lunedì 30 gennaio 2012

abbiamo perfino riso

Erre è partita una notte d’estate. Erre amava la vita come solo chi sa di doversene andare presto, troppo presto. Erre amava cucinare per tante persone. Erre amava fare le sorprese. Festa di compleanno, per tanti ragazzi. Tutto preparato da lei. Voi la portate fuori per un paio d’ore, quando tornate sarà tutto pronto per festeggiarla. Erre amava prendersi cura delle sue piante. Erre amava lo spritz. Erre amava i colori caldi, soprattutto l’arancione, il rosso, il giallo. Erre amava gli orecchini pendenti e le collane in ambra e madreperla, quelle che piacciono tanto ai bambini perché quando le tocchi fanno rumore. Erre amava preparare delle meravigliose colazioni. Imbandiva la tavola del salotto e per ogni commensale faceva trovare una piccola rosa fresca accanto alla tazza del latte e biscotti. Erre ti abbracciava con tutta la forza che aveva in corpo. Erre ti chiamava cara, facendoti sentire una di famiglia. Erre amava ridere di pancia. Aveva una risata frizzante, perché sentivi la sua eco sfrigolare a lungo, intorno a te; generosa, perché ti faceva venire le farfalle allo stomaco, come tutte le cose belle; felice. Sì era una risata felice, la sua. Che riempiva l’aria. Che ti riempiva. Erre amava le scarpe.
Vorrei le prendessi tu, le scarpe della mamma. Perché mi piace il tuo stile, so ti prenderesti cura di loro proprio come faceva lei. E poi avete lo stesso numero e questo non è un caso. Tre ore di viaggio separano le due ragazze, ma almeno una volta all’anno il mi manchi amicamia bussa prepotentemente alla porta e allora si deve partire. Quella mattina fu triste, malinconica ma anche allegra e spensierata. Vedevi la sua felicità annaspare e alla fine sai si salverà aggrappandosi al salvagente degli affetti, anche del tuo affetto, che ora più che mai è prezioso. Vieni, andiamo nel suo guardaroba. Provale. Oh, ti stanno benissimo, lei le portava sempre coi pantaloni. Aspetta che mi sposto, così ti specchi. E queste? Sono il tuo genere, lo so. Hai visto come le conservava bene? Con la carta di giornale dentro, per tenerle in forma. Sì, come fai tu. Guarda, in camoscio con la zeppa. Deliziose. Vieni a vedere, papà. Dai amicamia facci una bella sfilata. Sarà divertente.
Divertente. Abbiamo perfino riso.
Il decolletè. "Quel decolletè che ha fatto innamorare tuo padre", mi diceva sempre. E quelle da sposa? Chissà dove le ha messe. Diamo un’occhiata agli stivali. Anni fa comprò un paio di stivali neri. Le piacevano così tanto che poi ne prese un secondo paio, uguale. Provali, dai. Sembrano fatti apposta per te. Questi bassi. Li indossava sempre quando c’era l’acqua alta. Di pelle marroni. Li aveva portati dal calzolaio poco prima. Poco prima di. Belli, bellissimi. Abbiamo finito. Sono così felice di saperle con te, le sue scarpe. Come fai ora a tornare a casa in treno? Sono tantissime. Dai, andiamo a mangiarci una pizza. Fatti abbracciare.
Un novembre. L’ultima volta assieme a lei. Era una giornata inspiegabilmente bella, il cielo terso, un bel sole caldo. Quando un posto è abitato da persone che adori, lo senti anche un po’ tuo. Tutti a fare l’aperitivo. Una pedalata velocissima per arrivare all'appuntamento, le bimbe caricate sul seggiolino e noi a ridere e pedalare e ridere e pedalare e guarda che arrivo prima io occhio che c'è una discesa ecco adesso ci ammazziamo ti ricordi quella volta ad Amsterdam? Sì ma io mica lo sapevo che per frenare bisognasse pedalare all'indietro. Le bici parcheggiate accanto a un bancomat. Lei ci aspettava già in quel posto dove era di casa. Tavolini e poltroncine all’aperto. Un panorama da cartolina. Il sole che piano piano spariva nella laguna di Venezia.
Prendiamoci uno spritz. Olive. Patatine. Sì dai ragazze, lasciate mangiare un po’ di schifezze anche alle bimbe. Voi quando ripartite? Domani? Peccato. Beh ci rivediamo presto vero? Sì, certo. Ci rivediamo. Presto.
Sai ho un gran male alle ossa, e ai piedi. Però mi sono detta: chi se ne frega, sarà una giornata bella e speciale. Metto proprio queste scarpe col tacco. Non sono stupende?
Oggi indossare le sue scarpe significa pensarla, ogni volta. Farla rivivere in una serata in pizzeria o al cinema, in un giorno di pioggia, in una mattina di corsa fra un appuntamento e l’altro.
Lei non se ne è mai andata.


giovedì 26 gennaio 2012

trova le differenze

Tu adesso chiude occhi e rilassa.
Eh fuori fa molto freddo! Stamattina -2! Io mette tre lampade su tuo corpo.


