venerdì 30 marzo 2012

nell'immaginario collettivo

Nell’immaginario collettivo,  il pediatra è il George Clooney di E.R. Alto, palestrato, dongiovanni, affabile, sorriso Durban’s stampato in viso, battuta pronta in ogni circostanza. Saluta i suoi piccoli pazienti con “Ciao campione” e un buffetto sulla guancia. Sempre pronto a dare la risposta giusta e più rassicurante alle mamme che non appena incrociano il suo sguardo dimenticano di essere al mondo.
Al telefono, risponde con un buongiorno signora, tutto bene? Mi dica, come sta il nostro piccolo ometto? Febbre? Oh mi dispiace accidenti. Ce la fa a portarmelo qui in ambulatorio? altrimenti passo io. Ma certo, nessun problema. Nel frattempo, gli faccia un bell’aerosol e tante coccole. Tranquilla, in pochi giorni lo rimettiamo in piedi.

Nell’immaginario collettivo, appunto.
Nella realtà…

Pronto sono la mamma della bionda coi boccoli.

Dicaaaaa. (tono uguale al Fabrizio Biggio/impiegata alle poste ne I soliti idioti)
Cioè, neanche un buongiorno. No. Solo un dicaaaaa.

E poi. Febbre? Si? Tachipirina. Tosse? Si? Sciroppo e aerosol. Se me la vuole portare gliela visito. Però ho la fila. C’è da aspettare. Se ha catarro, glielo faccia sputare.
Ma dai, pensavo di farglielo mangiare spalmato su una fetta di pane. Comunque, grazie. No non gliela porto. Per carità non venga neanche a casa, che poi mi tocca chiamare il parroco per far benedire la casa. Grazie, arrivederci.

‘derci.
Particolare per nulla trascurabile: nella realtà, il pediatra è il sosia perfetto di Sandro Bondi.

Nell’immaginario collettivo, il responsabile della sala pesi della palestra è un Maciste completamente depilato, abbronzatissimo, rasato e con tatuaggio strategico sul collo. Magari una scritta in giapponese. Sicuro come l’oro che il tatuatore l’ha fregato. Quello che lui crede sia un bel “sono il re del quartiere e spadroneggio” in realtà è “Un chicco d’uva ed un fico devono attraversare la strada. L'uva ce la fa il fico no. Morale della storia? Uva passa fico secco”. Canottierina bianca da spogliarellista e pantaloncini attillati con ovatta incorporata in zona pacco. Si presenta con un Cccciao, io sssssono Manolo, masticando compulsivamente il chewing gum e stringendoti la mano così forte da farti uscire gli occhi dalle orbite per un nanosecondo.
Nella realtà ti arriva all’ascella, indossa una tuta con pantaloni lunghi e felpa perché il colpo d’aria assassino è sempre dietro l’angolo. È così minuto che si taglia con un grissino, come il tonno. Lo guardi e sei convinta che quando finisce il turno vada alla bocciofila di quartiere a farsi una partitella. È identico a Giovanni del trio, però senza baffi.

Nell’immaginario collettivo, la vecchietta di quasi 90 anni esce di casa tutta imbacuccata solo per andare nella bottega di fiducia a 20 passi da casa avvinghiata alla badante, e ricama lenzuola da mane a sera.
Nella realtà, indossa un cappottino di lana anche alle 8 di mattina con -3, occhiali dalle lenti lilla come la Bardot a St.Tropez e nessun tipo di copricapo. Esce dal garage con una rombata da partenza al Mugello al volante della sua Ritmo del 1980 e va a fare la spesa al supermercato.
Ti aggiusta l’orlo del vestito e già che c’è lo accorcia pure, perché le gambe bisogna farle vedere. E quando tu, complimentandoti per le sue eccellenti condizioni fisiche e psicologiche, le dici eh signora, nella vita bisogna esser fortunati, lei ti risponde no mia cara, ci vuole proprio del gran culo.

