mercoledì 1 febbraio 2012

Jawad Joya avrebbe potuto laurearsi qui

Jawad Joya rappresenta una speranza per tutti quelli che pensano di non averne. Jawad ha una forza di volontà che spacca il mondo, che molti in Italia non hanno. Nel nostro paese esistono persone disoccupate che hanno l’opportunità di frequentare un corso di formazione gratuito e dopo una settimana abbandonano perché “è troppo impegnativo, sai ho famiglia e poi chi stira? La sera sono troppo stanca”. E ancora “ah no quel tipo di lavoro non mi piace, piuttosto sto a casa. A fare cosa? Eh, ad aspettare che la situazione migliori”. Ho scoperto Jawad leggendo “La fortuna non esiste” di Mario Calabresi che a ragione afferma di aver avuto fra le mani una storia meravigliosa. Mai titolo fu più azzeccato per descrivere la sua vita: non è vero che ha avuto fortuna, semplicemente non si è mai arreso, è andato disperatamente alla ricerca del suo momento, della sua occasione nonostante il suo grave handicap. La sua storia sembra una favola e invece è vera, e ti fa pensare. Nato a Kabul, a un anno si ammala di poliomelite e fino ai 13 è analfabeta, perché le scuole a causa dei suoi problemi fisici non lo volevano. Lui non si arrende, insiste, s'informa, si fa portare in spalla da sua madre in tutte le scuole della zona e grazie al direttore della Croce Rossa Internazionale inizia a prendere lezioni private con un insegnante. Decide che questa è la grande occasione della sua vita e non può in alcun modo lasciarsela sfuggire né tantomeno sprecarla. Studia come un matto e contemporaneamente lavora part time per la Croce Rossa, mantenendo così la sua famiglia. A 17 anni parte per l’Italia e studia al Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico a Duino. Decide poi di non restare nel nostro paese. Perché le università non sono abbastanza accessibili per una persona che si muove con la sedia a rotelle. Parte per l’Indiana dove studia sociologia, antropologia ed economia con una borsa di studio americana.
La lunga chiacchierata in un ristorante Washington fra  Jawad e Calabresi si conclude così:
“mi chiedo adesso come faccia ad andare a casa, sono pronto ad aiutarlo e invece mi troverò a inseguirlo per strada mentre corre a zigzag sulla sua carrozzella rossa. Camminando con lui vedo Washington con altri occhi e mi rendo esattamente conto di cosa intendeva dire quando parlava di vivibilità: il marciapiede è largo, a ogni angolo ci sono le discesine, alla stazione della metropolitana c’è l’ascensore che ti porta al mezzanino per timbrare il biglietto, poi un altro ascensore ti porta ai binari, le porte dei treni sono larghe e a bordo c’è lo spazio per sistemarsi, gli autobus che lo porteranno a casa a Leesburg in Virginia hanno tutti la pedana elettrica per sollevare le carrozzine. Si muove senza problemi, in modo naturale”. Dice Jawad: “ho scelto l’America perché qui se una cosa non va c’è la speranza che cambi: i neri cinquant’anni fa non votavano, oggi uno di loro abita nella casa più importante di Washington”.

Da noi tutto ciò sarebbe fantascienza. Qui è praticamente impossibile prendere l’autobus persino col passeggino. Alcuni hanno la pedana. Ripeto: alcuni. Se ti capita quello senza, devi per forza farti aiutare aspetti appoggio le borse dentro ecco lei lo prende davanti sì per le ruote va bene io dietro un attimo si ci sono uno due tre fatto grazie e scusi eh. Per non parlare di treni e metropolitane. A bordo ci sono i posti riservati ai disabili, è vero, ma non possono salire a bordo di qualsiasi treno in modo totalmente indipendente.
Niente è impossibile, basta volerlo. Tirarsi su le maniche, farsi il mazzo, smetterla di piangersi addosso. Inseguire il proprio sogno e realizzarlo a tutti i costi. Jawad avrebbe potuto realizzarlo qui, ma noi non abbiamo i mezzi adeguati per lui. Jawad vive in America dove si muove con la stessa disinvoltura di chi problemi fisici non ne ha. Abbiamo perso una persona speciale. Cercatelo su Google perchè ne vale la pena. Ne ha fatta tanta di strada, il ragazzo. Non qui. E questo è davvero un peccato.

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