W. non siamo mica in mezzo alla strada, cristo santo. Fuori fa freddo, qui fa un caldo che oh cielo, c’è una scimmia sulla tua scrivania che sta facendo colazione con una banana.
Io ha acceso anche stufetta. Perché a F. piace caldo.


Ha proprio detto così. A F. piace caldo. Adesso vallo a dire anche all'ottantenne, ti prego.


….bene io adesso fa coppe! Coppe fanno taaanto bene.


Mentre ho sei bicchieri sulla schiena, gli suona il cellulare. Nei dieci secondi che impiega per dire io sta facendo terapia quale è problema ah niente di grave richiama dopo grazie io sento un fortissimo effetto ventosa e ho la netta sensazione che le ovaie mi stiano andando al posto delle tonsille.
Ecco qua. Tu non preoccupa, può darsi che rimane bolle su schiena perché coppe rimaste un po’ più di tempo.


E sti cazzi? Ecco perché si parla di torture cinesi. Potrei raccontare la mia esperienza. Magari domani chiamo le Iene. Servizio sul dott.W fra un’intervista doppia e l’inchiesta sulle sette sataniche.
Ancora sul lettino e con il disegno del cinese in posizione ginecologica esattamente davanti a me, penso che adesso glielo dico. Sì, ora glielo dico proprio. Senti W, visto che l’80% dei tuoi pazienti è di sesso femminile, io credo tu debba mettere anche altri poster. Non so, una bella gigantografia di Matt Damon, David Beckham, o David Gandy.


Gandhi? Lui importante guida spirituale!


.....riuscite a trovare differenze? Io sinceramente no. Ah si, che stupida. Il primo non porta gli occhiali.

domenica 22 gennaio 2012

come lucy e charlie brown

14 anni o poco più. Quanti dispetti le faceva. Lei mica lo sopportava, subito. Ricorda quasi tutti quel primo giorno di scuola, in palestra a giocare a pallavolo. Lui no. Lui non c’era nella sua testa. Personaggio irrilevante in quel primo fotogramma intitolato “liceo”. Cartella invicta rosa, da femmina. Cartella invicta blu, da maschio. Lui sì che era bravo. Lei no. Lei studiava solo quello che le piaceva, quello che la rendeva felice, l’appassionava, la faceva sognare a occhi aperti. Filosofia. Inglese. Italiano. Tutto il resto era contorno.
Dai non puoi non uscire se ti chiama in mate. Fatti i cazzi tuoi. Il tre sarà il mio. Ops scusa non volevo calciarti la sedia mentre stavi prendendo appunti. Vaffanculo. Mi dai un chewing gum? Un altro, quello di prima faceva schifo. Che chewing gum hai? Comprateli, se i miei non ti vanno bene. Deficiente. Prestami il tuo libro. Perché ci devi disegnare sopra? Che già non capisco niente. Eccola, si è incazzata. Oh attenzione, quando s’incazza sono cazzi. Smettila di fissarmi. Lo so che lo fai apposta, perché sai che mi dà fastidio. Che permalosa. Guarda che quello, il figo del liceo, non ti calcola neanche di striscio. Non c’è bisogno che me lo ricordi, grazie. Migliori amici. Quanti anni per capire, per ammettere che sì, un amico migliore di lui, un’amica migliore di lei, non possono esistere. Quante litigate, incomprensioni, riappacificazioni. Lei che parte in quarta come un purosangue coi paraocchi. Mica la usa, la testa. Segue l’istinto e va avanti finchè non sbatte contro le sue false convinzioni. Vaffanculo. Ti voglio bene. Lui che poi la fa ragionare. E lei che si chiede tutta quella razionalità da dove la tira fuori. Pagherebbe per averne un quinto. Sguardi che capiscono. Chiacchierate a ruota libera, senza la paura di essere giudicati. Silenzi che parlano. Con quante persone abbiamo questo privilegio?