martedì 27 marzo 2012

zigulì


Solo i pensieri di un uomo. Di un padre. Una storia raccontata attraverso spicchi di una vita difficile, con un figlio difficile, disabile da quando aveva un mese di vita. È un libro bellissimo, crudo ma bellissimo, che si consuma in una sera. Non è necessario essere genitori per leggerlo perché questa è la storia di un uomo davanti a una montagna. È la storia di un uomo davanti a una montagna impossibile da scalare. È la storia di un uomo che un giorno si arrende e rimane ai suoi piedi, la guarda pensando hai vinto tu. È la storia di un uomo che poi, il giorno dopo, si accontenta di arrivare almeno alla fine del primo sentiero di 3 km. Per sentirla sua, per esserne parte. E da lì non vorrebbe mai andarsene. Vorrebbe farsi cullare da tutta quella meraviglia nascosta, chiudere gli occhi e immaginarsi già lassù per dirle finalmente ce l’ho fatta. Tu sei mia. E io sono tuo. Per sempre. Non tutte le storie hanno un lieto fine. Però. C’è un però. Una giornata in Val Canè. Lui e il figlio, insieme. Il padre che spinge il passeggino sulla neve. La strada diventa difficile da percorrere, allora che si fa? Lo si carica sulle spalle e si procede. Nel silenzio assordante che solo la montagna può regalarti. Il rumore dei passi pesanti e affaticati che avanzano. Ed ecco che la magia accade. Quel giorno, la vetta era davvero vicina.  Inarrivabile, forse. Ma vicina.
“Ho imparato che ognuno vuole vivere sulla cima della montagna senza sapere che la vera felicità sta nel come questa montagna è stata scalata”. Io amo pensarli così. Con questa frase di García Márquez. Pensarli. Perchè le parole in certi casi sono davvero superflue.



venerdì 23 marzo 2012

il giorno e la notte


Si presenta all’ingresso della scuola materna alle 8.30 con capelli lunghi e perfettamente phonati, trucco leggero ma studiato, smalto in tinta con l’abbigliamento del giorno che solitamente prevede un tailleur pantalone. Tacchi alti quanto sua figlia minore sui quali ancheggia sculettando con una certa grazia, nonostante tutto. L’avambraccio destro, piegato come se avesse appena fatto l’esame del sangue, è impegnato con la IT bag del momento. Pollice e indice sorreggono gli occhiali da sole. La mano sinistra ha invece il suo bel daffare con quel solitario grande come un dattero che potrebbe tranquillamente farle da guanto. Il maschio, primogenito, sembra appena uscito dalla serie tv del Piccolo Lord e fa una discreta pena. La femmina è praticamente una teiera inglese rivestita di pizzo chantilly. La scena è sempre la stessa. Lei che avanza sicura di sé, mentre ad ogni passo gira il capo a destra e a sinistra per vedere se qualcuno la sta osservando, stando ben attenta a far svolazzare la chioma come nella pubblicità della Pantene. Dietro, quei due poverelli. Ogni tanto si gira per controllare che ci siano, esortandoli a sbrigarsi con un su, piccoli. Filippo, aiuta la sorrellina a fare le scale. Dietro a loro ci sono io. Con i jeans, le scarpe da ginnastica, la maglietta di Topolino, il giubbino di pelle, la maxi borsa a tracolla che usavo all’università. Niente trucco, il più delle volte sono ancora digiuna perché la sveglia è suonata 40 minuti prima e se riesco a darmi una pettinata al semaforo è grasso che cola. Cerco di agevolare l’ingresso in aula della bionda coi boccoli con la punta del mignolo puntata sulla sua nuca. In una mano il cambio del bavaglino e i biscotti che non ha finito in macchina, nell’altra chiavi di casa e cellulare. E la descrizione non è esagerata, è fantasticamente realistica.

Hey sEnti, scusa. Volevo chiEderti una cosa.

Mi dice lei, una volta uscite dall’asilo.

Sai so che sei del settore e quindi, niente, ecco sto rinfrescando il mio inglese perché per lavOro mi servirà mOlto e poi quest’estate nella nostra villa all’isola d’Elba abbiamo ospiti straniEri importanti, fra cui il designer della casa automobilistica xyz, non so se lo conOsci.

No.

