domenica 26 febbraio 2012

il gettone

La sua storia inizia qui:
 http://ognunohailsuomotivo.blogspot.com/2012/01/al-civico-cinquantasette.html

Seduto sugli scalini dell’università, con una lattina di coca cola in una mano e il codice civile nell’altra, pensò. Pensò che non poteva vivere senza di lei. Pensò che era veramente una frase da checca, una di quelle che sentiva spesso quando insieme guardavano quegli stupidi film sul divano, la domenica sera. Lei se ne stava lì, con le gambe raccolte, la testa appoggiata alle ginocchia, gli occhi lucidi. I capelli rossi raccolti.
Pensò che era una frase da checca fottutissimamente vera. Non c’era niente da fare, avrebbe potuto correre all’infinito con l’mp3 nelle orecchie, correre fino a morirne. Ma non l’avrebbe dimenticata mai. Sarebbe morto di lei. Morto, così giovane? Sì, il cuore. Oh, capisco. Un infarto. No. Cuore schiacciato dal troppo amore. Da tutto quell’amore che l’aspettava da due anni ormai. E cresceva, cresceva, togliendogli tutto. Amici. Risate. Spensieratezza. Chissà se lei lo sentiva, dall’altra parte dell’oceano. Tutto quell’amore che si perdeva nel vento, da quanto ce n’era. Così bello e prezioso e sincero ed esclusivo, come solo l’amore dei vent’anni può essere. Come solo un amore per la ragazza dai capelli rossi del civico cinquantasette, può essere.
Pensò. Quanto pensò ,in quegli anni. Aveva mandato in vacca almeno 5 esami. Bevuto come una spugna con gli amici di sempre, che dicevano gli passerà. Ti passerà. Non fare lo sfigato. Pensò che non aveva più avuto il coraggio di passare davanti al civico cinquantasette, e nemmeno di prendere la bici. Perché bici significava ragazza dai capelli rossi e pedalate con lei caricata sulla canna che rideva con un cono gelato in mano anche a gennaio. Pistacchio e stracciatella, i suoi gusti preferiti.
Pensò che quella laurea in giurisprudenza non gli sarebbe servita a niente, se non ci fosse stata lei alla sua proclamazione, in prima fila con il completo nero e le scarpe rosse, come gli aveva sempre promesso. E allora piuttosto avrebbe servito pizze fumanti in un anonimo ristorante gremito di turisti. Là, non qui. Là.
Pensò che il gettone per la seconda vita lui mica l’aveva ancora trovato, e non era certo l’unico. E allora cosa ci stava a fare ancora lì. Ci pensava tutte le sere, da tanti giorni. Troppi.
Pensò che aveva davvero speso bene tutti i suoi risparmi. Pensò che ai suoi sarebbe venuto un accidente. Pensò che lei avrebbe capito. Ne era certo. Avrebbe capito che lui era cresciuto, che non gliene fregava niente di trovare le magliette stirate sul letto e le lasagne calde nel piatto. Magliette stirate e lasagne calde. Che cazzata.
Si era fatto tardi. Sua madre lo avrebbe chiamato per avvisarlo che la cena era pronta e dove sei finito? Non era più comoda la bicicletta dell’autobus? Certo che sei proprio un tipo strano.
Buttò la lattina vuota, raccolse lo zaino accanto a sé. Dentro tutti i libri e una cosa davvero preziosa. L’avrebbe nascosta nel secondo cassetto della scrivania, dentro al libro di diritto romano del primo anno. Il cuore a mille, solo a pensare a quel giorno. Quel giorno in cui tutto sarebbe davvero iniziato. Quel giorno molto vicino, ormai. Un biglietto aereo. Di sola andata. Sola andata? Per dove? Per la ragazza dai capelli rossi. Mai volare sarebbe stato così liberatorio. Avrebbe respirato le nuvole, lassù. Mangiato il sole che andava a dormire. Baciato le stelle, la notte. E il suo cuore sarebbe guarito. E, improvvisamente, capì. Magliette sgualcite e hot dog. Il suo gettone per la seconda vita.