I diciott’anni. Tutti a ballare il sabato sera. Attenzione, attenzione, arriva la cubista in minigonna. Smettila, cretino. I venti. I venticinque. Dio ma come guidi? Mi fai venire da vomitare. Sei peggio di un pensionato. Gli immancabili ritrovi con “i soliti”. Che senza lui e lei che bisticciano come due anziani in fila alla posta in fondo non sarebbero mica gli stessi. La festa di laurea. Che rossetto ti sei messa? Sembra ti abbiano dato un pugno in bocca. No ma sei gentile, anche oggi che sono dottoressa. I compleanni in campagna. Perché non ti sei presentato? Guarda che ti avevo mandato un messaggio ma non hai risposto, così mi sono detta pazienza, non potrà venire. Ma come, se non rispondo chiama no? Ma dai non si può fare così. Oh guarda che scherzavo, ci sei cascato come al solito. Sei una scema. Vaffanculo. I rispettivi fidanzati, quelli seri. Se non la sposi sei un coglione, lei è perfetta. Hai capito? Ascoltami una volta tanto. Spiegami come fa a sopportarti, poverino. Lui è un santo, te lo dico io.


  Sono incinta. Non so cosa dire, sono commosso. Il suo abbraccio che solo quello di un fratello potrebbe essere uguale. Ancora se lo ricorda, a casa della loro amica che si stava per sposare. Fai sentire la pancia, ah però già si sente sì sì. Ma cosa dici sono al terzo mese, rincoglionito. Sei gonfia. Perché ho mangiato troppo. Uh hai un capello bianco, ormai sei alla frutta, mio caro. Ecco, ieri ti passavo la gomma, oggi ti passo mia figlia. La vuoi prendere in braccio? Wow fammi una foto. L’uomo col bambino in braccio fa sempre tenerezza, così adesco gnoccolone. Tu leggi al mio matrimonio, hai capito? Perché non mi hai risposto? Avevo troppo da lavorare. Sei un idiota. Vaffanculo. Ti voglio bene. Grande prestazione. Nessuno ha mai letto così bene. Però facevi ridere, sappilo. Tu sarai sempre la mia F. preferita, la mia migliore amica. Io non avevo riserve. Solo la titolare. E se non ci sarai tu in quell’occasione allora non ci sarà nessun altro, da parte mia.

Il migliore amico lo scegli. Un po’ d’istinto, un po’ con quel briciolo di razionalità che ti ritrovi. Deve meritare la tua fiducia. E non devi deluderlo. Il migliore amico va coltivato. Rispettato. Sempre. Il migliore amico c’è. Per sempre. È insostituibile. Un punto fermo. Possono esserci amici tipo lui. Che però non sono lui. Come la Nutella. Come lei non ce n’è. Punto. Non è da tutte avere un migliore amico. Non è da tutti avere una migliore amica. Con lui non esistono rivalità, dispetti, ripicche. La delusione che puoi dare al migliore amico sai gli spezzerebbe il cuore. E allora te la devi tenere stretta, quest’amicizia. Come il più prezioso dei segreti. Farla crescere senza soffocarla. Stando attento a non esagerare con le attenzioni. Proteggerla. Come tutte le cose a cui tieni. Per poterla guardare da lontano con orgoglio e pensare che bella. Davvero l’ho creata io? No. Io da sola faccio quasi sempre casini. L’ho creata anche  io.

Che giorno è oggi? È il giorno ventidue. Di che mese? Del mese nonimporta. Ok giorno ventidue, del mese nonimporta. Ognuno di noi ha il suo giorno. Quello in cui abbiamo detto eccomi qui. Chissà, forse oggi è proprio il giorno di uno dei due amici. Quelli che litigavano sempre durante le lezioni, quasi 20 anni fa, e sono ancora qui? Sì, proprio loro. Che sia il giorno della permalosa? Impossibile, il numero ventidue è troppo equilibrato per lei. DueDue. No, il suo è un altro giorno. Allora…ma sì….hey tu, con lo zaino invicta blu. Oggi è il tuo giorno ventidue. Questo è per te.

Abbiamo fatto a pugni fino a volerci bene [cit.]



….io, due così, li conosco davvero.

giovedì 19 gennaio 2012

fase due

Ormai entro già con la lingua fuori e le braccia in avanti coi polsi scoperti, come quelli che tentano il suicidio tagliandosi le vene.

Bene. Lingua bellissima. Perché tu è giovane.
In effetti credo che vedere la lingua di quella di 80 anni, che ha sempre l’appuntamento alla mia stessa ora, non sia uno spettacolo piacevole. Che poi devo capire perché lascia sempre il bastone in sala d’attesa. Io credo speri di uscire dall’ambulatorio a passi di danza tipo Carla Fracci ai tempi d’oro. La chiamerebbero la miracolata del dott.W.