Ah. Beh comunque ti dicevo, sto seguendo questo cOrso di auto apprendimEnto, ora sOno al livello 3 di 4 e sai questi americanismi come GONNA e UONNA mi mandano un po’ in crisi però sono una AP MEDIAT.

Upper intermediate.

Sì giusto upper intermediate e quindi mi chiedevo se dopo questo corso avevi qualche suggerimEnto da darmi. Mi sai dire? Ok, grazie mille.

E se ne va, a colpi di natiche.

Io mi sono fermata un attimo a guardarla e ho pensato che deve essere un’enorme fatica dover sempre dimostrare al mondo ciò che si ha. Quando sarebbe tremendamente più semplice far capire agli altri ciò che si è. E io e lei, l’una accanto all’altra mentre ci dirigevamo verso le rispettive macchine, eravamo il giorno e la notte.



lunedì 19 marzo 2012

silenzi

Auguri a tutti i papà. Auguri, perché no, anche ai figli. A quelli che oggi compreranno un piccolo pensiero, andranno a casa per consegnarglielo o ancora meglio gli faranno una sorpresa al lavoro, accompagnati da una piccola bionda coi boccoli che lo chiama nonno. Auguri a quelli che hanno il loro papà altrove, non importa dove.  Auguri perché ogni figlio trovi cinque minuti per guardarsi allo specchio, in silenzio. Siete voi, i vostri papà. Nei vostri sguardi, nelle vostre movenze, nei vostri sorrisi, nelle vostre ambizioni, c’è un po’ di loro. Che vi tenete inconsapevolmente stretto e caro, nella vostra quotidianità.

Lui ha sempre messo da parte le sue preoccupazioni spesso con grande fatica lasciandomi libera, libera di sbagliare, libera di essere felice, libera di essere insoddisfatta, libera di partire, libera di essere. Avevo 16 anni quando intrapresi un lungo viaggio in treno, 3 cambi, senza cellulare perché allora ancora non usavano. Entrò nel vagone, aiutandomi a sistemare i bagagli. Poi uscì, si mise davanti al vetro e mi fece le solite raccomandazioni. Io seduta con lo zaino sulle ginocchia, lui in piedi, con le braccia conserte.  Il treno era già lontano quando curvò leggermente e io lo vidi ancora là, che guardava e pensava. Pensava se avevo abbastanza soldi, se il treno sarebbe arrivato puntuale, se davvero non mi sarei persa, se aveva fatto bene a lasciarmi partire.
Pochissimi anni in più e me ne andai, sola, dall’altra parte dell’oceano. Ogni volta che partivo lui doveva essere con me, a guardarmi oltre il check in, le mani dietro la schiena, i Ray Ban da sole che spesso dimenticava di togliere. Un mezzo sorriso. Chiama quando arrivi. Fai a modo non me l'ha mai detto. Era implicito e onnipresente, nei nostri silenzi. Poi usciva e aspettava il decollo. Io lo so, che avrebbe venduto un rene al mercato nero pur di avermi sempre con sé, sul tappeto della cameretta a giocare con le Barbie. Ma ha sempre saputo e capito che fermare i miei sogni avrebbe significato uccidermi. E allora ha mandato giù tanto biglietti aerei, tanti giorni, anni, via da casa, un percorso di studi diverso da quello che avrebbe voluto. Lo ha fatto per me. Solo per me. E questo è in assoluto il regalo più grande e per nulla scontato che un padre possa fare a un figlio. Mi avrebbe voluta al suo fianco. Ma io non sarei mai stata felice. Ce lo siamo detti tante volte, in silenzio. E allora io in cuor mio faccio un gran tifo per lei. E ogni suo trenta è anche mio. E io non gliel’ho mai detto, ma ha due palle così e può davvero farcela.

