venerdì 30 dicembre 2011

quel capodanno

Olivia
Cui Olivia
In cui Olivia
Capodanno in cui Olivia
Quel capodanno in cui Olivia
Quel capodanno in cui Olivia andò al mare con le altre. Comprò un vestito nero per l’occasione. Partirono col treno e un piccolo trolley per i loro due giorni di festa. Cenarono nel centro del paese, in un ristorante di pesce. Brindarono al nuovo anno sedute al tavolo con perfetti sconosciuti. Andarono in discoteca e ballarono, ballarono per tutta la notte fino a quando la musica non finì e le luci si spensero. Fecero colazione con cornetto e cappuccino, in un bar dai tavolini bianchi. Poi tornarono in albergo e fecero colazione, di nuovo. Quando il sole si svegliò, più o meno alle 8, dissero buonanotte, come canterebbe Jovanotti.

Quel capodanno in cui Olivia andò in montagna con C. Si fecero un sacco di foto sceme sulla neve. Faceva un freddo incredibile e sciarono, un po’.  La cena del veglione era a buffet. Una quantità impressionante di gente che ingurgitava cibo a una velocità altrettanto impressionante. Brindarono al nuovo anno nella discoteca del villaggio. Come ti chiami? Piacere. Buon anno. Cappellini, stelle filanti, bicchieri mezzi vuoti abbandonati ovunque, luci, musica, guarda quella come è vestita. Andiamo a letto. Non provarci neanche, a puntare la sveglia.

Quel capodanno in cui Olivia partì con la sua amica bionda e buona, che aveva il cuore a pezzi per colpa di F. Andarono a casa di amici per festeggiare. La sua amica bionda e buona aveva il cellulare scarico e solo il caricabatteria per l’auto.  Salutarono il nuovo anno in macchina, con due calici pieni, il cellulare in carica. Aspettando quella telefonata di F, che non arrivò. Cin cin, buon anno. Olivia augurò a F. di non trovarsi mai nel suo raggio d’azione, altrimenti lo avrebbe gonfiato di botte per  quanto aveva fatto piangere la sua amica bionda e buona. Il giorno dopo entrarono in una profumeria. Comprarono due buffissimi fermagli per capelli e risero, tanto, provandoseli allo specchio.

Quel capodanno in cui Olivia era terrorizzata perché il suo gatto quasi morì e lei, mentre gli teneva la zampa e gli baciava il muso durante l’ecografia, pensò che quello fosse un nuovo anno di merda. Quando il veterinario le disse che l’anziano felino “era davvero una pellaccia” e ci avrebbe seppellito tutti, Olivia pensò che quello fosse un nuovo anno meraviglioso. Tornati a casa, lo coccolò fino a consumarlo.

Quel capodanno in cui Olivia andò in Germania col tutore al ginocchio perché per nessuna ragione al mondo sarebbe rimasta a casa. Salì su una collina, in periferia, e vide uno degli spettacoli più belli della sua vita. Un mondo di fuochi artificiali che, d’improvviso, illuminò il cielo. Per tanti, tantissimi minuti. Mangiò dolcetti e brindò con chiunque, non avendo la più pallida idea di come si dicesse “auguri di buon anno” in tedesco.

Quel capodanno in cui Olivia partì, sei ore di macchina. Raggiunse una deliziosa città in cui mangiò divinamente in un famoso ristorante tipico. Tanto, forse troppo. Fece una passeggiata per il centro di M, pensando non avesse senso festeggiare il nuovo anno con così tanto entusiasmo. Che magari porta sfiga. Meglio starsene buoni buoni in casa e poi a mezzanotte e un minuto lanciare la lavatrice giù dalla finestra. Così, in silenzio. Quella notte, la prima notte dell’anno, la passò a vomitare abbracciata al wc di una camera d’albergo prenotata via internet all’ultimo minuto, un vero affare. Pensò buon anno un cazzo.

Quel capodanno in cui Olivia andò alla festa organizzata dal suo liceo, solo perché sapeva ci sarebbe stato il figo della scuola. Che ovviamente la considerò non più di un mozzicone di sigaretta schiacciato. Ma lei, mentre lo guardava ballare i Green Day e ridere con i suoi amici, si sentì comunque la ragazza più felice della festa. Alle 23.45, lo stordito di turno le rovesciò sulla maglietta un intero bicchiere dal contenuto non ben identificato. Corse in bagno, si posizionò sotto al getto d’aria calda dell’asciuga mani dove restò per quasi dieci minuti. Uscita dal bagno, brindò augurando con lo sguardo un felice nuovo anno al figo del liceo, che baciò tutti tranne lei.

Quel capodanno in cui Olivia ed S. s’ammazzarono di risate in un locale di montagna pieno di gente improponibile nel quale però tornarono anche l’anno successivo. Forse perché la gente improponibile era proprio quello di cui avevano bisogno, in quel periodo. Quando rincasarono, alle 4am, fecero pianissimo per non svegliare la mamma di S. Si misero nel divano letto a mangiare pane e gorgonzola davanti a un film di Fantozzi, pensando non ci fosse modo migliore di iniziare quei 365 giorni.

Quel capodanno in cui Olivia e lui prepararono una più o meno commestibile cena a base di pesce. A mezzanotte, corsero in strada per fare a palle di neve. Loro due, da soli. Costruirono un pupazzo, perfetto. Un ramoscello come naso. Non avevano carote. Si svegliarono molto presto e mangiarono  pandoro e cioccolato. Esami già preparati, vacanze ancora lunghe. Un capodanno perfetto. Neve. Pupazzo. Pandoro. Cioccolato. Perfetto.
Quel capodanno in cui Olivia
Capodanno in cui Olivia
In cui Olivia
Cui Olivia
Olivia.

Buon duemiladodici.

martedì 27 dicembre 2011

cheesecake una volta all'anno


"Ma grazie mi hai regalato due libri, io adoro leggere. Titoli? Autori? Sono curiosissima".

"Dai apri, apri. Vanno molto di moda, non ti conosco benissimo però non possono non piacerti".

"Ah. I libri di cucina della Clerici e della Parodi. Grazie. Beeeelli. Si vede che non mi conosci bene".

Cucinare vuol dire dedizione, pazienza, cura e attenzione per i particolari. Saper calibrare le giuste quantità anche senza l’aiuto della bilancia, cuocere ma non troppo. Mescolare energicamente ma senza esagerare. Non distrarsi proprio in quel momento lì perché altrimenti si rischia di rovinare tutto e dover ricominciare da capo.

