lunedì 19 marzo 2012

silenzi

Auguri a tutti i papà. Auguri, perché no, anche ai figli. A quelli che oggi compreranno un piccolo pensiero, andranno a casa per consegnarglielo o ancora meglio gli faranno una sorpresa al lavoro, accompagnati da una piccola bionda coi boccoli che lo chiama nonno. Auguri a quelli che hanno il loro papà altrove, non importa dove.  Auguri perché ogni figlio trovi cinque minuti per guardarsi allo specchio, in silenzio. Siete voi, i vostri papà. Nei vostri sguardi, nelle vostre movenze, nei vostri sorrisi, nelle vostre ambizioni, c’è un po’ di loro. Che vi tenete inconsapevolmente stretto e caro, nella vostra quotidianità.

Lui ha sempre messo da parte le sue preoccupazioni spesso con grande fatica lasciandomi libera, libera di sbagliare, libera di essere felice, libera di essere insoddisfatta, libera di partire, libera di essere. Avevo 16 anni quando intrapresi un lungo viaggio in treno, 3 cambi, senza cellulare perché allora ancora non usavano. Entrò nel vagone, aiutandomi a sistemare i bagagli. Poi uscì, si mise davanti al vetro e mi fece le solite raccomandazioni. Io seduta con lo zaino sulle ginocchia, lui in piedi, con le braccia conserte.  Il treno era già lontano quando curvò leggermente e io lo vidi ancora là, che guardava e pensava. Pensava se avevo abbastanza soldi, se il treno sarebbe arrivato puntuale, se davvero non mi sarei persa, se aveva fatto bene a lasciarmi partire.
Pochissimi anni in più e me ne andai, sola, dall’altra parte dell’oceano. Ogni volta che partivo lui doveva essere con me, a guardarmi oltre il check in, le mani dietro la schiena, i Ray Ban da sole che spesso dimenticava di togliere. Un mezzo sorriso. Chiama quando arrivi. Fai a modo non me l'ha mai detto. Era implicito e onnipresente, nei nostri silenzi. Poi usciva e aspettava il decollo. Io lo so, che avrebbe venduto un rene al mercato nero pur di avermi sempre con sé, sul tappeto della cameretta a giocare con le Barbie. Ma ha sempre saputo e capito che fermare i miei sogni avrebbe significato uccidermi. E allora ha mandato giù tanto biglietti aerei, tanti giorni, anni, via da casa, un percorso di studi diverso da quello che avrebbe voluto. Lo ha fatto per me. Solo per me. E questo è in assoluto il regalo più grande e per nulla scontato che un padre possa fare a un figlio. Mi avrebbe voluta al suo fianco. Ma io non sarei mai stata felice. Ce lo siamo detti tante volte, in silenzio. E allora io in cuor mio faccio un gran tifo per lei. E ogni suo trenta è anche mio. E io non gliel’ho mai detto, ma ha due palle così e può davvero farcela.

 È lui che devo ringraziare se oggi sono quella che sono. Una tipa sgaggia che sa cavarsela in tutte le circostanze. In casa io ero la grande e quindi era giusto imparassi a fare qualsiasi cosa, nonostante spesso non fosse necessario però era giusto così perché nella vita non si può mai sapere. Un mestiere molto difficile e di grande responsabilità, per un uomo che nonostante tutto è incredibilmente semplice. Una perla davvero rara. Lui mi ha insegnato l’umiltà. È  diventato quello che è ora studiando anche la notte, spaccandosi la testa in due, con me piccola. Era uno dei più giovani, allora. Io sono sempre stata molto orgogliosa di lui. E io lo so che anche lui lo è di me. Non ce lo diciamo mai, ma d’altronde questo è sempre stato il nostro modo di volerci bene. I silenzi.
Mi prende in giro col suo humour molto British. Io che gli rispondo deficiente. Lui che è diventato nonno proprio il giorno del suo compleanno e un regalo più grande non avrei potuto farglielo. Rimaneva sveglio fino a notte fonda per venirmi a prendere in discoteca, quando ancora non avevo la patente. Perché di motorino non se ne parla neanche. E allora si sacrificava. Mi accompagnava all’alba a fare i concorsi di equitazione, aveva un arresto cardiaco ogni volta che mi vedeva saltare in sella a quel cavallo così alto. Sognava noi due e una tranquilla partita a tennis, invece era sempre lì in prima fila a fare il tifo, in mezzo alla polvere. Lui che tante, tantissime volte si è scontrato con me, con le mie idee assurde, mi guardava mentre piangevo sbattendo il libro di matematica contro al muro urlando vaffanculovaffanculo io non ci capisco un cazzo. Pensava se mai sarebbe riuscito a far ragionare questa figlia così ribelle. Ribelle come lo era lui, da giovane. E in me rivedeva la sua, di adolescenza. Mi ha lasciata fare, fiducioso, sapendo che la mia strada l’avrei trovata. L’ha capito, certo che l’ha capito, quando ha visto i miei occhi così felici, la valigia in una mano e il biglietto aereo nell’altra, il cappellino in testa. La prima delle tante volte.