 È lui che devo ringraziare se oggi sono quella che sono. Una tipa sgaggia che sa cavarsela in tutte le circostanze. In casa io ero la grande e quindi era giusto imparassi a fare qualsiasi cosa, nonostante spesso non fosse necessario però era giusto così perché nella vita non si può mai sapere. Un mestiere molto difficile e di grande responsabilità, per un uomo che nonostante tutto è incredibilmente semplice. Una perla davvero rara. Lui mi ha insegnato l’umiltà. È  diventato quello che è ora studiando anche la notte, spaccandosi la testa in due, con me piccola. Era uno dei più giovani, allora. Io sono sempre stata molto orgogliosa di lui. E io lo so che anche lui lo è di me. Non ce lo diciamo mai, ma d’altronde questo è sempre stato il nostro modo di volerci bene. I silenzi.
Mi prende in giro col suo humour molto British. Io che gli rispondo deficiente. Lui che è diventato nonno proprio il giorno del suo compleanno e un regalo più grande non avrei potuto farglielo. Rimaneva sveglio fino a notte fonda per venirmi a prendere in discoteca, quando ancora non avevo la patente. Perché di motorino non se ne parla neanche. E allora si sacrificava. Mi accompagnava all’alba a fare i concorsi di equitazione, aveva un arresto cardiaco ogni volta che mi vedeva saltare in sella a quel cavallo così alto. Sognava noi due e una tranquilla partita a tennis, invece era sempre lì in prima fila a fare il tifo, in mezzo alla polvere. Lui che tante, tantissime volte si è scontrato con me, con le mie idee assurde, mi guardava mentre piangevo sbattendo il libro di matematica contro al muro urlando vaffanculovaffanculo io non ci capisco un cazzo. Pensava se mai sarebbe riuscito a far ragionare questa figlia così ribelle. Ribelle come lo era lui, da giovane. E in me rivedeva la sua, di adolescenza. Mi ha lasciata fare, fiducioso, sapendo che la mia strada l’avrei trovata. L’ha capito, certo che l’ha capito, quando ha visto i miei occhi così felici, la valigia in una mano e il biglietto aereo nell’altra, il cappellino in testa. La prima delle tante volte.

Per il mio decimo compleanno mi regalò una macchina da scrivere e ancora conservo gelosamente il suo biglietto Alla mia scrittrice preferita, buon compleanno,  papà. Scrissi un piccolo racconto e lo lesse a voce alta mentre camminavamo per casa. Aveva messo un braccio attorno alla mia spalla. Con l’altra reggeva il foglio. Mi sentivo così importante. È bellissimo, disse. Ora devi continuarlo.

Una sera tornò molto tardi dal lavoro. Avrò avuto non più di quattro anni. Era il periodo in cui lavorava lontano. Mi aveva portato un piccolo regalo: un bambolotto nero, vestito di azzurro. Se gli toglievi il ciuccio, piangeva. Andò a fare la doccia, io lo aspettai pazientemente fuori dal bagno, seduta sul lettone con la bambola in braccio. Dopo qualche minuto uscì, stanchissimo ma sorridente. "Giochiamo, papà?"

venerdì 16 marzo 2012

narra la leggenda


Da qualche parte, nel mondo, esiste un piccolo paese. Il paese di M.

Narra la leggenda che il piccolo paese di M. sia il paese della donna delle rose, che vive in una casa nascosta in un bosco di pini e abeti. Accanto al suo portico c'è un meraviglioso, immenso roseto. Dicono sia un posto magico perché lì le rose fioriscono in qualsiasi periodo dell’anno. Dicono non temano caldo, gelo, neve, freddo, insetti, perché la donna delle rose si prende incessantemente cura di loro. Dicono conosca a memoria la storia del Piccolo Principe e della sua rosa, e che ami raccontarla al vento.
Narra la leggenda che sia impossibile vederla, forse perché indossa sempre un vestito a fiori per mimetizzarsi meglio. Forse perché i suoi capelli sono dello stesso colore del sole, dell’aria, della pioggia. Si narra sia stata umana in un’altra vita e che si diverta ad apparire in sogno, per non dimenticare quello che era. Per non farsi dimenticare.

Stanotte ho sognato la donna delle rose. Davvero? E com’è, com’è? Non lo so, so solo che era lei.