Significa studiare le ricette adatte a seconda della stagione, avere un pomeriggio o addirittura una giornata intera a disposizione e decidere di passarla fra uova, spezzatino, pasta sfoglia, polenta, cioccolato, farina. Sapersi rilassare, concedersi il lusso di distrarsi un momento ascoltando la radio sapendo comunque di avere tutto sotto controllo. Persino andare nell’altra stanza a fare altro. Accettare il fatto che le tue ore di lavoro verranno spazzate via in poco meno di un paio d'ore fra un bicchiere di vino e una risata. Che a fine serata se va bene rimarrà solo qualche avanzo da riporre in frigo per il giorno dopo. Significa pensare che magari potresti stare in divano a leggerti un libro o al computer a cazzeggiare/scrivere o fuori a fare una passeggiata. Invece sei in cucina col grembiule, le ciabatte e la Clerici che ti sorride con un mestolo in mano. Perché diciamocelo, solo la Parodi e una nonna speciale riescono a cucinare coi tacchi e l’abito fighetto senza ungersi persino le mutande. Se c’è qualcun altro all’ascolto in grado di farlo, è pregato di farsi avanti. Riceverà in premio i due libri di cucina sopra citati dai quali mi separerei con immenso dolore, sappiatelo.

A proposito. Apro una pagina a caso e leggo.

Fusilli con fave e piselli alla carbonara: sgranare i piselli e le fave. Ti ha mai detto nessuno che se li prendi in scatola fai prima?. Togliere la pellicola alle fave, per renderle più tenere e verdi. Come scusa? Prendi una fava alla volta e togli la pellicola? Infermieri! E’ qui, è qui! L’ho trovata! Sì, la camicia di forza l’ho io. Tagliare ad anelli i cipollotti. Versare un po’ d’olio in una padella e farli rosolare. Un po’? Come un po’? A parte che io non so far rosolare. Cosa vuol dire? Cuocere? Abbrustolire? Bruciare? Lessare? E poi. Se l’olio è troppo diventano in brodo. In tal caso io prenderei la padella e verserei l’olio in eccesso nel lavandino. Il più delle volte mi cadrebbe anche parte del contenuto che prontamente recupererei fra i piatti sporchi e rimetterei in pentola. Eh quante balle. Se invece è poco e lo aggiungi dopo, con la padella incandescente rischi di perdere un occhio e di servirlo in tavola assieme a fusilli, fave e piselli. E che cazzo. Far cuocere per 10 minuti. Nel frattempo (argh! Ansia. Nel frattempo = brucerò tutto) rompere un uovo in una ciotola e mescolarlo con il formaggio grattugiato. Ok, questo posso farlo. Lessare i fusilli, scolarli e metterli nella padella con fave e piselli. Quali fave e piselli? Merda. Sono diventati pezzi di carbone. Ricominciare da capo. Se non si hanno altri piselli e fave mandare la ricetta in vacca, aprire un barattolo di passata di pomodoro e buon appetito a tutti. Se miracolosamente non brucia tutto: incorporare il composto di uova e formaggio. Mescolare delicatamente. Delicatamente? Ha! Mi ci vedo.

Da qualche parte, nel mondo, c’è una persona che quando ha messo su casa ha espressamente voluto la cucina grande come la cabina armadio. Nel senso che la cucina è 2mt per 2mt. e la sua cabina armadio non è quindi esattamente quella di Carrie Bradshaw. La cabina armadio è così stipata che molto presto le scarpe finiranno fra le pentole e un frullatore Braun modello base usato 5 volte in tutto. La sua cucina pur essendo piccolissima ha ancora molto spazio inutilizzato e chiedersi seriamente come possano le altre donne avere bisogno di così tante mensole e di quei numerosissimi attrezzi assolutamente sconosciuti pare una domanda più che lecita alla quale però ancora non ha trovato una risposta convincente.

Da qualche parte, nel mondo, c’è una persona che ama avere la sua casa piena di amici e casino e ogni volta prende tutto pronto all’iper perché pensa che l’importante sia stare tutti insieme e allora chissenefrega se si passerà la serata fra le pizzette e qualche sandwich.

Da qualche parte, nel mondo, c’è una persona che viene presa dall’ansia solo al pensiero di dover seguire una ricetta. Questa persona una volta all’anno, solo una volta all’anno da ben due anni (quindi non si può assolutamente ancora considerare abitudine ma dai non siamo così pignoli) prepara una deliziosa cheesecake seguendo la ricetta originale americana perché le ricorda quell’estate a S.Francisco e la bakery all’angolo di una stradina in salita, con quei pittoreschi tavolini di legno e i fiori freschi ogni giorno persino in bagno, che faceva la torta più buona le sue papille gustative abbiano mai assaggiato. Questa preparazione le costa tanta fatica e tanta ansia e tanta concentrazione però ne vale assolutamente la pena. No che non può farla più spesso. Perché quando le cose diventano abitudine, smettono di essere magiche e speciali.

N.d.A. dopo questo post, il 90% delle donne mi odierà.

venerdì 23 dicembre 2011

e allora


La tovaglia rossa. I tovaglioli coordinati. Le candele. Voglio tante candele accese, quest’anno. Bianche e rosse. Niente luci artificiali. I piatti del servizio bello. Anche per i piccoli, che ormai piccoli non lo sono più. I jingle natalizi in sottofondo. L’albero acceso. La mia collezione di angioletti sparsi per tutta la casa. Sono tantissimi e bellissimi. Non vedevano l’ora di uscire, lo so. Quest’anno li lascio fuori fino a Pasqua. Il pesce è già nel forno, al minimo. Forse è troppo. Meglio troppo che troppo poco, se avanza pazienza. Le patate arrosto, un po’ bruciacchiate sono più buone. L’acqua ormai bolle. Sugo al tonno e acciughe per gli spaghetti. Il pane. Panettone. Torrone. Frutta secca. Le 19.30. Aspetta che mi vado a preparare. Pantaloni neri, maglioncino nero coi brillantini, quello preso a New York tanti anni fa. Cavoli fa proprio Natale. Mi mancano solo pungitopo in testa e due piccole renne in mano e poi sono a posto.

