lunedì 18 gennaio 2016

Chi manda le onde

Qui, voglio inaugurare il nuovo anno con uno dei libri più belli letti nel 2015: Chi manda le Onde di Fabio Genovesi, vincitore del Premio Strega Giovani.
Quanto è paradossalmente difficile parlare delle cose semplici e quanto riesce bene a Genovesi col suo stile pulito e diretto, coi suoi personaggi sbeccati e storti e senza filtri, nudi di fronte alle loro paure e manie. Chi manda le onde è infatti un vero romanzo corale e le storie corali sono le più belle, sono come una festa e ti prendono per mano, ti trascinano lontano e ti fanno un po' ridere, un po' piangere e poi ballare per poi portarti a casa ubriaco, stanco e sudato ma felice, e più ricco dentro.
Lo “show, don’t tell” [mostrare senza raccontare] che presenta i protagonisti attraverso ciò che pensano, fanno e non fanno, amano e temono e fuggono è una scelta azzeccata, capace di far sentire il lettore come parte integrante delle vicende fin dalle prime pagine, lettore che diventa quindi parte attiva della storia. Grazie a input e flash narrativi che stimolano la curiosità e alla costruzione “a stacchi” delle scene, scelte care a chi fa cinema, Chi manda le onde è un vero e proprio film su carta stampata, un film sulla vita.
Ci sono il dolore e la sua non accettazione, raccontati in modo delicato e asciutto, un dolore che resterà all’apparenza non visibile ma sempre presente, nelle vicissitudini dei personaggi.
C’è l’amore, atteso e sperato e temuto di chi guarda passivo il domani, che rimanda perché ha paura della vita e rimane a terra a guardare gli altri che fanno il giro sulle montagne russe per poi vederli scendere pazzi di gioia con la testa leggera e pensare magari anche io, magari un giorno.
Amore rifiutato e negato di chi lascia un fucile davanti a ciascuna finestra della sua casa, casa che altro non è che il suo cuore.
C’è il diverso che diventa prezioso e si fa favola con i piccoli Luna e Zot e tutta la meraviglia che si può trovare nel loro essere personcine eccezionali. Quanta magia si nasconde dentro a chi si distingue dalla massa per qualsiasi motivo: ci sono sempre una sensibilità, una cura per il mondo, più forti. Fabio Genovesi ci ha fatto capire che il segreto sta tutto lì: nel saper guardare nel modo giusto, nell’andare oltre una testa di capelli bianchi e un cappotto da vecchio.
E poi c’è il mare, che regala e abbraccia, osserva, onnipresente ma discreto. Una Grande Madre che quasi sembra dire ai suoi personaggi andate, scoprite cosa ha da regalarvi il mondo, meravigliatevi senza perdere mai l’entusiasmo, riderete e soffrirete, con ogni probabilità, e io sarò sempre pronta ad accogliere di nuovo, abbracciare e consolare.
Ed è proprio questo che prima o poi accade, un mare caldo e buono che richiama a sé per un attimo i suoi figli, per dire loro e al lettore, andrà tutto bene.
Chi manda le onde è un quadro salvifico, dove ogni pennellata di colore sta proprio dove dovrebbe essere, ognuna diversa dalle altre, ognuna in egual modo indispensabile; è una storia d’amore come lo sono anche quelle di amicizia vera, una storia sul dolore e la perdita, sul ritrovarsi, l'accogliere e il condividere, nonostante tutto.
 E allora, chi manda le onde? Non le manda mica nessuno, forse. Siamo noi che le chiamiamo e, come se fossero giorni, aspettiamo curiosi tutto ciò che porteranno con sé, tutte le storie. Perché, in fondo, è solo grazie alle storie raccontate per bene che riusciamo a mettere a fuoco la vita.