Si narra che quando scende la notte lei cerchi la sua rosa. La sua rosa preferita. La sua rosa preferita della giornata. Rosso porpora. Dicono ne prenda i suoi petali per farne rossetto e smalto. Dicono che poi inizia a ballare sospesa nell’aria, i piedi nudi che sfiorano appena le sue rose. Gialle. Bianche. Rosa. Rosse. Un concerto di colori solo per lei. Dicono sogni di ballare col suo amato. Dicono risuonino nell’aria le note di Moonriver. Dicono il suo cielo sia sempre stellato. Stelle, luna e rose, privilegiate spettatrici di un momento fatato. Dicono che la notte di ogni 16 del mese nel paese di M., se si è fortunati, si possa sentire la melodia nell’aria che arriva da ogni dove. Ovunque e da nessuna parte.
Dicono la casa sia davvero abitata alcuni mesi all’anno, ma non ci è dato sapere da chi e soprattutto come si faccia a raggiungerla. Ma esiste, e questo basta agli abitanti di M.
Dicono lei sia così felice quando è lì da sola, e che passeggi sotto al portico, scalza. Dicono le facciano compagnia le risate dei bambini che sono cresciuti in quella casa, in tutti quegli anni. Tre generazioni. Bambini di cui lei è stata madre, nonna, bisnonna. Ridono sempre. Insieme.
Dicono sia ancora più felice quando arrivano loro, che ancora sono in questa vita. Perché la notte è più bello ballare, se sai che c’è qualcuno che piano piano, per non disturbarti, apre la finestra e con gli occhi del cuore ti vede lì, fra le tue rose. Bella come forse non sei stata mai.

“la vita gira in tondo e torna sempre da capo, perché nulla si perde e nulla muore se solo lo stai a sentire, se non lo fai morire tu”.

martedì 13 marzo 2012

quella col c.

Ora di pranzo. Cucina della casa dei nonni. Lui guarda fuori dalla finestra curioso, mentre mangia un pezzo di pane comune in attesa della pastasciutta. Spaghetti al ragù e fagioli in umido. Il suo pranzo da quando ho memoria. È praticamente Bud Spencer.
“Dev’esser morto qualcuno. Strano non mi abbiano detto niente. Sarà di sicuro quella del terzo piano, è da un po’ di giorni che aveva proprio una brutta cera. Le sarà venuto un accidente secco, perché l’ho vista ieri l’altro. Eh sì sono tutti vestiti di scuro, e poi c’è una con la corona da morto in mano. Però non vedo il carro funebre. Dai vieni a vedere. E abbassa quel tegame sul fuoco, tu hai la sindrome del fuochista come tua nonna. Quando sei  in cucina bisognerebbe mettersi la tuta ignifuga. Ecco perché poi bruci tutto. Dai su, spicciati”.
“Arrivo, arrivo, fammi ved….nonno. Nonno. N.O.N.N.O. E’ una laurea. Sì certo quella corona è un po’ grandina, in effetti  devono aver usato duemila piante d’alloro. Comunque ti comunico che non è morto nessuno. Piuttosto, chi sarà il festeggiato?”
“Eh da quassù (sesto piano) avrò visto male. Fammi guardare (apre la finestra). Ecco sì, è quel càncher maledàtt del primo piano (braccio fuori, la indica), quella che passa la vita a far la spesa. Ma pensa, fra una frittata e l’altra è riuscita pure a laurearsi. È proprio quella col culone, e pensare che sua sorella è magra impiccata. Vengono da giù e ogni tanto viene su la madre a trovarle. Son due zitelle ma cosa vuoi mai, non troveranno mai marito: una è un bidone e l’altra sembra la morte.
Lui ha 81 anni, ed è impossibile non adorarlo. Ecco da chi ho preso i geni della follia.

lunedì 12 marzo 2012

donne e motori

Metti un weekend col sole. Un evento che rende un pò speciale una cittadina normale e pigra.
E qualcuno che ama fare foto.











"Donne"...

...e motori.











