lunedì 30 gennaio 2012

abbiamo perfino riso

Erre è partita una notte d’estate. Erre amava la vita come solo chi sa di doversene andare presto, troppo presto. Erre amava cucinare per tante persone. Erre amava fare le sorprese. Festa di compleanno, per tanti ragazzi. Tutto preparato da lei. Voi la portate fuori per un paio d’ore, quando tornate sarà tutto pronto per festeggiarla. Erre amava prendersi cura delle sue piante. Erre amava lo spritz. Erre amava i colori caldi, soprattutto l’arancione, il rosso, il giallo. Erre amava gli orecchini pendenti e le collane in ambra e madreperla, quelle che piacciono tanto ai bambini perché quando le tocchi fanno rumore. Erre amava preparare delle meravigliose colazioni. Imbandiva la tavola del salotto e per ogni commensale faceva trovare una piccola rosa fresca accanto alla tazza del latte e biscotti. Erre ti abbracciava con tutta la forza che aveva in corpo. Erre ti chiamava cara, facendoti sentire una di famiglia. Erre amava ridere di pancia. Aveva una risata frizzante, perché sentivi la sua eco sfrigolare a lungo, intorno a te; generosa, perché ti faceva venire le farfalle allo stomaco, come tutte le cose belle; felice. Sì era una risata felice, la sua. Che riempiva l’aria. Che ti riempiva. Erre amava le scarpe.
Vorrei le prendessi tu, le scarpe della mamma. Perché mi piace il tuo stile, so ti prenderesti cura di loro proprio come faceva lei. E poi avete lo stesso numero e questo non è un caso. Tre ore di viaggio separano le due ragazze, ma almeno una volta all’anno il mi manchi amicamia bussa prepotentemente alla porta e allora si deve partire. Quella mattina fu triste, malinconica ma anche allegra e spensierata. Vedevi la sua felicità annaspare e alla fine sai si salverà aggrappandosi al salvagente degli affetti, anche del tuo affetto, che ora più che mai è prezioso. Vieni, andiamo nel suo guardaroba. Provale. Oh, ti stanno benissimo, lei le portava sempre coi pantaloni. Aspetta che mi sposto, così ti specchi. E queste? Sono il tuo genere, lo so. Hai visto come le conservava bene? Con la carta di giornale dentro, per tenerle in forma. Sì, come fai tu. Guarda, in camoscio con la zeppa. Deliziose. Vieni a vedere, papà. Dai amicamia facci una bella sfilata. Sarà divertente.
Divertente. Abbiamo perfino riso.
Il decolletè. "Quel decolletè che ha fatto innamorare tuo padre", mi diceva sempre. E quelle da sposa? Chissà dove le ha messe. Diamo un’occhiata agli stivali. Anni fa comprò un paio di stivali neri. Le piacevano così tanto che poi ne prese un secondo paio, uguale. Provali, dai. Sembrano fatti apposta per te. Questi bassi. Li indossava sempre quando c’era l’acqua alta. Di pelle marroni. Li aveva portati dal calzolaio poco prima. Poco prima di. Belli, bellissimi. Abbiamo finito. Sono così felice di saperle con te, le sue scarpe. Come fai ora a tornare a casa in treno? Sono tantissime. Dai, andiamo a mangiarci una pizza. Fatti abbracciare.
Un novembre. L’ultima volta assieme a lei. Era una giornata inspiegabilmente bella, il cielo terso, un bel sole caldo. Quando un posto è abitato da persone che adori, lo senti anche un po’ tuo. Tutti a fare l’aperitivo. Una pedalata velocissima per arrivare all'appuntamento, le bimbe caricate sul seggiolino e noi a ridere e pedalare e ridere e pedalare e guarda che arrivo prima io occhio che c'è una discesa ecco adesso ci ammazziamo ti ricordi quella volta ad Amsterdam? Sì ma io mica lo sapevo che per frenare bisognasse pedalare all'indietro. Le bici parcheggiate accanto a un bancomat. Lei ci aspettava già in quel posto dove era di casa. Tavolini e poltroncine all’aperto. Un panorama da cartolina. Il sole che piano piano spariva nella laguna di Venezia.
Prendiamoci uno spritz. Olive. Patatine. Sì dai ragazze, lasciate mangiare un po’ di schifezze anche alle bimbe. Voi quando ripartite? Domani? Peccato. Beh ci rivediamo presto vero? Sì, certo. Ci rivediamo. Presto.
Sai ho un gran male alle ossa, e ai piedi. Però mi sono detta: chi se ne frega, sarà una giornata bella e speciale. Metto proprio queste scarpe col tacco. Non sono stupende?
Oggi indossare le sue scarpe significa pensarla, ogni volta. Farla rivivere in una serata in pizzeria o al cinema, in un giorno di pioggia, in una mattina di corsa fra un appuntamento e l’altro.
Lei non se ne è mai andata.


3 commenti:

  1. Anonimo11:28 PM

    Immersa nel silenzio surreale che a quest'ora finalmente mi circonda leggo queste righe preziose...
    ti voglio bene come ad una sorella..
    ti ringrazio per quello che sei, perché ci sei e per quello che scrivi..
    e tra le lacrime perfino rido...
    p.s. hai ragione lei non se ne è mai andata..
    ci ha solo prestato le sue scarpe per andare lontano...
    notte amicamia!

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  3. Anonimo6:57 PM

    l'arancione non mi è mai piaciuto, l'ho sempre sentito troppo distante e lontano da me...da quest'estate sento il bisogno impellente, quasi fisico, di mettermelo addosso...mi ha lasciato la sua energia e il suo amore...in una piccola calle c'è un negozio che vende sciarpe di seta di tutti i colori, appena possibile ci andrò ed Erre mi aiuterà a scegliere...ps. è stato "davvero impegnativo" leggere queste...righe preziose.

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