martedì 17 novembre 2015

il lupo e la bambina

Arrivava quell'attimo, in cui si doveva rientrare a casa.
E a me è sempre piaciuto moltissimo, quando il giorno non è più giorno, e la notte ancora notte non è.
Dalla finestra della cucina si vedono due cipressi, l'uno accanto all'altro, l'uno un poco più alto dell'altro.
I cipressi si facevano scuri, piano, come il cielo, a mano a mano che il sole andava a dormire per lasciare il posto alla luna.
La nonna, la nonna metteva a scaldare la zuppa per Wolf.
Wolf, lupo in inglese. Dicevo sempre. 
Nella zuppa c'erano il riso e la carne e alcune verdure come le carote e i pomodori. Quelli dell'orto, quelli più bruttini, che non si potevano mangiare in insalata né schiacciare nello scolapasta con le mani, o con il fondo del bicchiere, per farne il sugo.
La zuppa si scaldava per pochi minuti solo per mandare via il freddo del frigorifero, diceva mia nonna, e io aspettavo, aspettavo con trepidazione il mio momento.
Il giorno non era più giorno e la notte ancora notte non era, e io aspettavo il mio momento, col cielo che si faceva lilla.
La nonna mi dava in mano questa pentola grande, e io mi sentivo importante. Mi sentivo importante perché sapevo che lui era lì sulla soglia di casa, per me.
M'incamminavo verso i due cipressi e proprio ai loro piedi, appoggiavo quel riso con la carne e le verdure.
Lascialo stare, mentre mangia.
Mi diceva. Sempre.
E allora io mi sedevo per terra vicina, vicinissima a lui, con le gambe incrociate, i pantaloncini corti. La maglietta. L'umidità della terra che mi solleticava il sedere.
Ero così vicina che potevo sentirlo masticare, potevo vederlo scegliere con attenzione la carne, la sua preferita. Potevo sorridere alla vista dei chicchi di riso che si attaccavano al suo naso umido e nero come una liquirizia. Resistevo alla tentazione di accarezzarlo proprio sotto al collo, dove la pelle si faceva tenera e il pelo morbido, come dietro alle orecchie.
Ero brava. Lascialo stare, mentre mangia.
Poi, poi come al solito lasciava da parte i pomodori, e anche le carote.
Allora, allora io mettevo le mani a conchiglia e li tiravo su, assieme a un poco di riso. 
Gli sussurravo mangia che è buono.
Lui mi guardava, perplesso, ma raramente mi diceva di no. Lui era il mio fratello.
Amavo sentire i suoi denti bianchi e affilati che mi accarezzavano il palmo della mano, e la sua lingua calda e di velluto che me lo leccava.
Quei minuti di un giorno che non è più giorno e di una notte che ancora notte non è erano il nostro tempo, con la finestra della cucina illuminata, i rumori della casa in lontananza.
I cipressi che ci abbracciavano.
Il buio che arrivava, arrivava in punta di piedi per non disturbare quella bambina e quel lupo, grande come lei.
Mi capita spesso di guardare fuori dalla finestra della cucina.
I cipressi, i cipressi ci sono ancora.
E io lo so, lo so che ogni giorno, quando il giorno non è più giorno e la notte ancora notte non è, i cipressi aspettano.
Aspettano una bambina con una enorme pentola in mano, e un lupo, accanto a lei.
Aspettano di poterli abbracciare, in quegli attimi di tempo fermo.
Loro, la bambina e il lupo,
loro arrivano ogni santo giorno,
da trent'anni ormai.
Arrivano per aspettare il buio, insieme.
Poi, poi ad un certo punto la bambina urla contenta verso la finestra illuminata ha mangiato tutto.
La bambina si alza, prende la pentola con una mano.
Con l'altra batte un colpo sulla coscia nuda e andiamo a casa, Wolf.
Il lupo, il lupo segue la bambina 
perché 
perché il buio, il buio è arrivato.
E il lupo per nulla al mondo lascerebbe la bambina sola.

Il lupo e la bambina


Questo pezzo di vita è per il piccolo Samuele,
per sempre bambino, 
con i suoi nove anni.

martedì 27 ottobre 2015

libertà

Un quadro.