Quel qualcuno che ha fatto le foto non sono io. Vi sembro una con la vena artistica, che aspetta la luce giusta e il soggeto ideale e si mette a scattare pazientemente in giro per città? Ecco, no. 

giovedì 8 marzo 2012

s'incontra gente strana

S’incontra gente strana, in fila alla cassa del supermercato.
Avrà 65 anni, forse. Comunque, meno di 70 e più di 60. Sguardo torvo, capelli radi e grigi, come il maglione che indossa sopra ad una camicia color caramello. Io una camicia color caramello, sì insomma, color Alpenliebe, credo di non averla mai vista. Pantaloni e scarpe neri, in buono stato. Cammina ricurvo, mani grandi e arrossate dal freddo, unghie un po’ lunghe ma pulite. Con la mano destra spinge il carrello praticamente vuoto, con la sinistra tiene ben saldo un sacchetto del supermercato, chiuso col doppio nodo. Arriva il suo turno e inizia a depositare alla cassa la sua spesa. Spesa strana, di una persona strana. Non so se ci avete mai fatto caso, ma anche solo guardando una persona da come è, potete intuire cosa ha messo nel carrello. Un po’ come la storia del cane che assomiglia al padrone (o viceversa?). La signora di mezza età, con i capelli perfettamente pettinati, il trucco leggero, le mani ben curate, un foulard al collo, solitamente non compera cibi già pronti, bensì carne fresca al banco macelleria. Insalata da lavare, mai quella già pronta. Detersivi in quantità, perché la sua casa è più pulita di una sala operatoria. Crocchette per il gatto. Uova, farina, burro, gli ingredienti per fare una torta, ideale per la colazione. Lo studente che ha zero voglia di studiare, figuriamoci di cucinare, che 5 sere a settimana è fuori e per le altre due gli bastano qualche lattina di birra, un paio di hamburger, pane in cassetta, patatine e gelati confezionati. Il single in carriera, azionista della Findus. Quella distratta che fa la spesa a cazzo, senza mai fare la lista perché le liste la confondono e compera tutto tranne l’essenziale. 20 vasetti di yogurt, crackers, insalata già pronta, alcool. E dimentica l’acqua. O la carta igienica. Ogni riferimento a persone realmente esistenti è puramente casuale.
Il tipo strano deposita la sua spesa strana. Almeno 20 cipolle bianche. Confezioni monodose di marmellata all’albicocca. 2 vaschette di salame a fette. 4 uova. 3 bottiglie d’acqua (beh almeno lui non la dimentica). E 5 sacchetti del supermercato. 3 piccoli e due grandi, dice alla cassiera. Inizia a dividere la spesa nei 5 sacchetti, e poi ad ognuno fa il doppio nodo. Quando giunge il momento di pagare, apre il sacchetto che già aveva con sé dal quale spuntano altri sacchetti sempre dello stesso supermercato, e un piccolo borsello. Estrae 20 euro e paga. No, le figurine non le voglio.
Io sono dietro di lui e quando esco mi accorgo che ha parcheggiato quasi di fianco a me. Avvia il motore della sua punto nera e polverosa e se ne va, con tutti i suoi sacchetti nel sedile posteriore. È il classico tipo che vive da solo, in una casa sempre buia e polverosa. Non ha amici, spia la vicina di casa giovane e carina, conoscendone tutti i suoi orari. Nel freezer ha anche qualche dito mozzato. O un fegato umano. Quello del fidanzato della vicina. Che poi ha fatto a pezzi e buttato nel fiume. Ne sono certa.
...........
“Sei sicura che ti mancavano solo queste cose? Sei appena andata questa mattina a far la spesa”.
“Quante storie, volevi stare a casa tu a preparare il ragù?”

“E poi senti, io credo dovremmo comperare proprio i sacchi per l’immondizia, cos’è questa storia che trovi più comode le buste del supermercato? Anche stavolta quasi mi vergognavo, le ho dovute riempire un po’ tutte”.
“No perché poi quando sono pieni diventano troppo pesanti. Quelle vanno benissimo. E smettila di brontolare”.
“In fila alla cassa c’era una tizia dietro di me che mi ha squadrato per tutto il tempo. E poi ha comperato dei piselli in scatola, dello scottex, dei crackers. Mah, spesa strana per una persona strana. Aveva parcheggiato praticamente di fianco a me, e se n’è andata su una macchina bianca e polverosa”.
“S’incontra gente strana, in fila alla cassa del supermercato”.
Già. S’incontra gente strana, in fila alla cassa del supermercato.