giovedì 23 febbraio 2012

ricordo

Si saliva sulla Polo bianca e mia madre guidava nel traffico veloce come una scheggia. Poco più che ventenne, indossava sempre gli intramontabili Ray Ban a goccia anche se fuori quasi pioveva. Li ha ancora. Proprio quelli. Io seduta dietro, con la cintura. Il cappottino blu da bambina buona. Le scarpette di vernice nere. E quella cassetta che sapevamo entrambe a memoria. Lei cantava a squarciagola, io dentro di me,  perché un po’ mi vergognavo. Arrivate a casa la si ascoltava ancora. Volume alto. C’era la mia cassetta di fiabe sonore raccontate da Paolo Poli. Erano carine. Ma io volevo la musica vera. C’era sempre, in quella casa. Lo stereo appoggiato sulla base del camino, le note ci accompagnavano soprattutto il tardo pomeriggio, ricordo. Ogni tanto si fumava una Kim, lasciando il pacchetto sul pianoforte. Rimettiamo quella canzone, sì  proprio quella che mi piace tanto-tantissimo. Riavvolgo io il nastro, ormai sono capace. Partiva la melodia e avrei voluto non finisse mai. Quella canzone è infanzia. Oggi è nella playlist dell’mp3, fra un David Guetta e un Bob Sinclar. Racconta la storia di due ragazzi che vanno ad assistere a un concerto allo stadio. Lo stadio era pieno. Milano quel giorno era Jamaica. Con quelle palme immense sulle strade vuote, e 41 all’ombra. Cinzia e il suo veleno. Dai Cinzia, torna a casa. E Piero? Piero suonava solo la musica reggae. I suoi capelli erano serpenti neri, di medusa Marley. Piero e Cinzia. Venditti. Che indossa sempre gli intramontabili Ray Ban a goccia. Come mia madre.

domenica 19 febbraio 2012

a Carnevale, ogni scherzo vale?

Sabato mattina. Ho fatto le 4.30am e sfortuna vuole che io mi sia dovuta eccezionalmente svegliare poco più di 3 ore dopo. Mentre barcollo verso la cucina sono assolutamente certa di vedere il Divino Otelma ballare il meneito attorno al tavolo, col mio gatto in testa stile Ultimo dei Mohicani e per un attimo penso di boicottare l’impegno del pomeriggio: la temutissima Festa di Carnevale dell’Asilo. Poi, dopo essermi appropriata della sedia e della torta alle mele di mia nonna in grado di far resuscitare anche Laura Palmer, ci rifletto bene e penso che presenziare a un evento simile può anche avere i suoi lati positivi, se affrontato con lo spirito giusto. Ho un flash: una settimana fa. Mamma di S: noi mamme potremmo  vestirci  da Winx! Dai! Sarà divertente! Certo come no! Della serie: facciamoci compatire. Non c’è niente di più triste di un adulto mascherato a una festa per bambini.  Le premesse per un pomeriggio, come dire, interessante, ci sono. I genitori mascherati. Dio che spettacolo imperdibile.

Baby dance a palla. Si ballano La bomba e Mueve la colita. Beh sicuramente l’animatore sarà Milton Morales. Fammi un po’ ved……no, non è decisamente lui. Vederlo mover su colita non è stato decisamente il massimo.


Una nonna vestita da diavolessa. Ripeto: una. Nonna. Vestita. Da. Diavolessa. Coi capelli tinti come Biancaneve. Della serie: dietro liceo, davanti museo.

Una mamma vestita da angelo. Ora, a meno che tu non sia prima ballerina alla Scala, non puoi girare in calzamaglia e body bianchi, ti prego. Non ti si può vedere, sappilo.

Un papà vestito da gigolò. Sì, avete capito bene. Da gigolò. Maglietta e pantaloni neri attillati. Occhiali da sole oversize, segni di rossetto rosso ovunque sul viso, una ciambella rossa, di quelle da mare, a forma di coniglietto di Playboy enorme. Hai sbagliato festa. Ma soprattutto: alla domanda di tuo figlio da cosa ti sei vestito, cosa hai risposto?

Temperatura della sala: 30°C. bambina-Dalmata con tuta integrale di pelo. Pronta per una spedizione sull’Anapurna. Povera creatura.