Sì è tutto pronto. Ecco sono arrivati. Che belli che sono, tutti quanti. La casa ride, con loro. Adesso ceneremo insieme. Poi si andrà alla messa di mezzanotte, per chi crede in Lui. E sarà una messa infinita con i canti, i battesimi di qualche neonato, i bambini addormentati sulle panche, il panettone benedetto, gli abbracci e gli auguri. Per chi non crede in Lui ma in qualsiasi altra cosa perché in qualcosa si deve pur credere no, ci saranno altre preghiere, e le luci natalizie della città addormentata che salutano. Luci colorate, monocromatiche, fisse, intermittenti, belle, meno belle, raffinate, pacchiane. Tantissime. Almeno in questi giorni mettiamo via la poca pazienza, i brutti pensieri, la rabbia, le antipatie. Mettiamoli tutti lì. Sì proprio lì, nell’ultimo cassetto in basso a destra della scrivania. E ci sarà qualche bimbo in pigiama che scruterà il cielo, convinto di aver visto un simpatico nonnino dalla lunga barba bianca pronto a consegnarli i regali. E dai corri a letto, che se ti vede sveglio si arrabbia. Sotto alle coperte, si addormenterà pensando che sì, quel rumore proveniente dal salotto era certamente quello di uno zoccolo di renna.



Il quadro pare perfetto.

E allora buon natale a tutti i miei amici, quelli vicini e quelli lontani. Buon natale a chi ho il privilegio di poter veder quando voglio e a chi non quanto desidero, buon natale alla mia migliore amica, che è scappata lontano per inseguire la sua passione. Non vedo l’ora di vederla. Amo le feste anche per questo. Buon natale al mio migliore amico che ha commentato l’apertura del blog con un “beh quando scrivi di me?”, buon natale a quelle due meravigliose pr milanesi dagli occhi azzurri che mi mancano un casino: eravamo proprio un bellissimo trio. Buon natale a chi dopo Milano, Miami, Firenze ora sta a Londra e chissà quando troverà pace. Buon natale a Sally Brown e ai suoi abbracci che parlano. Alla V., che ora non mi scappa più. E alla sua mitica figlia C. Buon natale ad A. di Firenze, a chi vive a Venezia e alle loro fantastiche famiglie. Buon natale e buon compleanno a quella talentuosa scrittrice di Sanremo che adoro da morire. Forse ha messo la testa a posto. Forse. Buon natale alla sua mamma. Buon natale alla V. che ha viaggiato da nord a sud, buon natale alle nostre risate pedalando come schegge verso la scuola. Buon natale a chi ha studiato con me negli anni più belli, quelli dell’università. Buon natale a quella prof che tanto si è fatta temere e al contempo amare. Buon natale a chi vive oltreoceano. Distante. Ma tanto vicino. A chi è diventato milanese doc, offrendomi la scusa di tornare in questa città che in fondo non posso non amare. Buon natale al suo pancione che cresce. Buon natale a chi mi conosce da sempre. Medaglia al valore e inchino.



Buon natale a chi crede io sia un po’ pazza. Confermo. Buon natale a chi si chiede quando li penso, ‘sti post. Mentre lavo i piatti? Ferma al semaforo con la radio a palla? Quando salgo di corsa tre scalini alla volta perché sono in ritardo? Mentre dalla finestra di cucina m’incanto a guardare un cane pazzo di gioia che corre attorno alla sua padrona e nel frattempo la cena si carbonizza in forno? Anche. Buon natale a chi mi legge con passione. Onorata. Buon natale a chi non conosco e ogni tanto passa di qua. Lo so che ci siete. E ridete. E, a volte, vi commuovete.

Ecco vi porto tutti nel cuore. No, un attimo. Lì no. Lì c’è Matt Damon. Un po’ più a destra. Ora siete perfetti. Certo che ci state tutti. Buon natale.

giovedì 22 dicembre 2011

me lo prometti?


Tira fuori lingua, fai sentire polsi. Bene, racconta cosa è successo.

Dunque, sono andata in montagna e il primo giorno, dopo un minuto secco che ero sulla neve, sono scivolata sul ghiaccio prendendo una botta bestiale.

Quindi tu è caduta su neve?

No, su ghiaccio (oddio, ormai parlo come lui. Internatemi).

C’era ghiaccio? In montagna?

Ma mi prendi in giro? Sai cos’è la montagna? Oppure la foto fra i monti che esibisci con orgoglio è un fotomontaggio? Ammettilo, che hai usato Photoshop. Comunque per tua informazione il ghiaccio non lo trovi solo nel freezer.

Tu aveva busta?

Ehm bella giornata eh oggi?

…tu aveva busta?

Chissà se nevica per natale. È da tanti anni che…

Tu aveva busta???

No W, lo ammetto. È che fra lupetto, maglione da spedizione sul K2, calzamaglia, pantaloni e scarpe da montagna, mi mancavano lampeggiante sulla testa e cartello “trasporto eccezionale” sulla schiena e poi ero a posto. E poi non sono mica andata per sciare, così mi sono detta: figurati se sono così sfigata da cadere. E infatti.

Male! Molto male! Tu almeno aveva canottiera?

Canottiera??? W, ti ha mai detto nessuno che portare la canottiera fra i 15 e i 50 anni è considerato illegale? Certo che non avevo la canottiera.

Tu è andata in montagna e no ha fatto compiti. Però anche se tu aveva busta, con botta che ha preso ti veniva lo stesso colpo DELLA frusta.

Beh allora risparmiami la predica, no?

Adesso tu sdraia. Vediamo. Prova a girare testa a sinistra. Bene. Gira a destra....gira a destra....gira a destra...gir...

Eh a destra non gira.

Ah. Allora io mette taaaanti aghi su collo. Tu ora rilassa.

Non puoi dire rilassa e allo stesso tempo tenere in mano quei lunghissssimi aghi.

Ecco ora io mette SOLI su corpo per scaldarlo.

Adesso chiama le lampade rosse "soli". Prossima volta porto la crema solare.

Non posso mettere coperta, paziente di 80 anni in altra stanza ha voluto due. Mi dispiace.

Chi? Quella che suona il campanello alle 8.50 e varca la soglia dell'ambulatorio dopo 20 minuti? Ma grazie Signore! Dio c’è! No figurati, io non ho bisogno della coperta.

Eh ma tu deve stare al caldo.