lunedì 5 marzo 2012

Fast forward

D’istinto pensi che una parte di te ora se ne sia andata per sempre. I campi estivi di pallavolo in montagna, il ritorno da allenamento nella 500 blu di sua madre. La telefonata alla tua, di madre “posso fermarmi qui a cena?”. Il suo telefono, rosso, vicino alla porta d’ingresso. Il suo nome, che era solo cose belle. Dopo più di 20 anni. Solo cose belle. Assistere ai suoi successi con la soddisfazione che proveresti per i tuoi.  
Poi. Poi ti devi ricredere. Perché a mente fredda ne sei certa. Quella parte di te ora vive più che mai. Deve vivere per lui, glielo devi. Lui che era sempre felice, anche quando lo incontravi al volo per strada e ti diceva “Fra, ho un sacco da fare. Anzi. Sono proprio nella merda.”
E allora…

Spogliatoio, ore 9 am. Le over 65 si preparano alla lezione di risveglio muscolare. Già il nome è tutto un programma.
“Dopo bisogna che io scappi, ragazze (ragazze???). Devo fare la spesa e sistemare in casa, che poi oggi pomeriggio come al solito ho mio nipote. Ho anche un sacco di cose da stirare. Ah ma comunque mia nuora è proprio carina, sissì, non mi posso mica lamentare. Meno male che ci sono io, la mia consuocera lavora tutto il giorno”.
Tua nuora ti odia, ma fa la ruffiana perché dove la trova un’altra babysitter gratis, che ti stira anche tutto il bucato?
“Anche io ho mio nipote, oggi”.
“Sei nonna? Ma daaaiii! Scusa quanti anni hai? Perché non si direbbe, è vero?” si rivolge alle altre, che annuiscono poco convinte.
“68”, afferma con un certo compiacimento, mentre si allaccia le scarpe da ginnastica.
“Uuuuh, complimenti!”. E certo cosa vuoi rispondere? Te ne davo di più?
Tu sei proprio in forma, dice una Mrs.Doubtfire a una morettina permanentata, che in effetti pare la meno peggio. Inizia a spogliarsi, si toglie il reggiseno per mettere quello da palestra eh oh-mio-dio, occhio che te le pesti. Ammettilo, che a casa le usi per lucidare il parquet.
“Eh faccio quello che posso, comunque ogni tanto mi faccio fare anche dei massaggi tonificanti, ma a mio marito mica lo dico, sennò poi brontola”
“Io invece vado sempre a camminare, ma cammino proprio tanto”. Inizia la gara a chi fa più sport.
“Sei andata anche quando c’era la neve?”
“No con la neve no, avevo troppa paura di cadere”
“Invece io sì! Sempre!”. Tiè, 1 – 0 per me.
“Tu scii?”
“No”
“Io faccio fondo! Sono andata anche per Natale” Ok, 1 – 1.
“Ma l’Ines? È un po’ che non viene. Certo che le farebbe proprio bene, mi sembra parecchio ingrassata”.
“In effetti ha un sedere enorme, e una parte più grossa dell’altra!”
“Eh perché lei HA L’ANCA”
“E' vero, è vero. Però ha anche un ginocchio gonfissimo, sembra una mongolfiera. So che sta facendo delle infiltrazioni”.
“Io invece oggi ho mal di schiena. Uff, ho proprio un fastidioso dolore qui IN CINTURA”
“Domattina vado dalla parrucchiera a farmi la tinta”
“Perché, li tingi?”
Ha i dati della carta d’identità incisi in una tavola Maya e secondo te quel casco di banane color corteccia di pino che si ritrova in testa è naturale? Su, andiamo.
“Ciaaaaooooo Ines!!!” Coro di stronzette.

