martedì 3 luglio 2012

l'uomo del cioccolato

C’era una volta un uomo.
C’era una volta un uomo che aveva fatto del cioccolato il suo lavoro, e la sua vita.
Sei maggio.



C’era una volta l’uomo del cioccolato, che partiva. Lui partiva per andare lontano come spesso facevano solo gli uomini, tanti anni fa, e lasciava la sua donna in una casa molto grande e molto ordinata. Ordinata, forse per nascondere il caos che lei aveva dentro, quando lui se ne andava.
Gli inverni erano lunghi e freddi e umidi e nebbiosi. E la casa grande e ordinata era spesso molto buia. Dall’ingresso, si vedeva una piccola luce in fondo, sulla sinistra. Era la luce del tinello dove passava le giornate la donna. Coi suoi due nipoti, un maschio e una femmina. Loro giocavano spesso con la pista delle macchinine, e bevevano il thè col limone e tantissimo zucchero. E mangiavano biscotti col cioccolato. La donna amava raccontare loro la storia di Pollicino, prendeva una piccola casetta di porcellana bianca e blu, riposta sopra alla televisione, e muoveva nell’aria le sue mani perfette, con le unghie laccate di rosso che ogni tanto ticchettava proprio su quella casa. La casa di Pollicino. 
I bambini lo pensavano, l’uomo del cioccolato. Guardavano fuori dalla grande finestra della sala, in silenzio, il buio dietro e davanti a loro. Lui non arrivava. Lui era partito e no, non arrivava. Ancora no. La poltrona dell’uomo del cioccolato era vuota, ma si sentiva la sua presenza. Si sentiva l’odore del suo sigaro. Si vedeva il cuscino stropicciato, appoggiato allo schienale. Si percepiva il suo sguardo un po’ severo, che ti studiava.
Quando tornava era una piccola festa per i due bambini, che ricevevano cioccolato sotto ogni forma: barrette, tavolette, uova piccole e grandi e grandissime, pulcini. Li portava nel suo studio dalle grandi pareti in legno. Lì, mostrava loro con orgoglio le sue ricette segrete, per fare il cioccolato perfetto. Giusti ingredienti e giuste dosi, pazienza, amore, dedizione. Sembrava di sentirli, i profumi della fabbrica di cioccolato. Gli uomini al lavoro, i macchinari in movimento, le carte colorate. Era una favola meravigliosamente vera, che ascoltavano rapiti. Nessuno fa più il cioccolato, come lo faceva lui. 
Sei maggio.
Lui, che prima di metterne in bocca un pezzo, chiudeva gli occhi e lo annusava, a lungo. Un rito speciale e irrinunciabile. Lui, che aveva insegnato a tutti a mangiarlo quasi con qualsiasi cosa.
L’uomo del cioccolato aveva una barca, che amava come un figlio. Sulla sua barca, nel suo mare che gli era amico e mai l’aveva tradito, si sentiva in pace col mondo. Si bagnava i capelli, il viso, le spalle, con l’acqua di mare. La pelle, color cioccolato. Guidava con la sicurezza di chi sa di andare incontro alla vita, col sigaro in bocca,
tenetevi stretti che si parte. Quella barca, nessuno l’ha più guidata come la guidava lui. Nessuno l’ha più amata, come l’amava lui. 
Sei maggio.
Un giorno di primavera, la donna ha riposto in soffitta tutti i suoi vestiti. Non torna più. Lo so, che non torna più. 
Quel giorno, i due bambini che bambini un po' non erano più e un po' lo erano ancora, hanno capito che d’ora in poi sarebbe stato inutile aspettarlo, che avrebbero solo potuto sedersi sulla sua poltrona con gli occhi chiusi, due personcine in un posto solo, strette fra loro, con le macchinine in mano, ubriache del suo profumo. Illusione di riaverlo lì.
Sei maggio. 
C’era una volta l’uomo del cioccolato. Mangiarne un pezzo e pensare ogni volta chissà, se gli sarebbe piaciuto.






3 commenti:

  1. Sarà che stasera non sono in formissima ma mi hai fatto piangere...

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    1. :-) "il ritorno porta addosso mal di testa e mal d'anima". Negrita

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  2. Mal d'anima: ecco cosa ho, dottoressa!
    ;-)

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