Per il mio decimo compleanno mi regalò una macchina da scrivere e ancora conservo gelosamente il suo biglietto Alla mia scrittrice preferita, buon compleanno,  papà. Scrissi un piccolo racconto e lo lesse a voce alta mentre camminavamo per casa. Aveva messo un braccio attorno alla mia spalla. Con l’altra reggeva il foglio. Mi sentivo così importante. È bellissimo, disse. Ora devi continuarlo.

Una sera tornò molto tardi dal lavoro. Avrò avuto non più di quattro anni. Era il periodo in cui lavorava lontano. Mi aveva portato un piccolo regalo: un bambolotto nero, vestito di azzurro. Se gli toglievi il ciuccio, piangeva. Andò a fare la doccia, io lo aspettai pazientemente fuori dal bagno, seduta sul lettone con la bambola in braccio. Dopo qualche minuto uscì, stanchissimo ma sorridente. "Giochiamo, papà?"

14 commenti:

  1. Mi hai fatto commuovere. Bellissimo post e tanti auguri al tuo papà! Il racconto poi l'hai continuato?

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  2. Uh, grazie! Sì l'avevo continuato. Chissà dov'è, perso fra i quaderni delle elementari. Magari un giorno lo ritrovo.

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  3. Anonimo11:34 AM

    Ok. Posso capire di zampillare per il post precedente. Ma a questo punto, o smetto di leggere questo blog o mi faccio curare. Da uno bravo. D.

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  4. Sei incorreggibile, D.

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  5. A parte che questo post commuove fino al midollo perché scritto bene e con un sentimento profondo, mi hai incuriosita: che sei andata a fare dall'altra parte dell'oceano?

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    1. Sono andata a studiare...poi ho fatto delle lingue il mio lavoro :-)

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  6. anche io ho fatto un po' la tua strada, e anche il mio mi guardava partire al check in fino a che non scomparivo ed era straziante. MA quando ero in casa chiudeva la porta a varie mandate e poi ci ignorava guardando la TV. A volte non sapeva nemmeno che eravamo uscite di casa, noi figlie. Siamo proprietà, da conservare insieme alle troppe cose possedute. E questo lo accetto, lo comprendo, ma non condivido lo spirito nè lo esalto. E come si dice oltre oceano What does not kill you makes you strong. (io ero a SF e tu?)

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  7. Condivido tutto ciò che scrivi. Però non è mai, mai troppo tardi per recuperare. E' tuo padre, e ne vale sempre la pena, comunque vada. E ha un modo tutto suo di amarti, incomprensibile, non condivisibile, sbagliato. Ma è amore. Tieniti dentro tutto il bello e fallo fiorire.
    "La memoria del cuore elimina i brutti ricordi e magnifica quelli belli e grazie a tale aritificio riusciamo a tollerare il passato". G. García Márquez.
    Eravamo molto vicine allora...Berkeley :-)

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  8. Ciao è la prima volta che ti leggo e sei il mio dono di oggi, di questa giornata che mi ricorda due persone che non ci sono più, il mio papà e la mia nonna Giuseppina. Non ci sono più fisicamente intendo perchè so che sono qua a guardare e seguire ogni istante. Io e papà ci siamo costantemente scontrati e incontrati su tutto, fino a che il cancro se l'è portato via e lui non ci aveva detto nulla, perchè non c'era nulla da fare e lui voleva passare il tempo rimasto con la sua nipotina che per fortuna lo ricorda ancora come il suo nonno preferito anche se aveva solo tre anni quando se ne è andato. E io a volte mi chiedo se avessimo davvero appianato tutto io e lui. Perchè i suoi silenzi che a volte reputavo incomprensibili nascondevano più di quanto facesse capire. Davvero un bel post. Grazie. Cristina

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    1. Ciao Cristina, grazie per le tue belle parole e benvenuta!
      Un abbraccio.

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  9. Il tuo papà for president!
    B.

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    1. Grande Pasionaria!
      Un bès :-)

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