martedì 3 gennaio 2012

al civico cinquantasette


Non fermatelo. Gli passerà, un giorno. Le scarpe da running allacciate col doppio nodo, la tuta nera, la musica altissima nelle orecchie per non sentire il respiro, per essere altro da sé. I pugni serrati il naso rosso un po’ per il troppo pianto, un po’ per il freddo. Lo sguardo fisso verso il nulla. Gli occhi. Quegli occhi sempre così liquidi ed espressivi, ora spenti.

Lasciatemi correre. Correre come se non ci fosse un domani e tutta la mia vita oggi potesse essere solo qui, fra gli alberi spogli, le foglie ingiallite e umidicce che un po’ scricchiolano sotto ai miei piedi come una manciata di Dixi al formaggio. Foglie che mi ricordano il primo autunno in campagna e i lavoretti all’asilo con quei cartelloni enormi che solo tre maestre e la suora, otto braccia in tutto, potevano sollevare per apprenderlo nell’atrio. Cartelloni pieni d’estate che non c’è più e d’inverno che deve ancora arrivare e disegni e nomi e colori e qual è il tuo? Sì lo vedo, in basso a sinistra. Il più bello. Certo che è il più bello.

Correre come se potessi andare avanti all’infinito, senza sentire il cuore impazzito che mi pulsa nelle orecchie e dice basta basta basta, non ce la faccio più. Correre come se la testa fosse in grado di ascoltarlo e obbedirgli e dire va bene, hai ragione. Prendiamoci una pausa.

Correre come se non m’importasse niente della sua decisione e tutto fosse perfetto anche se perfetto non lo è affatto. E sì certo fai bene, devi inseguire i tuoi sogni e no dai che non mi mancherai, andiamo a berci qualcosa. E invece tutte le sue parole rimanevano lì fra la gola e il cuore e i suoi sorrisi e il nostro incontro casuale e ti ricordi quella volta che. E quel volo che l’avrebbe portata lontano.

Correre come se là in fondo, dove finisce il sentiero e ci sono quei bimbi che giocano con la palla e si divertono a soffiare nell’aria gelida nuvole di dicembre ci fosse lei seduta su quella panchina di ferro battuto, che mi aspetta a braccia conserte con il viso nascosto nella sciarpa di lana fucsia che le ha fatto sua nonna, fuori solo gli occhi verdi come un prato irlandese, che guardano altrove.

Correre come se ascoltarsi fosse finalmente pace e cuore felice e piedi leggeri di quando hai passato un esame e ti sdrai sul divano con il gelato e l’Ipod al massimo e tua madre che non ti romperà le scatole almeno per due giorni.

Correre come se questi centosessanta battiti al minuto fossero di gioia. Gioia di quando eri sotto alla finestra al quarto piano del civico cinquantasette ad aspettarla con le mani in tasca, la bici parcheggiata accanto e lo sguardo verso il cielo grigio ma improvvisamente bellissimo perché vicino a quel quadro dalle tende bianche, e dentro lei che con un cenno della mano ti faceva capire un minuto e scendo.

Correre come se valesse la pena aspettare. Correre come se lei ti avesse detto sì, torno.


...la sua storia continua qui http://ognunohailsuomotivo.blogspot.com/2012/02/il-gettone.html

1 commento:

  1. Bello, bello davvero.
    Da una prospettiva diversa da quella che ho esposto io: questo vuol dire che il cuoco conta. :)

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