri. Alcuni generi alimentari su un tavolino da campeggio.
Ho la macchina fotografica, come al solito. Ma certe foto, quelle foto, non le voglio fare. Dopo morte e distruzione viste in tv e nei giornali e che dal vivo è ancora più straziante, è di un nuovo inizio che abbiamo bisogno.

martedì 19 giugno 2012

viaggiAMO. L'India

Paola ama le scarpe, e New York. Paola ama viaggiare, e ha da poco visitato l'India. Ecco il suo delizioso racconto, e le sue foto.
Grazie per questa piccola lezione di vita.

Mi dicevo sempre: "Paola, non sei ancora pronta per un paese come l' India e non lo sarai per molto tempo". Mi godevo quindi la natura travolgente del Brasile, del Sud Africa e delle isole tropicali, la mia New York, porto moderno e sicuro.

Tutto questo fino a quando ho incontrato un Moschettiere che, dopo pochi mesi di frequentazione, mi ha annunciato il nostro futuro viaggio in India con sole due
settimane di preavviso, giusto il tempo per i visti. Peccato che io fossi reduce da un incidente che da due mesi mi costringeva ad usare le stampelle.

sabato 16 giugno 2012

oggi

Compiere gli anni in giugno e' fantastico, perché ogni sei mesi esatti ricevi regali. Una buona media, direi.
Oggi non ho affatto tempo per stare al pc a cincischiare. Ci sono un sacco di cose da organizzare e preparare e io come al solito non ho ancora fatto assolutamente niente.
Oggi, e' il mio compleanno. Oggi, ho un anno in più, e un amico in meno. Risate, fette di torta, palloncini, corse in campagna, brindisi, candeline, bambini che corrono nel prato, quel prato. Come facevamo noi tanti anni fa. Sole. C'e' un bellissimo sole, oggi. Hey, scommetto che me l'hai mandato proprio tu. Dài, balliamoci su. Balliamo quella canzone un po' folle che mettevano sempre in discoteca ai tempi dell'università. E tanti auguri, tanti auguri a me.




mercoledì 13 giugno 2012

cose da donne

Thesunmother: " Hey ma come facciamo a riconoscerci? Facciamo cosi: io saro' quella con la rosa fra i capelli"
La sottoscritta: "Ottimo, io invece quella col lupo mannaro tatuato sul braccio sinistro e la cresta verde in testa".
E così sabato scorso la sottoscritta si e' svegliata alle 6.30, praticamente l'ora in cui era andata a dormire due sabati prima, e ha guidato alla volta del Quanta Village di  Milano per partecipare al Mammacheblog. Perché lei e' sempre stata una tipa molto social e non poteva certo perdersi un'occasione del genere. Alle 8.30 era nella capitale della moda. Non l'aveva mai vista così ancora addormentata perché quando studiava là, beh, "sabato mattina ore 8.30" non faceva parte del suo vocabolario. Milano con le saracinesche abbassate, Milano coi cani assonnati che si fanno pigramente trascinare dai padroni per la prima pipì della giornata, padroni che sono ancora un po' in pigiama, un po' in tuta, un po' col soprabito del lavoro. Milano che ti accoglie col cielo plumbeo che minaccia pioggia e invece no, ti regalera' persino un po' di sole. Milano e un barbiere aperto, di quelli di una volta, che ha già il suo primo cliente che si fa fare la barba. Milano con le strade magicamente semideserte. Milano che si fa accarezzare con gli occhi. Milano mansueta, che riprende fiato.

venerdì 8 giugno 2012

arriverà una notte che

"Quella sera sono andato a sentire un concerto tributo ai Nomadi. Tornato a casa verso le 23, sono andato a letto perchè ero proprio stanco. Ad un certo punto ho sentito un boato, un boato fortissimo. Tutto si muoveva, sembrava la fine del mondo. Io e mia moglie siamo corsi fuori, ho preso la macchina e guidato fino a qui. C'erano le strade buie, tutte le persone in mezzo alla strada, in preda al panico. Pensavo al mio agriturismo, ai miei animali. Pensavo che una volta arrivato qui non avrei trovato più niente. Li ho trovati tutti vicini fra loro, i miei animali. Tutti salvi. Terrorizzati, ma salvi.

lunedì 4 giugno 2012

emilia #2

Prestare attenzione al binario due, treno in transito. Mp3 moderatamente alto nelle orecchie e nemmeno fai caso all'annuncio, così mentre sei seduta sulla panchina fra il binario due e il binario tre, ti lasci sorprendere dall'intercity che passa ai 150 km/h e ti scompiglia i capelli e per un attimo ti fa rimanere senza fiato. Perchè mica te lo aspettavi.
Era il 13 maggio e stavo guidando verso Finale Emilia. Pranzo in un delizioso agriturismo per festeggiare una comunione. Un improvviso acquazzone aveva lasciato il posto a un timido sole. E mentre guidavo, pensavo che quelli erano davvero posti un pò magici. Fa riflettere, il destino. Era la prima volta che mi soffermavo a guardare il panorama, senza fretta.