Pare preoccupato. Poi guarda la sedia, dove c’è il mio piumino. No. Ti prego no.
Io mette tuo piumino su parti che lampade non scaldano.

Cosa ho fatto di male? Ditemelo, vi prego.

Eeeecco qui. Ci vediamo dopo.

Però. Non è che si sta poi così male. Stamattina mi sono svegliata davvero presto. Che silenzio. Che pace. Vorrei stare qui tutta la mattinzzzzzzzzzz.

Tutto bene? F.?

Oddio! Dove sono? Chi sono?

Ah tu ti è addormentata! Io ha detto rilassa e tu ha obbedito eh? Tu è incredibile, tu ha dormito a nove di mattina! Ora fa piano ad alzarti, io sempre taaanta paura di vertigini.

Senti W, quando la mia schiena sarà a posto, prometti che mi farai venire qui da te anche solo una volta alla settimana? Ti pago 40 minuti di lettino, le lampade rosse addosso, il silenzio, il cellulare spento alle 9 di mattina. Anche la coperta che fa un caldo maiale.

Eh, W? Lo troverai un posticino per me? Me lo prometti?

lunedì 19 dicembre 2011

sento


Mi piace giocare con il trenino, il suo odore di legno laccato è unico. Il mio soldatino preferito, quello più grande di tutti con quel cappello rotondo. Rotondo come una palla. Il cavallo di plastica. Le costruzioni: i mattoncini sono duri, e si incastrano l’uno sull’altro. È bello costruire torri altissime e poi farle cadere. Fanno un rumore forte quando toccano il pavimento. La pasta da manipolare: ne faccio sempre un disco usando quel cilindro duro. Cilindro. Anche il maccherone è un cilindro. E anche la piadina è un disco. Gli spaghetti invece sono lunghilunghi e sottili, come i capelli della mamma. Mi piacciono tanto. Sia gli spaghetti che i capelli della mamma. Gli spaghetti sanno di un buono da mangiare. I capelli della mamma sanno di un buono da baciare e annusare. Mi piacciono i pomodori. Che sono rotondi come il cappello del mio soldatino preferito e la mia palla. Ho una palla morbida morbida che suona e mi piace così tanto che a volte la porto a letto con me anche se la mamma non vuole perché dice che poi non mi addormento più. La voce della mamma è bellissima, soprattutto la sera quando mi racconta le favole. Ogni volta divento un personaggio diverso: un principe, un orso come quello che ho ai piedi del mio letto, un pirata, un soldato.

Mi piace andare in bicicletta col papà, in qualsiasi stagione. Voglio scoprire tutto il mondo, in bicicletta col papà. Voglio sentirlo mio, voglio non abbia più segreti per me, come la mia casa, che ormai conosco in ogni suo angolo. Mi siedo nel seggiolino, poi lui inizia a pedalare e partiamo veloci come il vento. D’estate sento il caldo sulla pelle, il sole che mi scalda. D’inverno sento il freddo che mi punge le guance.

Tutte le settimane vado a nuotare. Sono veloce come uno squalo. Sono un piccolo squalo e da grande vincerò tante medaglie. Sento l’odore della piscina. È molto diverso da quello del mare. Il mare ha l’odore del sale, della sabbia, del vento, delle vacanze, dei bambini che mangiano il cono gelato. La piscina ha l’odore dell’inverno, dell’accappatoio, delle ciabatte, della cuffia, dei grandi che nuotano e hanno fretta di arrivare per primi. Io un giorno arriverò prima di loro.

Ieri la mamma e il papà mi hanno portato in un maneggio e sono salito su un cavallo. Non era piccolo e duro e di plastica come i miei. Era grandissimo e di pelo e si muoveva. Era vero, non ci potevo credere. Ero emozionantissimo. Stai tranquillo, mi hanno detto. Non avere paura. Lui sente, se hai paura. E se ne dispiace. Non ti tradirà mai perché è tuo amico. Io l’ho sentito, che era dispiaciuto. E anche che era mio amico. Così mi sono tranquillizzato. Io mi fidavo di lui, e lui si fidava di me. Ero così felice che ad un certo punto mi sono chinato in avanti e l’ho abbracciato forteforte. Lui continuava a camminare e io me ne stavo in sella e lo abbracciavo, sì. Mi sentivo un campione dopo una vittoria. Non volevo più scendere.

Prima di tornare a casa gli ho dato una carota. Sentivo i suoi dentoni che la masticavano avidamente. Poi lui mi ha leccato la mano e mi sono messo a ridere perché mi faceva il solletico. Mi piace stare qui e la prossima settimana torno a trovarlo. Un giorno voglio galoppare assieme a lui, come i cowboy. Sento la sua coda che si muove nervosamente per scacciare le mosche. Sento lo scalpiccìo dei suoi zoccoli che aspettano impazienti uno zuccherino. Sento i suoi occhi addosso che mi studiano con rispetto mentre gli bacio il muso. Lui sente, che diventeremo inseparabili. Lui è il cavallo Sam e ha dieci anni. Io mi chiamo Gabriele e di anni ne ho cinque. E sono cieco.