Ciao bambino, da cosa sei vestito? Fammi indovinare…lo so, lo so! Da lucidatrice. Ah…da orso. No perché sei tutto grigio e con quelle due pattine imbottite e pelose ai piedi pensavo proprio che tu fossi una lucid….ok ok, orso. Scusa eh. Non dirlo alla mamma.








Un piccolo messicano con la chitarra. Vaga per la festa piangendo e urlando mammaaaaaaamammaaaa. Sembrava cantasse. Era il top.







Due bambini hanno passato 2/3 della festa mangiando a nastro seduti al tavolino dei dolci. Madri non pervenute. Suppongo abbiano avuto una notte movimentata.


Una festa è sempre speciale, se c’è anche la tua migliore amica.






L’animatrice assistente del Milton Morales de noantri è arrivata alla festa vestita da fatina e, alla fine, se ne è andata con un abbigliamento da turno sulla Salaria. Dai, forse andava a una festa in maschera. Ma sì, sono sempre la solita maliziosa.

L’immagine della nonna diavolessa che ancheggia sulle note di sensual un movimiento sensual, sensual un movimiento muy sexy con un bicchiere di carta in mano pieno di vinello rosso, credo difficilmente mi si toglierà dalla testa. Spero nessuno si sia accorto che per godermi meglio la scena ho trafugato due stuzzicadenti dalla zona tramezzini per mettermeli fra le palpebre come in Arancia Meccanica.