Mamma mia tu ha schiena infuocata. Tu ha bisogno di bombardata di aghi.

Ammazza oh, direi che più esplicito di così non potevi essere. Bombardata di aghi. Non ci posso credere. Roba che se lo dice alla vecchia, capisce rave per fave e va a casa a dire che è scoppiata la terza guerra mondiale. E la volta successiva si presenta con un elmetto in testa. Ce la vedo proprio. Comunque. Inizia a mettere la bombardata di aghi.
Perché (mette un ago) io pen (ne mette un altro) sa che (un altro) non è pos (un altro) sibi (un altro) le sem (un altro) pre ave (un altro) re schie (un altro) na in (un altro) fuo (un altro) ca (un altro) ta. Ah ma io sis(un altro) te (un altro) ma tut (un altro) to tran (un altro) quil (un altro) la.

Sta impazzendo. Si crede Ken Shiro.
Ah F. io no ha detto una cosa.

Oddio, sentiamo.
Io usa seeempre aghi sterili e monouso, tu sa vero?

Ma dai? Pensavo che io e l’ottantenne ce li scambiassimo, come i tossici.
Io ha chiamato per nome, io ti può dare del tu sì? Tu è giovane!

W. è da due mesi che mi dai del tu, ti sei bevuto il cervello? E poi smettila di dirmi che sono giovane,  sennò tempo due giorni e mi vedi arrivare con la cartella di Barbie.
…..bene io adesso fa coppe. A me piace fare coppe. Perché succhiano via dolore.

Oggi ti vedo particolarmente in forma. Dove hai nascosto la vodka?
Io mette coppe e tu dice che tipo di sensazione sente.

E si avvicina con una pila di bicchieri, i soliti della raccolta punti delll’iper, e un mega accendino che neanche per accendere la carbonella alla grigliata di ferragosto. Mancano solo la tovaglia a quadretti, due piatti e la carne. Poi siamo a posto.
Allora tu dice sensazione: dolore, piacevole, fastidio, tirare, fuoco.

 Aspetta aspetta ripeti, mi sembra di essere a Lascia o Raddoppia….dolore….no. Piacevole…nemmeno. Fastidio…sì. Tirare…anche, sì un sacco tirare. E poi? Fuoco? Oddio sì brucia fuoco fuoco togli subito ‘sta roba, porcatroia. Fuoco fuoco fuoco.
Ottimo, se tu sente fuoco è buona cosa. Ricorda che tu è in fase due.

Come scusa? Fase due? Spiegati ti prego, mi fai sentire un topo da laboratorio.
Fase uno è contrazione e infiamma. Adesso contrazione è passata. Rimane infiamma. E se tu sente fuoco vuole dire che infiamma sta uscendo perché coppe la succhiano via.

Passami il nome del tuo pusher, che nei momenti difficili può sempre servire.
Questa volta, la seduta da W è stata psicologicamente molto impegnativa.

lunedì 16 gennaio 2012

la mansarda con la moquette blu


Al secondo piano di un posto magico c’è una mansarda con la moquette blu e tanti poster appesi alle pareti. Qui vive una ragazza di vent’anni o poco più, coi capelli biondi e ricci. Ama i gatti, Madonna, Cyndi Lauper, Phil Collins, la pastasciutta, i Peanuts, studiare lingue, gli orecchini colorati, viaggiare. Ha un soprannome molto buffo che le ha dato una bambina col caschetto e il viso rotondo come una mela. La bambina col caschetto saliva sempre quei sedici scalini che la separavano dal mondo reale per respirare i vent’anni, la scelta del vestito giusto per una serata con gli amici, Cyndi che cantava Girls just wanna have fun, le piccole feste organizzate e porto io su da bere col vassoio grande, prometto che starò attenta ma ti prego vado io. Certo scendo subito. Mi bastano cinque minuti lassù per poi sognare una sera intera davanti ai cartoni animati col volume al minimo perché oh si sentono le loro risate, e anche la musica.
La bambina col caschetto la guardava andare via la sera, col suo fidanzato che aveva una jeep, due braccia forti che la facevano volare in alto in alto fra gli alberi del posto magico mentre aspettava la ragazza riccia che si finiva di preparare. Aveva un meraviglioso cane nero, grandissimo e con una lingua rosa che ti lavava il viso intero quando ti leccava.

La bambina col caschetto non ha mai voluto giocare coi tanti suoi coetanei delle case accanto, in quelle estati infinite fatte di grilli e cicale e api e corse sotto agli irrigatori accesi e capriole una dietro l’altra fino a stordirsi. Perché voleva stare nella mansarda al secondo piano con la ragazza riccia che cantava a squarciagola canzoni in inglese, traducendogliele strofa per strofa.