E' arrivata la povera Ines. La situazione si fa interessante.
“Ciao a tutte!”
“Ci stavamo giusto chiedendo che fine avessi fatto! Sei in forma, eh!”
Io mi lancio dentro all’armadietto e faccio finta di cercare qualcosa,  perché non credo di riuscire a star seria.
“Su andiamo che inizia la lezione! Dopo vi fermate per 10 minuti di sauna? Tutta salute!”.
“No io poi vado in sala pesi a fare un po’ di tapis roulant”
“Aaaah, però!” Invidia pura come se piovesse.
Come dice sempre mio nonno, voi donne siete delle serpi maledette.

Cara Ines dai retta a me. Cambia palestra.

giovedì 1 marzo 2012

memory is life

Hey tu, che non rispondevi mai agli sms perché preferivi sentire la voce degli amici. Che a dispetto di tutti quegli insegnanti che non hanno mai creduto in te, facevi un lavoro che amavi. Eri proprio un artista. Un meraviglioso artista. Quanti pomeriggi a fare i compiti nella tua cucina, con la Girella e il succo di frutta e tua madre che come un registratore ripeteva dai che sennò non avete tempo per giocare. Ho ancora alcuni tuoi quaderni di scienze delle medie, da qualche parte. Quante partite a pallavolo. Tu eri un po’ una schiappa, sappilo. E lo so che venivi al corso perché c’ero anche io. E le giornate in campagna, te le ricordi? In quella campagna che per me piccola seienne col caschetto era lontanissima e per questo speciale. E le feste di compleanno? Ridevamo come pazzi. Dio, io ho sempre adorato chi mi fa ridere. E le uscite insieme? Mi avevi quasi fatto diventare una ragazza a modo, con tutte quelle serate a teatro. Siamo proprio cresciuti insieme, un po’ persi alcuni anni quando io sono andata a studiare lontano, ma eravamo comunque sempre vicini. Ecco, volevo dirti che non si fa così. No, non si fa proprio. Perché dovevamo andare a mangiarci quella pizza, insieme. E invece ricevo una telefonata. Credo di essere ancora ferma a quelle quattro parole. A. È. Morto. Sabato. Ho riattaccato. Smesso di lavorare. Lasciato tutto lì. Messo una musica assordante, credo fosse una delle mie solite porcherie dance. E ti ho pensato tantissimo e fortissimo, sperando di strapparti al cielo coi miei, nostri, ricordi.

Volevo dirti che la vita sarà diversa senza di te e averti avuto come amico è stato un privilegio. Volevo dirti che sarò felice anche per  te e tutte le cose belle che abbiamo condiviso non me le potrà portare via nessuno. Memory is life, e allora ti stringerò nei miei giorni per sempre, per non farti morire mai davvero, perché l’assenza è davvero una più acuta presenza e ti troverò in ogni manifestazione del bello, quello che tu ricercavi ogni giorno. Volevo dirti che questi pensieri sono le mie lacrime per te, quelle che non sono uscite durante il tuo funerale in mezzo a tutto quel dolore più grande di noi,  perché lo sai che io sono una tipa un po’ strana. Volevo dirti che l’applauso col quale ti abbiamo salutato fuori dalla chiesa era come un abbraccio e so tu l’hai sentito. Assistere a quella messa è stato assurdo e faceva male, tu l’hai capito e mi hai detto va tutto bene, Fra. E un po’ di pace è arrivata. Hai visto che mi sono praticamente seduta in un altro posto accanto a degli sconosciuti e a una borsa che non era la mia, di ritorno dalla comunione? Con la Vale che dall’altro banco mi diceva sottovoce dove vai? Vieni qui…solo tu potevi fare una cosa simile. Lo so che hai riso di gusto, pensando chessscema. Volevo mettermi il vestito blu comprato per la tua festa dei diciott’anni, volevo essere bella per te. Non l’ho trovato. Lo so, lo so, sono la solita casinista. Scusa se non verrò molto spesso a portarti i  fiori al cimitero, ad accarezzare la tua foto, a tirar su col naso e tutte quelle cose lì. Tu non sarai davvero là. Ieri sono passata davanti a dove lavoravi e ti ho visto stupendo e radioso dove sempre eri e sempre sarai ogni volta che io lo vorrò, che mi guardavi e con un gesto della mano mi salutavi col tuo consueto, familiare, rassicurante “Ciao, Fra”.