mercoledì 15 febbraio 2012

le ho detto

“Accidenti, non pensavo fosse così dura. Ho mal di testa cronico e non dormo da non so quanto”.
Incoscienza. Ci vuole incoscienza. È per questo che non ricordo sia stato così difficile. Mi guardo indietro e sì, ritrovo delle notti insonni, però sai che figata mangiarsi mezza barretta di cioccolato alle 4 di mattina, non è mica da tutti. Già che uno è sveglio, almeno che lo sia anche per qualcosa di piacevole. Ricordo le passeggiate in corridoio per cercare di farla addormentare, i primissimi giorni. Non conoscevo nemmeno una ninna nanna eccetto “questa bimba a chi la do la darò all’uomo nero…” e allora anche no. Di contro facevo dei mugugni tipo monaco tibetano in ritiro spirituale e mi facevo anche un sacco ridere. Ridevo sotto ai baffi. Con gli occhi semichiusi per la stanchezza, il pigiama con i conigli e le antiscivolo rosse. Che idiota. Spesso cantavo Ligabue, soprattutto al pomeriggio. Ma anche Knockin’ on heaven’s door era uno dei miei cavalli di battaglia. Credo lei si addormentasse per non sentire quello strazio a oltranza.
Le ho detto di non prendere la faccenda troppo sul serio. Che se sporca 5 tutine al giorno chissenefrega e non provarci nemmeno a lavarle a mano, non sei mica Cenerentola.
Le ho detto di mettere su la musica, quella figa da locali che piace tanto a noi, e di ballarla davanti a suo figlio, nei pomeriggi di pioggia. Lui si divertirà come un pazzo, e anche lei.
Le ho detto di guardarsi un po’ di tv mentre allatta. Che uno non può mica sempre stare lì in adorazione del piccolo tubo digerente che si sfama. Dopo una settimana e circa 60 pasti, c’è ben poco di nuovo da scoprire. Io guardavo sempre Italoamericano con Fabio Volo, e sognavo gli States. Sognavo il giorno in cui finalmente l’avremmo portata oltreoceano.
Le ho detto che io mai come in quel periodo ero aggiornata sulle nuove collezioni. Perché con la scusa di fare una passeggiata con la carrozzina, ero sempre in centro per negozi. Roba da far invidia a Enzo Miccio e Carla Gozzi.
Le ho detto che i neonati sono obiettivamente una palla. Perché non ti danno soddisfazioni. A parte i rutti fotonici, che maledettame perché non li ho mai registrati? Per il resto è tutto un sonnolattecaccapianto. Ma tempo pochi mesi e inizia il divertimento. Io imparai a fare il brodo vegetale. Mica roba da poco. Ne andavo così fiera che lo raccontai a cani e porci. Ok è vero mi sono fermata a quello, ma non si può mica essere perfetti.
Le ho detto che poi apprezzerà ancor di più il lavoro. Pagata per stare seduta, in silenzio, a fare una cosa alla volta, se va male due o tre. Non diecimila. Un vero lusso.
Le ho detto di trovarsi degli spazi per lei. Di uscire un po’, da sola. Bisogna andare in farmacia. Vado io! Ah che figata! In farmacia! Da sola! Cosa mi metto? Aspetta che apro l’armadio e scelgo! Beh l’abito del matrimonio di P. forse è un filino esagerato. “Se tu fossi qui andremmo a prenderci un aperitivo in uno dei nostri posti preferiti, come ai vecchi tempi”. Già. Se io fossi lì. Mannaggia.
Le ho assicurato che un figlio non è una limitazione e ora lei non è diversa. È più ricca, dentro.
Che tornerà il tempo per essere nuovamente indipendente e non vincolata a orari e routine. Che con un figlio ci si diverte un casino perché sanno essere così buffi e ingenui, ma allo stesso tempo incredibilmente saggi e sinceri e disarmanti nella loro imperfezione così perfetta. E se lo dico io, eterna diffidente verso chi è più basso di 150cm, c'è da fidarsi. Che un figlio ti migliora. Che se ti salta una serata con gli amici in fondo non t’importa granché, perché resterai in casa a giocare alle principesse, o a girare su te stessa a mina dicendole vedi se vai forteforte poi quando ti fermi gira tutto ed è fichissimo dai prova. Che un figlio è un ottimo alibi per non crescere mai. Che magicamente se vuoi, se lo vuoi veramente, ti accorgerai di non aver perso niente. E ritornerà tutto. Ritorneranno i viaggi. Non vedo l’ora di portarti in aereo, pensai guardandola stretta nella sua tutina color panna con l’orsetto di marzapane disegnato davanti, 12 ore di vita. E arriva davvero, quel momento. Arriva. In un attimo.
Le ho assicurato che non si è mai pronti a diventare madre. Mica esistono dei corsi. Brava hai superato l’esame, ora sei idonea. E allora tanto vale non pensarci su e buttarsi. Un salto col bungee jumping. Ti sembra di cadere e di non farcela e poi eccoli lì, l’elastico che ti salva. E se sei giovane è meglio, molto meglio. Perché un figlio ti stanca fisicamente e, dicono, psicologicamente. Dicono. Non pensarci, era il titolo di un film. Ecco. Non pensarci. Vai avanti. Hai avuto il privilegio, non scontato, di fare la cosa più bella in assoluto possibile per un essere umano: dare la vita. Oh quel fagiolo di 2 cm che avevo in pancia ora è una bambina che balla Lady GaGa e Bob Sinclar. Mica pizza e fichi.
“Ecco lo sapevo che dovevo chiamarti. Adesso vado proprio a recuperare i dvd di Sex&The City e oggi mi guardo qualche puntata. E sì, candeggina delicata e tutto in lavatrice. Altro che lavaggi a mano. Stavo per impazzire. Sono proprio rinco”.
Ora sì, che ti riconosco. Vedi, che non sei cambiata?

lunedì 13 febbraio 2012

il mio mito del lunedì


Varchi la soglia della palestra e la receptionist ti saluta con un “Ciao, buongiorno!” E tu pensi il classico buongiorno un cazzo, perché sono solo le 9am di lunedì e tu sei in piedi dall’alba delle 6.50 perché prima hai anche lavorato. Oggi lo devi trovare assolutamente, ne hai un bisogno estremo davvero. E infatti….