Io penso anche a loro. E tu?
www.gliangelidigabriele.it

venerdì 16 dicembre 2011

frullatore


Ciao ciao un bacio, certo che oggi è proprio una bella giornata siamo fortunati così i bimbi possono giocare fuori. Non so se prendere primo e secondo o solo il primo poi il dolce. O primo, secondo e dolce. Vieni qui, no non puoi avere caldo la canottiera non te la togli. Voi volete gli spaghetti? Spaghetti per i bimbi così facciamo prima. E niente volevo proprio andare a quel concerto ma sono finiti i biglietti, peccato. Anche lo gnocco con un po’ di affettati. Siediti a modo per piacere. Mamma mia quanta gente, staremo qui fino a domattina. No per ora fa solo piscina, dopo c’è una festa. Sì in piscina. Compleanno. Dio io piuttosto che portare mia figlia a una festa di compleanno in piscina faccio da bersaglio al tiro con l’arco. Ma i bambini che non sanno nuotare? Stanno a casa. Ah. No io non so come abbia fatto a perdonare quello che ha ucciso suo padre. Non ne sarei mica capace. Ma dai come si fa a sposarsi la vigilia di Natale? Oddio questa tagliata è troppa non ce la farò mai a finirla. Basta parlare di politica, mi viene da vomitare. Sì un attimo ora vi accompagno fuori che c’è lo scivolo. Mi prendi gli occhiali da sole per piacere? Dov’è la cuffia? Ma no dai non ci vuole. Bella quella giacca, non ne hai un’altra praticamente uguale? Che c’entra, avevo quattrini da spendere. Perché, in tasca ti bruciavano? Me lo dai un bacino? Dai non fare la tigna. Usa sempre lo shampoo alla camomilla così rimane bionda. Beh se non lo trovi puoi sciacquarle i capelli con la camomilla fatta in casa. In casa non abbiamo camomilla, per carità. Siamo tutti narcolettici. Oddio hai le labbra viola. È il vino, non sto per morire. Io quel film al cinema mi rifiuto di vederlo. Uh che belle scarpe. Ma non hai freddo senza calze? Macchè ci sono ben 15 gradi, ragazza. Il dolce! Ma lo avete ordinato senza dirci niente? Come va con la scuola? La prima gara è domenica prossima. Taci guarda che ora sto proprio bene, chissà se dura. Chi ha vinto? Quel paesaggio sembra finto. No, è finto. Beh allora questo dolce? Ma secondo te quella è incinta o ha la panza? Bella domanda. Pare molla quindi è ciccia. Caffè caffè, facciamoci portare il caffè che sennò ci addormentiamo di brutto. Hai la pipì? Sei sicuro? Minimo se la fa addosso, me lo sento. Hey è tardissimo! Siamo stati a tavola una vita. Andiamo a recuperare quei pazzi sullo scivolo. Dai che andiamo. Stasera siamo fuori a mangiare la pizza. E poi, lavanda gastrica al policlinico?

Qualcuno è sopravvissuto a un pranzo. Da qualche parte, nel mondo.

mercoledì 14 dicembre 2011

solo lui

Ormai lo sa anche mio marito, che non posso più fare a meno di lui. Eh beh certo, si è rassegnato. Per forza.

Sai io alle amiche subito non l’avevo detto, loro sono molto tradizionaliste e ho pensato che non avrebbero capito. Una volta ho provato ad accennare la cosa ma hanno subito storto il naso, chissà cosa si sono messe in testa.

Ma scherzi? Hai proprio ragione. Uno così non lo trovi, davvero. Non sai quanti ne ho conosciuti prima di lui. Sì ti fanno stare bene, per un po’. Ma poi la cosa non dura. Lui invece mi ha fatta rinascere, mi sento una donna nuova, diversa.

E poi è così gentile, pacato, quando vengo qui mi sento in pace con me stessa. Conto i giorni che mi separano dal nostro prossimo incontro.

Hai sentito come ti tocca? Ha delle mani fantastiche. Eh si vede che ne ha da vendere, di esperienza.

Beh lo sai vero che è sposato? Non hai visto la foto che ha sulla scrivania? È la sua famiglia.

Però la fede non la porta.

Ma tu sai dove abita? Dai non fare la stupida, così per curiosità.

Ma dai? Allora qui vicino. Strano, non l’ho mai visto in paese. Eh per forza, è sempre chiuso qui dentro. Tu ogni quanto lo vedi? Ah però, tre volte a settimana. Anche io ho iniziato così. Adesso sono passata a una e non sai quanto mi manca. Sapere che un giorno mi dirà che non dobbiamo più vederci è il mio incubo ricorrente. Sì, con una mia amica l’ha fatto. Da un giorno all’altro. Lei è uscita sconvolta. Ci ha messo giorni e giorni per riprendersi. Però ogni tanto non ce la fa più e lo chiama. Così può tornare e rivederlo. Solo lui la fa stare bene, non c’è niente da fare.

Sai che spesso vedo anche degli uomini? L’ho detto a mio figlio, ma non ne vuole sapere. Si limita ad accompagnarmi qualche volta ma aspetta in macchina, sì per quaranta minuti. Eh cosa vuoi che ti dica. Ma prima o poi lo convinco a salire. Lo so che non può mica entrare a guardare ma almeno così vedrebbe l’ambiente e capirebbe che è un posto pulito e decoroso. Sai che prima io ero stata anche da un altro? Ma sono scappata dopo la prima volta.

E quella che ogni tanto si vede, chi è? Veramente? Credo abbiano studiato insieme, l'ho sentito dire in giro. Un po’ antipatica. Insignificante. Pure bruttina. Sì lo ammetto, sono gelosa.

Uh eccolo che arriva. Sempre molto distinto. E sorridente. Impeccabile. Che uomo.

Tutte pazze per il dott.W.

N.d.A. tutti gli aneddoti riguardanti il dott.W. non sono frutto dell'immaginazione bislacca dell'autrice, bensì vita vissuta. Da qualcuno. Da qualche parte, nel mondo.