Ragazza riccia voleva dire casa al mare con gli spaghetti al pomodoro mangiati in cucina, i biscotti Ringo sgranocchiati sugli scalini di un vicolo del paese. Il bagno in mare col materassino, sognando di raggiungere un’isola lontana. Le passeggiate. La bambina col caschetto seduta sul passeggino e la ragazza riccia che lo spingeva, i sacchetti della spesa appesi ovunque. Una parolaccia sentita per strada e ripetuta mille volte dentro a un fornaio pieno di pie donne di ritorno dalla spiaggia. La ragazza riccia che esce imbarazzata e le ripete non devi dirlo mai più hai capito? Ma in fondo le veniva molto da ridere.

La ragazza riccia raccontava sempre la favola di Raperonzolo, mentre si truccava davanti allo specchio, nella mansarda al secondo piano del posto magico. La bambina col caschetto la guardava rapita e avrebbe voluto fermare per sempre quel momento perfetto in cui sembravano due amiche che si confidavano segreti. L’una seduta su quel pouf molto anni ’80, i sandaletti a fiori, i pantaloncini e una maglietta di Minnie. L’altra col mascara in mano e un vestitino di seta a fiori addosso.
Nei pomeriggi d’inverno la ragazza riccia studiava china sulla sua scrivania, l’abat-jour accesa e i suoi gatti come compagnia. La bambina col caschetto la spiava dalla porta socchiusa e un giorno promise a se stessa che avrebbe studiato le sue stesse cose, sui suoi stessi libri, da grande. Perché la ragazza riccia era il suo super eroe.

La bambina col caschetto non gliel’ha mai detto, che quando la ragazza riccia era al telefono con le amiche lei si sentiva di troppo e avrebbe voluto scomparire ma per niente al mondo sarebbe scesa al piano di sotto, perché scendere avrebbe significato iniziare a fare i primi compiti delle vacanze. Così stava sdraiata sulla moquette blu a leggere Topolino a voce alta, in un angolo. Come se angolo significasse sono in un’altra stanza e non ti do fastidio.
Quando la ragazza riccia ha annunciato che sarebbe diventata mamma, la bambina col caschetto ha passato un intero pomeriggio a letto col mal di pancia e la borsa dell’acqua calda, pensando che forse le cose non sarebbero mai state come prima e la ragazza riccia non le avrebbe più pelato i mandarini nelle sere d’inverno. Non capiva che in realtà, quando si è la ragazza riccia e la bambina col caschetto, niente e nessuno al mondo può cambiare quello che loro sono state. Ora il figlio della ragazza riccia è il piccolo mito della bambina col caschetto. Una sera sono andati insieme al cinema, e non si sapeva chi fosse più agitato, se il piccolo mito con le sue sneakers nuove di due numeri in più e un bicchiere di pop corn più grande di lui, o la bambina col caschetto che in cuor suo avrebbe voluto raccontargli tutta la sera la favola di Raperonzolo, sulla moquette blu della mansarda al secondo piano del posto magico.

La ragazza riccia è l’unica che chiama la bambina col caschetto tesoro, e la bambina col caschetto non riesce ad immaginare altra persona al mondo che possa pronunciare quella parola rivolgendosi a lei.

Tanti anni fa la ragazza coi ricci ha regalato alla bambina col caschetto un braccialetto, e da allora la bambina col caschetto non lo toglie mai, ma proprio mai, perché è convinta che senza la sua vita sarebbe certamente più difficile.
Un giorno la ragazza riccia e la bambina col caschetto hanno fatto un volo transoceanico per raggiungere la loro città del cuore. Hanno mangiato ali di pollo fritte, chiacchierato una serata intera al ristorante cinese, dormito in un queen size bed ridendo e calciandosi come due liceali in gita, fatto shopping nei loro negozi preferiti, volato in elicottero con la gioia di due bambine al luna park. E quando le cose non vanno come dovrebbero si pensa sempre a quel viaggio e tutto sembra andare meglio, d’improvviso.

Quando la ragazza riccia ha perso la sua mamma la bambina col caschetto, che non è affatto brava coi discorsi a quattr’occhi, l’ha portata a mangiare una piadina al prosciutto prima del funerale, mentre in realtà avrebbe voluto stringerla forte e dirle va tutto bene, adesso andiamo nella mansarda con la moquette blu, tu mi racconti Raperonzolo oppure io ti leggo Topolino, apriamo le finestre per far entrare la primavera mettiamo in sottofondo  Like a prayer di Madonna, anzi l’ascoltiamo col volume al massimo e cantiamo cantiamo cantiamo finchè tutto il dolore non se n’è andato. È tutto ok, perché quando la ragazza riccia e la bambina col caschetto sono nella mansarda con la moquette blu non può succedere niente di brutto.