Ha circa 70 anni. Capelli grigi pettinati all’indietro. Fede al dito e orologio al polso. Indossa un paio di pantaloni lunghi, quelli classici maschili da ufficio, ma senza la piega. Una canottiera a maniche corte in pura lana vergine, che lascia intravedere una canotta senza maniche. Un paio di scarpe in tela blu, senza lacci e con la suola in gomma. Sono uguali a quelle che portava mio nonno al mare. Un asciugamano a righe verdi e blu al collo, alla Rocky. Sale sulla bilancia, si china così tanto per leggere il peso che hai paura non riesca più a risalire. Poi sale sul tapis roulant e inizia a camminare pianissimo: non starà andando all'indietro? Rimane per circa 10 minuti e poi scende tenendosi ben stretto. Si pesa di nuovo. Pare soddisfatto. Avrà perso 20 grammi. Poi s’incammina con calma verso una panca, alza lo schienale al massimo e sistema l’asciugamano. È seduto in posizione eretta, comodo comodo davanti a MTV. Gli manca solo il piatto con la pasta al ragù. Apre le braccia, i pugni serrati. E le richiude, davanti a sè. Apre e chiude diverse volte. Non ha i pesi in mano. Io che sollevo in tutto 8kg in confronto mi sento una gran figa. Va beh non abbiamo proprio la stessa età ma non stiamo a guardare i dettagli. Ad un certo punto gli suona il cellulare. “Pronto? Rina? Son ancora in palestra! Ma ci vuole il suo tempo eh. Lo so che devo prendere il pane. No che non posso scrivere come faccio. Prova a dirmi che mi ricordo. Pane, proSiutto. Cotto o crudo? Crudo. Mele. Quanti kg? 1kg. Fai la torta? Bene, bene. Viakal? Lo vendono al forno? Sei sicura? Poi basta sennò mi dimentico. Finisco gli eserciSSi poi parto. Ciao”.
Il mio mito del giorno è lui. Ognuno di noi dovrebbe averne uno, il suo pensiero che ti accompagna durante la giornata la renderà migliore soprattutto se qualcosa va storto. Alcuni miti sono così speciali che difficilmente te ne dimenticherai. Lui è uno di questi, senza dubbio. E poi trovarlo subito così, inaspettatamente alle 9 di mattina. Di lunedì. Wow.
Ora che ci penso, ho finito il proSiutto. Vado a comperarlo.

giovedì 9 febbraio 2012

amori

Lo conosci, vero?
Sì certo, l’ho visto anche alla festa di Natale
Vedi dov’è, adesso?
Aspetta, c’è un sacco di gente. No, non lo vedo.
Dai là, di fianco a quello con la felpa grigia. Ha un maglione a righe blu e bianche. Uff non vedi mai niente.
Ok ora lo vedo. Sì è molto carino. Ma lo sai, a me piaceva molto di più Giacomo detto Jack, il morettino bello e dannato. Quello con la faccia da furbetto, che ti guarda con aria di sfida. Lui ti avrebbe dato filo da torcere. Si vede lontano un miglio che è un ribelle alla Johnny Depp. Ha un fratello di pochissimo più grande di lui e ha imparato da subito a sapersi difendere. A stare al mondo. Il classico tipo che ti porterebbe a fare un coast to coast in Harley. Vi ci vedo proprio. Tu coi boccoli biondi al vento che spuntano da sotto il casco e gli occhiali da sole. Un foulard al collo. Apriresti le braccia facendo finta di volare. Mangeresti il vento. Non chiameresti mai a casa, dimenticandoti di tutto e di tutti. Non mi stupirei se decidessi di non tornare più. “Siamo a San Francisco. Cerchiamo casa e un lavoro qui”. Boccoli biondi e Giacomo detto Jack. Tutta la loro vita in due borsoni attaccati a una moto.
Adesso lui non mi piace più.  Preferisco Alessandro detto Alle, te l’ho detto.
Già. Alessandro detto Alle. Lui lo immagino con gli occhiali, il gilet da nonno, di quelli coi bottoni in pelle. Vorrà la camicia sempre perfettamente stirata e inamidata. E questo sarà compito tuo, sappilo. Mentre Giacomo detto Jack indosserebbe solo magliette sbiadite e stropicciate. Comunque. Alessandro detto Alle guiderà un’utilitaria come tante, sarà puntualissimo, efficientissimo. Nel weekend farà piccoli lavoretti di bricolage, sistemerà il lavandino quando ci sarà il tubo che perde. Ti porterà al mare sempre nello stesso posto, stesso periodo dell’anno.
Come dici? Sì, ci fu un mio Alessandro detto Alle. Taaaanti anni fa. Mi disegnò un bambino e una bambina che si tenevano la mano, e scrisse “vuoi diventare la mia fidanzata?”. Sotto, due caselle: sì/no. Io risposi di no.
E poi?
…e poi, basta. Beh sì, c’è rimasto male. Cosa vuoi mai, morto un papa se ne fa un altro.
Cosa c’entra il papa?
Niente, è un modo di dire. Dai, andiamo che siamo in ritardo.

