venerdì 24 agosto 2012

versilia rock city

E’ proprio una Versilia rock, quella di Fabio Genovesi. Una Versilia diversa che avevo voglia di conoscere, raccontata da chi ci è nato e ci vive. Letta davvero e volutamente nel posto giusto. In Versilia.
Rock, non belle donne chissà poi perché sempre bionde che pedalano su bici verniciate di fresco, con deliziosi cestini in vimini decorati e fioriti. Un prendisole in lino leggero con ricami dorati. Uomini che fin dai sedici anni si dirigono in spiaggia con bermuda dal taglio classico, camicia con le maniche lunghe arrotolate e mocassini. Rock, non alta stagione con i teli in spugna color pastello, profilati di bianco.
Rock, non clima perfetto, quasi mai afoso, col cielo terso, il vento del pomeriggio e il mare arrabbiato. I surfisti. Le nuvole, che io amo perché in certi giorni sono davvero Irlanda. Nuvole che corrono per andare chissà dove, nuvole che arrivano dalle Apuane e giù verso la spiaggia, nuvole arrabbiate, un attimo bianche come neve e quello dopo grigie. Che cancellano il sole per poi farlo ricomparire con giochi di luce che fanno brillare l’acqua. Nuvole instancabili quasi mai ferme, come i bambini che costruiscono fortini di sabbia.
Però c’è altro oltre a tutto questo. Qualcosa di molto più vero e genuino, rock. C’è la Versilia fuori stagione, come a me piace immaginare. Amo il mare quando non è giugnoluglioagosto. Amo il mare quando fa paura perché è nero e gelido. Col vento che poi ti farà venire mal di testa ma poco importa. Amo gli stabilimenti balneari chiusi. Via gli ombrelloni, via i lettini, le sdraio. Via tutto.
Fabio ti prende per mano e col suo scrivere ruvido e sfacciato ma gentile ti catapulta dentro a un film, che ha come protagonisti due amici nati e cresciuti a Forte dei Marmi. Una storia al maschile, che parla di fuga per ritrovare altro, qualcosa di migliore che quasi sempre è quel noi stessi un po’addormentato e imperfetto che ormai ci stava stretto così come era, come quando cresci e i sandaletti dell’anno prima stringono. Che sia fuga in un’altra città, o dentro alla propria casa poco importa. Si scappa dalla terra che ti aveva visto nascere, dalla tua gente, dai tuoi amici. Per sentirsi migliori, con la speranza di ritornare un giorno da vincitori, di essere quelli che ce l’hanno fatta.
Sarebbe facile e pure liberatorio immedesimarsi in un eroe, in un personaggio positivo. Come quando da bambini guardavamo i cartoni ed eravamo sempre dalla parte del buono, bello e vincente. E invece no. Qui si deve lavorare un po’. Un depresso. Un fallito. E poi un bambino brutto, ma bruttobrutto. Un ex tossico. Un inetto. In fondo ci siamo sentiti pure noi così, per un giorno, una settimana, un anno o anche solo per un minuto, poco importa. Siamo noi, loro. Chiusi nella nostra lettura che è un po’ una sala cinematografica buia, solo il mega schermo davanti. E noi non solo semplici spettatori. Non è molto comune trovarsi così parte di una storia, di un’avventura. A volte la lettura è distratta. Controlliamo il cellulare, alziamo lo sguardo in cerca di altro, facciamo una pausa. Qui è difficile fare pause, fra una pagina e l’altra. Un po’ come andare in bagno nel bel mezzo di una scena importante, al cinema. Le scene sono tutte importanti, hai paura di lasciare i tuoi personaggi, perché pensi possano continuare ad agire e combinare guai senza di te.
Sono uomini, uomini che vivono. E tu sei con loro. È tutto molto rock, molto freddo e umido e vecchio e squallido e cattivo e imprevedibile e triste. E bellissimo e poetico, insieme.
Sono uomini che dopo anni si ritrovano. A casa, nella loro Versilia. Dove giocavano e ciondolavano sotto al solleone d’agosto alle due del pomeriggio. Alcuni anni sono passati e sono invecchiati, e diversi. Ma pur sempre loro. Esattamente come lei. Lei che li ha aspettati, che sentiva la loro mancanza. Sentiva la mancanza dei suoi figli. Le strade sono le stesse e anche l’aria che respiri. Perché in fondo è qui la tua vita. Radici. Lei li vede tornare e capisce. Capisce che sono pronti. Sono pronti per guarire dalle loro paure e fobie e manie. E allora eccolo, il mare amico. Che li aspetta per farli sentire finalmente e meritatamente vincitori. Il molo, punto di partenza di un domani atteso e desiderato da tanto tempo. Un domani incerto che puoi costruirti passo dopo passo, vivendo alla giornata. Incerto e, proprio per questo, certo. Finalmente.
“Puoi autografarmi il tuo libro? È bellissimo, complimenti”
“Ma certo. Dunque…luglio? Siamo in luglio, vero?” mi guarda, dubbioso.
Io ho sorriso. Perché l’ho capito subito che con il corpo era lì, a firmare copie. Con la mente, invece, era seduto al molo da solo, in una umida giornata di novembre. Sicuro di vedere in lontananza una piccola barca in legno. Sopra i due protagonisti principali, Mario e Renato. E con loro gli altri. Nello, Nello junior, il Miraglia. Tutti figli del suo talento. Quanti errori hanno commesso, in poco tempo. Ma ora sono pronti. Perché “le cose sbagliate ci vogliono, servono a reggere quelle giuste”. Eccoli, nel mare amico che li aiuta a compiere passi sempre meno incerti, quasi spavaldi. Toh, guarda. Il vento ha spazzato via le nubi, e si vedono le Apuane. Dài, che l’aria è buona. Sicuro farà bel tempo. ‘cause though the truth may vary, this ship will carry our bodies safe to shore. Versilia Rock City.
 
 
 



2 commenti:

  1. Bello... È il mare dove vado io.... :)

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  2. Bene, so che leggere per la prossima settimana, figlio permettendo.
    Baci
    Raffaella

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