Un giorno d’estate la ragazza coi ricci e la bambina col caschetto decisero di farsi fare una foto, ma la bambina col caschetto non amava molto farsi fotografare. Lo scatto immortala una bambina col caschetto e lo sguardo rivolto verso il cielo, sul suo collo il naso della ragazza coi ricci, che la stuzzica divertita. Ridono entrambe, come hanno fatto milioni di volte insieme. Guardarle significa pensare che la vita a volte sa farti dei regali davvero meravigliosi e in quel preciso istante erano l’una il regalo dell’altra. Non hanno mai smesso di pensarlo.



N.d.A. la ragazza riccia e la bambina col caschetto esistono davvero. E questa è una storia deliziosamente vera.

venerdì 13 gennaio 2012

gin tonic

"Potremmo andare in piscina"

Te lo scordi, lo sai che a me nuotare fa schifo. E poi quelli che fanno le vasche mi sembrano dei concorrenti di Giochi senza Frontiere. Le piscine puzzano, c’è un’umidità bestiale e l’acqua è gelata, devi farti la doccia alla velocità della luce altrimenti finisce l’acqua e in caso ciò accada devi uscire per inserire un altro gettone col rischio di morire congelata. Al mare m’arrampico sul materassino e lì resto. So stare a galla e nuotare in modo decoroso e questo mi basta. Il costume lo metto solo d’estate. Punto.
"A casa con la Wii?"

 Per carità, è di una tristezza infinita. Tempo un anno e senza accorgertene ti ritrovi sulla cyclette a guardare Beautiful col sacchetto del catetere attaccato al manubrio e la badante che ti ruba i soldi della pensione dal cassetto del comodino.

"A correre"
Non viviamo né a Miami Beach né in Engadina. Correre qui fuori significa avere un giorno di vita in meno ogni volta.
"Allora in palestra"

Non ricordo dove ho messo le scarpe, quelle che usavo per fare aerobica quando ero un’invasata. Ok questa non è una giustificazione. Andiamo a sentire nella palestra numero uno. Quella è comodissima. Com’è che si chiama?
"Gin Tonic"
Ma che cazzo dici, sei già in bibita alle 2 pm e questo non è bello. Palestra Gin Tonic. Non ci credo. Vediamo un po’ cosa ci dicono. Toh, è chiusa! È un segno del destino! Vuol dire che non dobbiamo andarci! Aspetta c’è un numero di telefono, chiamo. Ah, capisco. Bene grazie. Stanno cambiando sede e ancora non sanno quando inaugureranno quella nuova. Beh direi che possiamo aspettare che riaprano, ripassare con calma magari in primavera e…ovvio non è l’unica palestra della città…va bene, va bene andiamo a sentire in quell’altra.
Palestra numero due. Quindi possiamo fare una lezione di aerobica, poi sala pesi, sauna e bagno turco? In una volta sola? Esistono esseri viventi in grado di farlo? Senti bella, e le camere ardenti dove sono? No perché io dopo tutto ciò entro in spogliatoio col rigor mortis.

Palestra numero tre. La tipa alla reception capisce che ce ne vuole per convincerci.
"Vi faccio visitare gli spazi anche adesso. Potete fare due lezioni di prova gratuite, venite quando volete, ogni giorno fino alle 22, anche la domenica tutta la mattina. Certo i ragazzi possono farvi la scheda. Se fate l’annuale entro il 15 vi faccio lo sconto. Ah ma siete sorelle? Allora c’è un’ulteriore riduzione."
 Ho capito. Promozione Casi Umani. Quella riservata a noi e ai pensionati.
"Avete domande?"
C’è il bar?

martedì 10 gennaio 2012

culi e lampade rosse

Buongiorno dott.W. Passate bene le feste? Buon anno!

Oh ciao F (e ride). Buon ano anche a te!
Sarebbe anno eh…non ano! È irrecuperabile.

Vediamo tua schiena. Mmhh, abbastanza bene: Tu però un po’ è strafatto.
W per l’amor di dio, se dici è strafatto a un paziente, minimo ti denuncia. Al massimo ha strafatto: posso pure concederti la terza persona singolare dato che la seconda ti è sconosciuta.