In realtà…..gli restituii il disegno. Mi disse che potevo tenerlo, che era per me. “No grazie, mi fa schifo”, risposi. E corsi via, verso il mio Giacomo detto Jack.
No. Questo non ho avuto il coraggio di raccontarglielo, per ora.

lunedì 6 febbraio 2012

sode queste chiappe

Sono sul tapis roulant e per non pensare che potrei spendere questa preziosissima ora stando sul divano a leggere o in centro a comperare scarpe, mi dedico all’osservazione dei soggetti presenti in sala. Ché se mi volto a guardare mia sorella sicuro ridiamo, ci deconcentriamo e finiamo morte piallate dal nastro impazzito. Due sottilette.


Il soggetto numero uno si palpa il culo ogni 2 minuti. Non ce l’hai come quello di Ricky Martin quando ballava Linvin’ la vida loca, fidati. Mi duole dirtelo ma attualmente le tue chiappe sono due pere Abate rovesciate.
Soggetto numero due è sdraiato sulla panca. Solleva due micro pesetti. Cinque ripetizioni e poi, giuro, si ferma a bere e a guardare un intero video su Mtv. Poi ricomincia. Cinque ripetizioni, acqua, video musicale. Suppongo debba far venire le 7 di sera.
Soggetto numero tre è decisamente sovrappeso e lamenta una fame incredibile. In questa ora di palestra brucerà circa 400 calorie che prontamente recupererà alla grande pranzando con polenta e cinghiale.
Soggetto numero quattro. Si rivolge al responsabile della sala pesi: Alle, Alle, il petto! Il petto! Mah, si starà riferendo al petto di pollo. Forse deve far la spesa e ha paura di dimenticarsene. Poi continua: Alle, il petto! Non mi hai messo gli esercizi per il petto. Non. Ci. Credo.
Soggetto numero cinque: abbronzatissimo, depilatissimo. Passa il tempo a guardarsi allo specchio mentre solleva i pesi. Poi si sistema il ciuffo. E si liscia delle sopracciglia che in confronto Belen ha quelle di Peo Pericoli.
Soggetto numero sei: non sto guardando te, se ti sposti riesco a vedere, oltre che sentire,  Moves like Jagger. Grazie.
Soggetto numero sette: ma guarda ‘sto nonno. Cosa ci fa qui? Oh my god, è da mezz’ora che corre bello come il sole, nessun segno di cedimento. Ditemi che è finto, vi prego. Perché io sto per esalare l’anima e ho almeno 30 anni in meno.
Soggetto numero otto: tutina super aderente. Uè Roberto Bolle della bassa, qui fino a prova contraria non si balla.
Soggetto numero nove: non pervenuto. D’altronde come dargli torto, pover’uomo. C’è Rihanna che ci dà di natiche, con degli shorts in pelle da visita ginecologica.
Soggetto numero dieci: si accinge a sollevare un bilanciere che diomama pesa sicuro come un Suv. Fatico a star seria, perché E. mi ha giurato che una volta un tipo in palestra se l’è fatta addosso per lo sforzo. Prima volta: parametri vitali nella norma. Seconda volta: rosso in volto. Rosso-rossissimo. Un semaforo. Terza volta: urlo disumano. Lo lascia cadere a terra e il pavimento trema. Quarta volta: hey cocco, hai dei pezzi di cervello che ti stanno uscendo da un orecchio. Quinta volta: è ufficiale, gli è partito un embolo. Destinazione paradiso. In tutti i sensi.