lunedì 12 dicembre 2011

niente scherzi


Sì sono siciliana, si sente dall’accento vero? Me lo dicono tutti. E io ne sono orgogliosa certo. Mi trovo molto bene qui anche se ho ancora un sacco di problemi ad orientarmi: pensa che giù al mio paese non ci sono semafori e hanno messo la prima e unica rotonda il mese scorso. Quindi faccio un sacco di casini, mi metto nella corsia sbagliata, chiedo informazioni al semaforo, non ricordo i nomi delle vie; appena posso prendo lo scooter, mi fa sentire ancora a casa anche se mammamia fa davvero freddo. Ma che freddo avete? Eh? Ieri ho chiamato mia madre, dice che hanno 16 gradi e il sole. Lo immagino il mio sole giallo limone anche a novembre e il cielo azzurro azzurro. Come nei fumetti della Pimpa. Il mare, quanto mi manca il mio mare. No non posso tornare a casa per Natale, è la prima volta in 30 anni che non vedrò la mia famiglia. Mia madre è già a lutto, però lo so che con una punta d’orgoglio avrà già detto a tutti che la sua bambina quest’anno lavora anche per le feste comandate, che il suo lavoro è così, deve essere sempre a disposizione e il mondo mica si ferma per farla riposare. Forse parto per qualche giorno a gennaio, quando c’ è meno confusione. Ma sì dai meglio così in fondo.
Mi sono tagliata i capelli sai. Prima sembravo una Madonna pentita, adesso invece sono molto più sbarazzina. Le mie amiche quasi non mi avevano riconosciuta. I parrucchieri qui sono un po’ pazzi. Eh però il mio è bravissimo, pensa che è stato anche a lavorare a Milano. A Milano! Me l’ha consigliato P. La conosci vero P.?
Qui vi trattate proprio bene. Sapete viziarvi, ogni giorno. La vostra cucina è fantastica e io ho già messo su qualche chilo. Mia madre è contenta però, lo so che aveva paura io morissi di fame lontano da lei. Il fatto è che ho dei ritmi di lavoro così assurdi che spesso quando stacco faccio un salto nella rosticceria che hanno aperto da poco qui all’angolo. Ho visto tuo figlio ieri, sì è proprio un bel ragazzo, complimenti. Vedrai che prima o poi la trova quella giusta. O magari si è già fidanzato e non lo vuole dire. Ma sì, è sicuramente così.
Cosa vuoi mai io sono sempre chiusa qui dentro, non ho una gran vita mondana. La sera sono troppo stanca e poi lo sai che il sabato e la domenica non esistono per me. Avevo un ragazzo giù al mio paese , ma non ha accettato questa mia scelta di trasferirmi. D’altronde è così difficile trovare lavoro che quando mi hanno chiamata qui non ci ho pensato due volte e ho accettato. Lui l’ha visto come un tradimento, probabilmente mi voleva chiusa in casa a fare il sugo. L’ho lasciato. Perché se ami me, devi amare anche il mio lavoro.
Scusami parlo troppo, lo so. Me lo dice sempre anche la mia coinquilina.
Accidenti è già mezzanotte. Ora stacco. Cosa credi, anche noi dormiamo, a volte. Ci vediamo domani. Mi raccomando non fare scherzi, stanotte. Non lo so, se ti risvegli. Io però ci credo sempre, sai? Fino all’ultimo minuto. Secondo. Respiro. Battito. Sai cosa ti dico? Che se esci di qui ti aspetto nella mia Sicilia. A fine settembre, quando sono in ferie e i turisti sono quasi tutti andati via. Così vedi il mio sole. Il mio cielo. Il mio mare. Chissà se ci sei mai stata, giù. Magari domani lo chiedo a tuo figlio. Allora siamo d’accordo, eh? Niente scherzi, stanotte.
A passo svelto s’incammina verso il suo armadietto. Via il camice e gli zoccoli. Jeans, maglione pesante, anfibi. Piumino, guanti, sciarpa. Casco. Chiavi del motorino.
Sono stanchissima. Non sono riuscita a mangiare niente, per cena. Pazienza. Mi sono dimenticata di chiamare mia madre. Magari le mando un messaggio.
E ancora non riesce a togliersi dalla testa quella deliziosa canzone che passavano stamattina alla radio.
Hopelessly I feel like there might be something that I missed
Hopelessly I feel like the window closes so quick
Hopelessly I’m taking a mental picture of you now
Cause hopelessly to the hopeless we have something to feel good about.

Oh this is gotta be a good life
This could really be a good life good life
Say oh got this feeling that you can’t fight
Like this city is on fire tonight
This could be a good life
Good good life
Senza speranza credo ci sia qualcosa che manca.
Sì, questa potrebbe davvero essere una bella vita. Nonostante tutto.

mercoledì 7 dicembre 2011

il figlio più piccolo


Preparati eh, che adesso usciamo. Abbiamo un sacco di commissioni da sbrigare e non ti lascio certo qui a casa che poi lo so come va a finire. Te ne stai in divano a poltrire e a mangiare schifezze.

Ecco lo sapevo, lo sapevo. Dove va adesso? Fammi vedere. In bagno a truccarsi. Com’è bella. Sembra gli anni non passino mai, per lei. Con quegli occhi verdi e una cascata di capelli color mogano. Da chi avrò preso io, che sono biondo come un tedesco? Mah. Cosa si mette? Il minidress di lana a righe nere e marroni. Un po’ di profumo. Il rossetto. L’ombretto verde. Gli stivali da cavallerizza. Mammamia quante scarpe ha? È proprio una donna, come dice sempre mio padre. Le piace essere l’unica in casa. L’ha sempre detto, che avrebbe tanto voluto anche il secondogenito maschio. Perché noi uomini abbiamo sempre poche storie. E poi è così bello sentirsi amate, desiderate, protette da noi. Ora che quel secchione di mio fratello ha finito il liceo e se n’è andato in un’altra città a studiare sono io che mi devo prendere cura di lei durante il giorno. Mi raccomando controlla la mamma. Mi dicono sempre quegli altri due. Certo potevano anche scegliere un nome diverso per me, più normale. Tobia. Perché Tobia? Me l’hanno spiegato un sacco di volte. Perché a loro piace tanto quell’architetto mio omonimo, per quello. Mio fratello invece ha un nome più comune, Giovanni. Giovanni è il nome del nonno, è vero.

Eccolo che mi segue. Tutte le volte che vado in bagno a prepararmi per uscire lui si ferma incantato a fissarmi. In fondo è un po’ innamorato di me, lo so. Come tutti i figli maschi. Ricordo ancora la prima volta che me l’hanno dato in braccio. 5 settembre. Avevo segnato questa data sul calendario. Tutto programmato. Suo fratello invece  arrivò con 3 settimane di anticipo e ancora non era tutto perfetto come avrei voluto. Che emozione vederlo così piccolo e indifeso. Eccomi, sono la tua mamma. E staremo insieme per sempre. Sei bellissimo. Hey ma come sei biondo! Hai preso dalla nonna. Quanto lo desiderava un fratello, Giovanni. Ma noi abbiamo aspettato apposta un po’ di anni. Sai che traffico avere due mocciosi per casa? Loro hanno 10 anni di differenza e sono perfetti. Giovanni mi ha aiutata tanto. Il mio fratellino, il mio fratellino. Lo ha consumato a forza di guardarlo. Non credo nemmeno abbia sofferto tanto di gelosia.  Sembra ieri che si nascondeva nell’armadio, fra i miei vestiti.  Guardatelo adesso, il mio cucciolo grande. Ancora lo chiamo così, cucciolo. E lui un po’ si arrabbia, lo vedo dai suoi occhi. Ha paura di fare brutta figura davanti ai suoi amici.  Dunque, ragioniamo. Negozio di  alimentari, farmacia, fioraio all’angolo dove ho visto quella piccola e deliziosa orchidea perfetta per il mobiletto all’ingresso, e magari faccio un salto anche nel mio negozio di abbigliamento preferito per provarmi la gonna blu che hanno in vetrina. Con Giovanni era impossibile entrare nei negozi, mi ha fatto sempre diventare matta perché non stava fermo un attimo.  Stasera torna da Milano, non ha lezione fino alla fine della settimana. Sarà bello averlo qui un giorno diverso da venerdìserasabatoedomenica. 