Bene tu a casa stasera mette tua schiena contro termosifone.
Io ho il riscaldamento a pavimento e il termoarredo nei bagni quindi casi sono due: o mi sdraio per terra, così se entra qualcuno pensa io sia morta e chiama i RIS, oppure mi siedo fra il lavandino e il wc. Dici che è meglio il termoarredo eh? Ok vada per la serata in bagno. Wow, non vedo l’ora.

Sennò tu compra lampada rossa!
Sai no? Ho l’incubo di quelle lampade rosse. Sappi che al mondo le avete tu e le squillo di Amsterdam.
Senti un po’, pensavo potrei andare un po’ in palestra ma se credi non sia il caso rinuncio. Estremamente a malincuore. Come no.

Certo tu deve andare in palestra per muscoli! Tu no ha muscoli!
Ok facciamo che magari mi informo e forse vado e…

No tu va e prossima volta dice come è andata. Tu va vero? Io può fidarmi?

Ok ok stai sereno. Vado e mi faccio la foto mentre corro sul tapis roulant attaccata all’ossigeno.
Tu ha visto? Io ha rinnovato ambulatorio!

Rinnovato? Hai dato una mano di bianco. Complimenti per l’entusiasmo. Ah già, hai messo pure quei poster. Sì ora mi sdraio, così mi avvicino e li vedo meglio.
Wall chart of meridians and points. Interessante. Disegno fronte/retro a grandezza naturale di un cinese come mamma l’ha fatto. In più, altri disegni di particolari anatomici. Per la precisione, all’altezza del mio naso c’è il tizio in posizione ginecologica con la parte terminale del suo tratto digerente in bella vista. Con tanto di nome in cinese. Che può sempre tornare utile, in caso uno si trovi a Pechino e debba recarsi in farmacia o dal medico improvvisamente colto da dissenteria. Ora che ci penso, prossima volta me lo segno. Quindi se fra un rilassa e l’altro decido di aprire gli occhi, vedo il culo di un cinese. Bello.


domenica 8 gennaio 2012

vacanze significa


Vacanze significa avere chi ti fa l’albero, perché a te piace da impazzire averlo in casa ma la pazienza di farlo proprio non ce l’hai. E stare in divano con le sue luci a forma di stelle accanto, i suoi addobbi di lana cotta, le sue piccole renne di paglia rosse fa tanto nullafacenza ed è proprio per questo che ti decidi a disfarlo solo a fine febbraio. Averlo lì ti fa vivere nell’illusione che chissà, magari domani ti svegli e ti accorgi che è ora di comperare i regali di natale anche se in realtà è pasqua.

Vacanze significa andare nel ripostiglio, salire sulla scala per cercare il cacciavite che accidenti chissà dov’è, ma soprattutto chissà se esiste in questa casa, e scoprire in una scatola il presepe. Ecco dov’era. È il 30 dicembre. Ma va bene meglio tardi che mai. Aspetta che lo tiro fuori.

Vacanze significa riporre in un angolo l’agenda ferma al 23 dicembre, sapendo che l’aprirai di nuovi dopo almeno dieci giorni. Passarle accanto e farle il dito medio è sempre una tentazione fortissima.

Vacanze significa ogni tanto avere il pensiero del primo giorno di lavoro, quando sarai ancora nel tuo mondo di pandoro e cazzeggio e dove ho messo quei documenti? Bah. Ricevere una telefonata in cui ti parlano di scadenze, progetti, glossari e pensare: no avete sbagliato numero. Io? Io non lavoro. Vivo in vacanza da una vita. Come canta Irene Grandi. Poi darti virtualmente una botta in testa e provare a ricominciare.

Vacanze significa pensare seriamente che sì, adesso ti iscrivi di nuovo in palestra. Oh certo piuttosto puliresti i marciapiedi con la lingua però ormai è da almeno due anni che lo prometti a te stessa e ora lo fai. Prossima settimana. No facciamo quella dopo, che iniziare lavoro e palestra contemporaneamente è un suicidio annunciato.

Vacanze significa essere a letto, aprire un occhio e guardare l’orologio. 9.30. Wow. È prestissimo. Ricominciare il sogno da dove lo avevi interrotto e alzarsi almeno un’ora dopo.

Vacanze significa tempo. Tenerlo ben saldo in una mano. Farlo tuo. Ora sei tu che comandi, non lui. Fermo lì, non mi scappi. È tardi! No, affatto. C’è tempo, da vendere. Ma sono le 13! E allora? Pranzerò dopo.

Vacanze significa concedersi il lusso di pensare a sé stessi. Girare in tuta per casa alle 5 del pomeriggio con un libro in mano, la musica accesa. Guardarsi film in dvd la sera fino a tardi, senza l’angoscia di pensare che poi il mattino successivo prima di scendere dal letto ripasserai tutto il corollario di improperi imparati dal primo anno di asilo ad oggi.