I due fratelli sono scalzi anzi no, uno è scalzo, l'altro ha un paio di calze grigie. Si muovono delicati nello spazio del corridoio, che con loro dentro pare ancora più lungo e largo di quello che è. Hanno delle macchinine in mano e le fanno volteggiare nell'aria piano, quasi al rallentatore. Dalla loro stanza arriva la voce di Lucio Battisti e questo è un quadro fuori dal tempo, e io rimango in un angolo a guardarli e vorrei farmi avanti ed essere con loro ma rovinerei la scena e allora mi fermo e faccio mio l'attimo. La sera arriva veloce in questo primo giorno di ora solare, e questi sono due minuti al massimo tre, ma sono un film. La maglietta del fratello più grande è rossa, rossa come la macchinina, e ha una macchia in angolo. A otto anni ancora ti sporchi facilmente quando mangi. Il piccolo ha una maglia bianca, bianca come la sua macchinina. Una Range Rover. Stanno in silenzio, e ci sono solo loro, e Battisti.
In un mondo che non ci vuole più, il mio canto libero sei tu.
In un mondo che prigioniero è respiriamo liberi io e te.
Arriva la loro mamma, dice al piccolo che di anni ne ha sette
Fatti un bel bagno ora.
La donna si muove cauta come una gatta per questa casa così grande e così vuota, così nuova. Il cuore ancora nella sua città. Si liscia i capelli con una mano, poi tiene le braccia conserte. Guarda intorno a sé questa vita nuova che vorrebbe abbracciarla. Ma lei ancora non si fida.
Le donne di Torino si portano una malinconia dentro agli occhi, che ha i colori della nebbia e di Piazza Castello e della vista mozzafiato dalla Mole. Ce l'hanno proprio lì, nell'iride, e poi la vedi che attraversa il loro corpo e le accompagna quando si sistemano i capelli da un lato mentre preparano il tè, o si mettono le mani in tasca, o ti dicono è buono il pane di quel forno che mi hai consigliato. Lo vedi, che non ne possono fare a meno di quella malinconia, perché ci sono nate e non saprebbero come fare senza, lì ci sta tutta la poesia del Po che pare abitato da lucciole quando di notte le luci dei lampioni ci cadono dentro.
S'incammina verso il bagno, quale sia dei quattro
quattro, uno a testa, una follia,
mi aveva detto
non lo so, ma sento i suoi passi sempre più lontani.
Il salotto, enorme, un divano, un tavolino. Qualche foto incorniciata.
Tanti libri. I libri sono le prime cose che le persone intelligenti portano via, quando se ne vanno, perché averli annulla le distanze.
Mi avvicino.
Dalla camera ora arriva Gino Paoli.
Io ti conosco da sempre e ti amo da mai.
Riconosco una copertina. Libertà, di Franzen.
Sorrido.
Esco,
piano.
Fai finta che solo per noi due passerà il tempo.



martedì 13 ottobre 2015

piume dorate

I messaggi della notte portano notizie bellissime o bruttissime. Non hanno vie di mezzo, i messaggi della notte.
Quello di Marta mi arriva alle 4, contiene poche righe, e in quelle poche righe ci sono sei parole, solo sei, che contano.
Malformazione gravissima incompatibile con la vita.
Marta, e la sua pancia, e quel pranzo assieme fatto solo pochi giorni prima quando tutto era perfetto.
"Comunque c'ha il pisello", mi aveva detto, e avevamo riso. Quanto sa essere sottile, il filo della felicità.
Il dolore di una sorella di cuore diventa anche il tuo, i suoi giorni di buio sono anche i tuoi, che ti fai stampella per sorreggerla, piccolo raggio di sole per illuminarla, risata per contagiarla. 
Ci provi, perlomeno.
Con il cuore che fa male e diventa così pesante ti fai presenza costante ma discreta.
Ascolti, tanto.
Non giudichi, mai.
Giochi sul tappeto con sua figlia, ci sono i mini pony col castello, inventi storie sceme e l'aria si fa più leggera, scacci via il silenzio che fa paura.
Le ho detto vedi, è una malformazione compatibile con un'altra vita, una vita di là. A volte è solo questione di mettere le parole al posto giusto.
Marta ha accompagnato Lorenzo nella sua vita di là una mattina di sole, è stata brava, Marta.
Lui è partito con la sua valigia piena di sogni e piume dorate, una per ogni giorno che ha passato in questa vita, e una piuma è tanti battiti di cuore, tanti sorrisi, tanti giochi, tante carezze. è un bambino fortunato, Lorenzo.
Se ne sta nella sua vita di là con altri bambini, non sanno il significato di parole come assenza e mancanza, semplicemente perché non le hanno mai provate. Sanno però cosa vuole dire presenza, perché è lì che vivono, nella presenza di chi li ha avuti con sé per alcuni mesi, di chi li ha sentiti piccoli nipoti acquisiti, di chi ha immaginato i loro capricci e le loro corse. Di chi non li dimenticherà mai, perché la vita di là si alimenta coi ricordi.
Chissà com'è Lorenzo, nella vita di là.
Avrà i capelli biondi? Mangerà la verdura o farà i capricci?
Poco importa, Lorenzo è un bambino felice.
Marta mi ha regalato un braccialetto, che ha il simbolo dell'infinito. Mi piace pensare siano due ali di amore, speranza e vita. Le ali di Lorenzo.
Da quando se ne è andato, la mia candela della sera brilla anche per lui.
Da quando se ne è andato, gli abbracci fra me e Marta si sono fatti più pieni.