...e lui rimane il mio mito.

mercoledì 1 febbraio 2012

Jawad Joya avrebbe potuto laurearsi qui

Jawad Joya rappresenta una speranza per tutti quelli che pensano di non averne. Jawad ha una forza di volontà che spacca il mondo, che molti in Italia non hanno. Nel nostro paese esistono persone disoccupate che hanno l’opportunità di frequentare un corso di formazione gratuito e dopo una settimana abbandonano perché “è troppo impegnativo, sai ho famiglia e poi chi stira? La sera sono troppo stanca”. E ancora “ah no quel tipo di lavoro non mi piace, piuttosto sto a casa. A fare cosa? Eh, ad aspettare che la situazione migliori”. Ho scoperto Jawad leggendo “La fortuna non esiste” di Mario Calabresi che a ragione afferma di aver avuto fra le mani una storia meravigliosa. Mai titolo fu più azzeccato per descrivere la sua vita: non è vero che ha avuto fortuna, semplicemente non si è mai arreso, è andato disperatamente alla ricerca del suo momento, della sua occasione nonostante il suo grave handicap. La sua storia sembra una favola e invece è vera, e ti fa pensare. Nato a Kabul, a un anno si ammala di poliomelite e fino ai 13 è analfabeta, perché le scuole a causa dei suoi problemi fisici non lo volevano. Lui non si arrende, insiste, s'informa, si fa portare in spalla da sua madre in tutte le scuole della zona e grazie al direttore della Croce Rossa Internazionale inizia a prendere lezioni private con un insegnante. Decide che questa è la grande occasione della sua vita e non può in alcun modo lasciarsela sfuggire né tantomeno sprecarla. Studia come un matto e contemporaneamente lavora part time per la Croce Rossa, mantenendo così la sua famiglia. A 17 anni parte per l’Italia e studia al Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico a Duino. Decide poi di non restare nel nostro paese. Perché le università non sono abbastanza accessibili per una persona che si muove con la sedia a rotelle. Parte per l’Indiana dove studia sociologia, antropologia ed economia con una borsa di studio americana.
La lunga chiacchierata in un ristorante Washington fra  Jawad e Calabresi si conclude così:
“mi chiedo adesso come faccia ad andare a casa, sono pronto ad aiutarlo e invece mi troverò a inseguirlo per strada mentre corre a zigzag sulla sua carrozzella rossa. Camminando con lui vedo Washington con altri occhi e mi rendo esattamente conto di cosa intendeva dire quando parlava di vivibilità: il marciapiede è largo, a ogni angolo ci sono le discesine, alla stazione della metropolitana c’è l’ascensore che ti porta al mezzanino per timbrare il biglietto, poi un altro ascensore ti porta ai binari, le porte dei treni sono larghe e a bordo c’è lo spazio per sistemarsi, gli autobus che lo porteranno a casa a Leesburg in Virginia hanno tutti la pedana elettrica per sollevare le carrozzine. Si muove senza problemi, in modo naturale”. Dice Jawad: “ho scelto l’America perché qui se una cosa non va c’è la speranza che cambi: i neri cinquant’anni fa non votavano, oggi uno di loro abita nella casa più importante di Washington”.

Da noi tutto ciò sarebbe fantascienza. Qui è praticamente impossibile prendere l’autobus persino col passeggino. Alcuni hanno la pedana. Ripeto: alcuni. Se ti capita quello senza, devi per forza farti aiutare aspetti appoggio le borse dentro ecco lei lo prende davanti sì per le ruote va bene io dietro un attimo si ci sono uno due tre fatto grazie e scusi eh. Per non parlare di treni e metropolitane. A bordo ci sono i posti riservati ai disabili, è vero, ma non possono salire a bordo di qualsiasi treno in modo totalmente indipendente.
Niente è impossibile, basta volerlo. Tirarsi su le maniche, farsi il mazzo, smetterla di piangersi addosso. Inseguire il proprio sogno e realizzarlo a tutti i costi. Jawad avrebbe potuto realizzarlo qui, ma noi non abbiamo i mezzi adeguati per lui. Jawad vive in America dove si muove con la stessa disinvoltura di chi problemi fisici non ne ha. Abbiamo perso una persona speciale. Cercatelo su Google perchè ne vale la pena. Ne ha fatta tanta di strada, il ragazzo. Non qui. E questo è davvero un peccato.