domenica 26 febbraio 2012

il gettone

La sua storia inizia qui:
 http://ognunohailsuomotivo.blogspot.com/2012/01/al-civico-cinquantasette.html

Seduto sugli scalini dell’università, con una lattina di coca cola in una mano e il codice civile nell’altra, pensò. Pensò che non poteva vivere senza di lei. Pensò che era veramente una frase da checca, una di quelle che sentiva spesso quando insieme guardavano quegli stupidi film sul divano, la domenica sera. Lei se ne stava lì, con le gambe raccolte, la testa appoggiata alle ginocchia, gli occhi lucidi. I capelli rossi raccolti.
Pensò che era una frase da checca fottutissimamente vera. Non c’era niente da fare, avrebbe potuto correre all’infinito con l’mp3 nelle orecchie, correre fino a morirne. Ma non l’avrebbe dimenticata mai. Sarebbe morto di lei. Morto, così giovane? Sì, il cuore. Oh, capisco. Un infarto. No. Cuore schiacciato dal troppo amore. Da tutto quell’amore che l’aspettava da due anni ormai. E cresceva, cresceva, togliendogli tutto. Amici. Risate. Spensieratezza. Chissà se lei lo sentiva, dall’altra parte dell’oceano. Tutto quell’amore che si perdeva nel vento, da quanto ce n’era. Così bello e prezioso e sincero ed esclusivo, come solo l’amore dei vent’anni può essere. Come solo un amore per la ragazza dai capelli rossi del civico cinquantasette, può essere.
Pensò. Quanto pensò ,in quegli anni. Aveva mandato in vacca almeno 5 esami. Bevuto come una spugna con gli amici di sempre, che dicevano gli passerà. Ti passerà. Non fare lo sfigato. Pensò che non aveva più avuto il coraggio di passare davanti al civico cinquantasette, e nemmeno di prendere la bici. Perché bici significava ragazza dai capelli rossi e pedalate con lei caricata sulla canna che rideva con un cono gelato in mano anche a gennaio. Pistacchio e stracciatella, i suoi gusti preferiti.
Pensò che quella laurea in giurisprudenza non gli sarebbe servita a niente, se non ci fosse stata lei alla sua proclamazione, in prima fila con il completo nero e le scarpe rosse, come gli aveva sempre promesso. E allora piuttosto avrebbe servito pizze fumanti in un anonimo ristorante gremito di turisti. Là, non qui. Là.
Pensò che il gettone per la seconda vita lui mica l’aveva ancora trovato, e non era certo l’unico. E allora cosa ci stava a fare ancora lì. Ci pensava tutte le sere, da tanti giorni. Troppi.
Pensò che aveva davvero speso bene tutti i suoi risparmi. Pensò che ai suoi sarebbe venuto un accidente. Pensò che lei avrebbe capito. Ne era certo. Avrebbe capito che lui era cresciuto, che non gliene fregava niente di trovare le magliette stirate sul letto e le lasagne calde nel piatto. Magliette stirate e lasagne calde. Che cazzata.
Si era fatto tardi. Sua madre lo avrebbe chiamato per avvisarlo che la cena era pronta e dove sei finito? Non era più comoda la bicicletta dell’autobus? Certo che sei proprio un tipo strano.
Buttò la lattina vuota, raccolse lo zaino accanto a sé. Dentro tutti i libri e una cosa davvero preziosa. L’avrebbe nascosta nel secondo cassetto della scrivania, dentro al libro di diritto romano del primo anno. Il cuore a mille, solo a pensare a quel giorno. Quel giorno in cui tutto sarebbe davvero iniziato. Quel giorno molto vicino, ormai. Un biglietto aereo. Di sola andata. Sola andata? Per dove? Per la ragazza dai capelli rossi. Mai volare sarebbe stato così liberatorio. Avrebbe respirato le nuvole, lassù. Mangiato il sole che andava a dormire. Baciato le stelle, la notte. E il suo cuore sarebbe guarito. E, improvvisamente, capì. Magliette sgualcite e hot dog. Il suo gettone per la seconda vita.

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