Scommetto che andiamo a fare la spesa. Speriamo faccia i maccheroni pasticciati, quelli riservati alle grandi occasioni. Lo so che stasera torna mio fratello, lo sento nell’aria. Pensano di farmi una sorpresa non dicendomi niente, ma io mica sono fesso. E lei ha la tipica espressione felice di quando pensa a noi due maschiacci che facciamo gli asini in camera da letto.

Tobia guarda che andiamo a piedi, niente macchina. C’è un cielo nero che non promette niente di buono ma non importa, lo sai no che ti ho sempre portato fuori con qualsiasi stagione. Un attimo che prendo l’ombrello. Oddio la borsa, dove ho messo la borsa? Uffa. Sei pronto?

Ma certo, mamma. Io sono sempre pronto. Sei tu che ci metti una vita a prepararti. Aspetta, come al solito ti sei dimenticata questo.
Ah già, che stupida. Il guinzaglio. Vieni che te lo metto. Andiamo, Tobia.

lunedì 5 dicembre 2011

stessa cosa, no?


Ormai lo so. Tiro fuori lingua, faccio sentire polsi.

Oooh molto bene, io moooolto contento oggi. Tua lingua bellissima!

In realtà ho appena mangiato una Fruittella alla fragola, ecco perché. Comunque grazie, non mi aveva mai detto nessuno che ho una lingua bellissima. Sei libero stasera?

Senti ma tu gioca a pallavolo?

Beh sì, cioè….

Ah ma tu gioca in Nazionale???? E con la coda dell’occhio intravedo dottolessa C., la sua assistente, che ha chiaramente la Kodak in una mano e un blocchetto per gli autografi nell’altra.

Ma secondo te? Stavo per dirti che sì ho giocato a pallavolo ma ho smesso tipo 20 anni fa fermandomi al minivolley, credo.

Ah.

È indubbiamente molto deluso.

Tu ha bambina vero?

Sì, perché? Avete bisogno di forza lavoro per fare quei famosi pigiami dell’Oviesse? Eh immagino che sotto Natale abbiate sempre un gran daffare.

Brava brava, bambino va fatto quando madre è giovane, forte e anche incosciente.

E ride. E guarda la sua assistente. E ridono insieme. E io li guardo con un sorriso di circostanza. No ma siete simpatici.

Adesso tu sdraia che mettiamo aghi. Ops io fatto male vero? Ho preso nervo.

Ancora? Guarda che è lo stesso dell’altra volta santo cielo. Devo metterci una x con l’indelebile, così non ti dimentichi? Ecco adesso ho l’ansia, passerò il pomeriggio ad aspettare la gobba alla Leopardi. Già la sento, che pulsa per uscire.

Io penso che se ti capita di fare sforzo tu deve mettere piccola busta in tua schiena.

Busta? Ma come busta?

Sì, busta. Io ho detto anche a mia paziente nell’altra stanza, lei però ha 70 anni e deve mettere busta grande, sempre.

Vorrai dire busto, no??

Beh sì. Busto, busta….stessa cosa, no?

Eh no caro W, non è per fare la tigna ma c’è una bella differenza. E immagino la 70enne che va a casa, prende la busta dell’iper e se la mette fra il coccige e la mutanda elastica alla Bridget Jones.

Bene ci vediamo dopo che giro aghi. Tu ha freddo?

No W, ho le consuete due lampade rosse addosso che fanno un caldo maiale, mi sembra di fare la sauna.

Eh magari tu ha freddo.

No grazie W, davvero.

Ok io metto anche coperta.

Eh va beh allora fai un po’ come ti pare, cosa vuoi che ti dica.

….Bene bene. Adesso tu fa piano ad alzarti, che magari ti gira testa e sviene. Tu ti alza da lettino troooppo in fretta.

Uè W, non ho mica cent’anni, e poi figurati se svengo.

Sono svenuta una volta sola in vita mia, qualche anno fa. Ero in discoteca e c’era un gran caldo. Ad un certo punto ho visto tutto nero. Mi sono ritrovata in un tunnel buio e in fondo c’era una luce. Ho pensato: cazzo stai a vedere che sono morta. Ma merda, no! Ho appena prenotato il ferragosto a Formentera, questa sì che sarebbe una sfiga pazzesca. Poi sono arrivata in fondo al tunnel e…no, non c’era George Clooney che mi preparava il caffè bensì un rutto fotonico che mi teneva su le gambe e continuava a ripetere:

“stai bene? Sì? Hai bisogno di qualcosa?”

Vorrei che tu ti togliessi dal mio campo visivo e andassi a prendere una cosa importantissima che ho lasciato dentro. Primo tavolino a sinistra, di fianco alla consolle del dj.

“Ma certo, che cosa? La borsa? Il cellulare?”

Il mio mojito. Grazie.

venerdì 2 dicembre 2011

tutto bene



Eccomi. Sì lo so che sono in ritardo ma c’era traffico, e poi sono stato alla visita per il rinnovo della patente. Certo che me l’hanno concesso  cosa credi, gli ottant’anni sono i nuovi sessanta. È vero fa freddo. Però c’è il sole. Che belle queste giornate, manca solo la neve. Sì tutto bene. Senti hai cambiato tu la pila dell’orologio appeso in cucina? No? Strano. Era completamente scarica ma stamattina mentre facevo colazione ho notato che aveva ripreso a funzionare.


Qual  è il profumo che usi? Quando apro l’armadio, quello in cui ci sono anche i tuoi vestiti, si sente sempre. Sì un po’ forte ma buono davvero. Magari te lo prendo per Natale. Ne hai ancora? Non importa, mica scade.


Sì che ce l’ho, la canottiera. Dai sono quasi sessant’anni che mi fai sempre la stessa domanda. Fidati, è quella in pura lana che hai comprato in merceria quel giorno che pioveva, ricordi? Ti avevo aspettata in macchina perché non c’era parcheggio, eh sì quel fruttivendolo accanto ha sempre un sacco di clienti. Ma vuoi mettere la nostra verdura dell’orto?