Vacanze significa persino riordinare quei maledetti cassetti, non prima di essersi muniti di scudo perché si rischia la vita, aprendoli. Sapere che l’ordine durerà forse due giorni, ma non importa. Eliminare ben cinque paia di pantaloni. Ripeto. Cinque. Il che vuol dire avere un buono acquisto pantaloni valido per il prossimo sabato di shopping.

Vacanze significa rivedere chi ha deciso di vivere lontano. Che finalmente torna e saranno chiacchiere e risate e ci vediamo dopo ok passo io, come al solito. Così saluto il mio nipotone peloso a quattro zampe.

Vacanze significa tua sorella che ti regala questa fantastica maglietta accompagnata da un biglietto che la dice lunga: “…per assecondare il tuo eterno spirito da quindicenne. Un bacio dalla sorella bella”. Numero uno.


Vacanze significa acquistare questo solo perché ti piace, con la consapevolezza che non lo userai mai.


Vacanze significa lunedì mattina. Quel lunedì mattina che è la fine di tutto, in ogni senso. Essere a letto, aprire un occhio e guardare l’orologio. 7.50. Porcatroia. È tardissimo.

martedì 3 gennaio 2012

al civico cinquantasette


Non fermatelo. Gli passerà, un giorno. Le scarpe da running allacciate col doppio nodo, la tuta nera, la musica altissima nelle orecchie per non sentire il respiro, per essere altro da sé. I pugni serrati il naso rosso un po’ per il troppo pianto, un po’ per il freddo. Lo sguardo fisso verso il nulla. Gli occhi. Quegli occhi sempre così liquidi ed espressivi, ora spenti.

Lasciatemi correre. Correre come se non ci fosse un domani e tutta la mia vita oggi potesse essere solo qui, fra gli alberi spogli, le foglie ingiallite e umidicce che un po’ scricchiolano sotto ai miei piedi come una manciata di Dixi al formaggio. Foglie che mi ricordano il primo autunno in campagna e i lavoretti all’asilo con quei cartelloni enormi che solo tre maestre e la suora, otto braccia in tutto, potevano sollevare per apprenderlo nell’atrio. Cartelloni pieni d’estate che non c’è più e d’inverno che deve ancora arrivare e disegni e nomi e colori e qual è il tuo? Sì lo vedo, in basso a sinistra. Il più bello. Certo che è il più bello.

Correre come se potessi andare avanti all’infinito, senza sentire il cuore impazzito che mi pulsa nelle orecchie e dice basta basta basta, non ce la faccio più. Correre come se la testa fosse in grado di ascoltarlo e obbedirgli e dire va bene, hai ragione. Prendiamoci una pausa.

Correre come se non m’importasse niente della sua decisione e tutto fosse perfetto anche se perfetto non lo è affatto. E sì certo fai bene, devi inseguire i tuoi sogni e no dai che non mi mancherai, andiamo a berci qualcosa. E invece tutte le sue parole rimanevano lì fra la gola e il cuore e i suoi sorrisi e il nostro incontro casuale e ti ricordi quella volta che. E quel volo che l’avrebbe portata lontano.

Correre come se là in fondo, dove finisce il sentiero e ci sono quei bimbi che giocano con la palla e si divertono a soffiare nell’aria gelida nuvole di dicembre ci fosse lei seduta su quella panchina di ferro battuto, che mi aspetta a braccia conserte con il viso nascosto nella sciarpa di lana fucsia che le ha fatto sua nonna, fuori solo gli occhi verdi come un prato irlandese, che guardano altrove.

Correre come se ascoltarsi fosse finalmente pace e cuore felice e piedi leggeri di quando hai passato un esame e ti sdrai sul divano con il gelato e l’Ipod al massimo e tua madre che non ti romperà le scatole almeno per due giorni.

Correre come se questi centosessanta battiti al minuto fossero di gioia. Gioia di quando eri sotto alla finestra al quarto piano del civico cinquantasette ad aspettarla con le mani in tasca, la bici parcheggiata accanto e lo sguardo verso il cielo grigio ma improvvisamente bellissimo perché vicino a quel quadro dalle tende bianche, e dentro lei che con un cenno della mano ti faceva capire un minuto e scendo.

Correre come se valesse la pena aspettare. Correre come se lei ti avesse detto sì, torno.


...la sua storia continua qui http://ognunohailsuomotivo.blogspot.com/2012/02/il-gettone.html