Hai ragione, ormai è Natale. Accidenti bisogna iniziare ad addobbare la casa. Certo che ti aiuto, come sempre. Ogni anno lo stesso traffico di scatole luci angeli candele stelle pungitopo. Però in fondo mi diverto, lo sai. Sì le luci in balcone non le dimentico, anche se alle ragazze non piacciono: dicono che poi sembriamo al circo. Che sciocche. Sei proprio in forma. Hai messo anche lo smalto rosso. Ti è sempre donato, lo sai? E poi mica tutte lo sanno portare con eleganza. Se vuoi te lo prendo io l’appuntamento dalla parrucchiera, ci passo davanti oggi. Ovvio entro Natale, così sei in ordine.


Hanno chiamato di nuovo quelli di Sky, sempre con quella storia dell’abbonamento. Certo che gli ho detto di no, cosa ce ne facciamo? Sì è vero, mi addormento sempre in poltrona col giornale sulle ginocchia. Beh perché a te non capita mai? Sì che ti capita, ti vedo sai che ti si chiudono gli occhi mentre fai il cruciverba.


Sì, sì tutto bene. Te l’ho già detto, no?


Sai chi ho incontrato? Quella del terzo piano. Dice che ha freddo: oh tutti gli anni la stessa storia. Se ha freddo che si metta un maglione in più. È davvero una rompiscatole, e poi secondo me è lei che tutti i giovedì sera frigge. Nel vano scala ci viene sempre una puzza incredibile. Ah già, al giovedì vengono i suoi nipoti dopo allenamento.


Ma sì adesso vado, non mettermi fretta come al solito. Lo so, è quasi ora di pranzo. Va bene, va bene. Mi avvio. Ok l pane lo vado a prendere adesso, faccio in tempo stai tranquilla. A dopo allora. So che ti trovo a casa.


L’uomo s’incammina verso l’uscita stretto nel suo giubbotto imbottito blu, un cappello di lana grigio in testa. In tasca, le chiavi della macchina. Un pacchetto di fazzoletti.  Una moneta per il carrello del supermercato,  che può sempre servire. Saluta il custode, come ogni giorno. Guarda l’orologio. Le 13. Appena in tempo. È ora. Alle sue spalle, si chiude il cancello del cimitero dove lei lo aspetta, ogni giorno. Da tanti giorni, ormai.
È vero fa freddo. Però c’è il sole. Che belle queste giornate, manca solo la neve. Il pane. Devo ricordarmi di comperare il pane

giovedì 1 dicembre 2011

cinquanta minuti

C’è la nonna sorda, con le lenti degli occhiali a fondo di bottiglia, i capelli biondo paglierino e un giro di lacca a prova di tromba d’aria. Disfa e rifà in modo ossessivo-compulsivo la coda alla nipote che si ribella e scappa ovunque, col tutù e le scarpette rosa. Riesce a urlare anche sussurrandole un vieni-qui-che-disturbi e le propone un Kinder Bueno a 10 minuti dall’inizio della lezione. Così ti dà un po’ di energia. No così vomita al primo salto.
La 45 enne che si crede una Spice Girl col trucco fosforescente, la tuta Ventura style e le gambe a X che risponde a una telefonata con un no io sono divorziata, deve parlare col mio ex marito. Il numero? Aspetti. Elisa, qual è il numero di tuo padre?
Il ballerino sosia di Enzo Miccio. In un angolo della sala solleva 40kg con le braccia che sembrano due grissini Torinesi, e ha l'ammirazione di tutti.
La coppia di nonni. Lui che legge il quotidiano e lei che sferruzza una sciarpa verde. Si sentono nel salotto di casa, ignari del caos che li circonda. Mi passi una Ricola? E' lì, nella borsa.
La mamma con le Asics da cestista e i jeans da rapper seduta in un angolo, che legge avidamente un libro. 50 minuti tutti per lei in un giorno infrasettimanale sono un vero lusso. No che non li passa a parlare di quando la bambina ha vomitato per l’ultima volta.
I ragazzi di Hip Hop, che fanno la lezione con la porta aperta. E le bimbe del corso di classica: li guardano rapite, in attesa del loro turno. Tacco-punta. Via quella musica assordante. Non ancora. Altri 10 minuti di pantaloni larghi, scarpe da ginnastica, cappellino alla Jovanotti. Ritmo incredibile. Sciogliete i capelli, che quello chignon dopo un po’ fa pure male, togliete le mezze punte e buttatevi nella mischia. Si vede benissimo che lo vorreste da morire: lo si legge nei vostri occhi che ballare senza costrizioni, libere di fare le mosse che vi pare, lo trovereste fighissimo e tremendamente liberatorio. E allora dai, che si vive una volta sola. Muovete la testa a tempo di musica. Ricreazione di un gruppo di disciplinatissime allieve. Occhio che arriva la docente. Pronte via, alla sbarra che si inizia.
Le adolescenti nello spogliatoio, che parlano del più e del meno. La vedete, quella biondina nell’angolo? Che buffa. Le guarda estasiata dall’alto del suo metro d’altezza e segue i discorsi girando la testa ora a destra, ora a sinistra, come se fosse a una partita di tennis. Pagherebbe oro per essere come loro, per essere loro, i quindici anni, l’interrogazione di storia, le prove per il saggio di Natale, i capelli lunghi e mossi, il cinema tutte insieme, l’indipendenza di uscire con guanti e sciarpa perché fa freddo e sono in bici. E vorrebbe non avere la mamma accanto a lei, e sì ora li metto i collant, no non ho freddo, sì lo so che siamo in ritardo, no non ho sete. Sono alte e slanciate, col fisico scolpito da ore e ore di danza. Sono bellissime. Un sorriso all’amica mentre si infila sicura le scarpette, con una disinvoltura che vorrebbe anche lei. Ma sta imparando eh, sicuramente  glielo insegnano all’asilo. Un ciuffo ribelle scostato dal viso con un rapido gesto della mano.  È da loro che ha imparato a farlo. Hai visto, mamma?  È un gesto da grandi. È ora. Loro vanno, va anche lei. Stesso orario, due sale diverse. Mi tengono aperta la porta. Grazie. Gesto gentile fra colleghe. Ha il body rosa, le calze antiscivolo. Per le mezze punte è troppo presto. La bottiglietta d’acqua in mano. I boccoli biondi. Tanta voglia di ballare. Per diventare come loro. Presto.